Judithe Little.
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LE SORELLE CHANEL.
Parte 1.
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Titolo originale: The Chanel Sisters.
Traduzione di: ILARIA KATERINOV.
2020. TEA, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A me dicevano che con un po' di fortuna avrei convinto un contadino a sposarmi.
Non sposer un contadino, dissi.
E io non far la sarta, disse Gabrielle. Detesto cucire.
Allora cosa farete?
Julia-Berthe ci guard sgranando gli occhi.
Qualcosa di meglio, dissi.
Cosa ce di meglio? chiese Julia-Berthe.
Be'... inizi Gabrielle, ma lasci la risposta in sospeso.
Non sapeva cosa fosse qualcosa di meglio, e non lo sapevo neanch'io, ma era chiaro che lo sentiva come lo sentivo io.
L'irrequietezza ci scorreva nelle vene.
Venivamo da una lunga dinastia di sognatori che percorrevano strade tortuose, certi che qualcosa di meglio fosse proprio l, dietro la prossima curva.
Francia, 1897. Albert Chanel, rimasto vedovo e con un lavoro precario, affida le sue tre figlie, Julia-Berthe, Gabrielle e Antoinette, alle suore dell'orfanotrofio di Aubazine. Educate per diventare perfette donne di casa, Gabrielle e Antoinette mostrano da subito una particolare attitudine per il cucito. In convento sono costrette a indossare divise dal taglio severo, ma di sera, sfogliando di nascosto romanzi e riviste di moda, sognano una vita diversa, fatta di abiti eleganti e affascinanti gentilhommes della haute societ...
Cos, a diciotto anni Coco e Ninette lasciano il convento e lottano, unite e determinate, per dimostrarsi degne di quella societ in cui non si sono mai sentite accettate. Per la prima volta, fanno ingresso nei Caf chantant di Moulins, nelle sale da concerto di Vichy, sino ad approdare a Parigi dove, tra speranze e delusioni, l'apertura di un piccolo negozio di cappelli, in rue Cambon, segna per loro la grande svolta.  l'inizio di un'attivit commerciale di successo che si espander nelle localit pi esclusive di Francia.
Ma lo scoppio della Prima guerra mondiale cambier per sempre le loro vite: sar allora che le due sorelle dovranno fare ricorso a tutto il loro coraggio per conquistarsi un posto nel mondo, anche a costo di separarsi l'una dall'altra.
Con Le sorelle Chanel Judithe Little ci racconta la storia di due donne straordinarie che, tra mille difficolt, sono riuscite a realizzare i propri sogni e a creare una delle pi grandi case di moda del mondo.
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L'AUTRICE.
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Judithe Little  cresciuta in Virginia, dove si  laureata in Giurisprudenza.
Dopo Wickwythe Hall, pluripremiato, romanzo storico, ambientato durante la Seconda guerra mondiale, ha scritto l'attesissimo Le sorelle Chanel, in corso di pubblicazione in 10 Paesi. Vive a Houston, con il marito e i tre figli, dove sta lavorando al terzo romanzo.
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LE SORELLE CHANEL
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Dedica.
Per mio marito Les e per Antoinette, cos non sar dimenticata.
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Certi dettagli di Aubazine sarebbero rimasti con noi per sempre.
Il bisogno d'ordine. L'amore per la semplicit e il profumo di pulito. Uno spiccato senso del pudore. L'attenzione per la cura artigianale, le cuciture impeccabili. La serenit del contrasto tra bianco e nero. Le stoffe ruvide, sgualcite, dei contadini e degli orfani. I rosari che le suore portavano legati in vita come catene. I mosaici nel corridoio, ricchi di simboli mistici come stelle e mezzelune, destinati a riapparire come bijoux de diamants su collane, bracciali e spille. I simboli che si ripetevano sui vetri istoriati, le C intrecciate che sarebbero diventate sinonimo di lusso e prestigio. Lo stesso monastero, cos vecchio, vasto e vuoto, che ci aveva lasciato lo spazio per immaginare, per lasciar schiudere le possibilit.
Per tutti quegli anni in rue Cambon, a Deauville, a Biarritz, la gente pensava di comprare Chanel, eleganza, sofisticati modelli parigini. In realt quello che compravano erano gli ornamenti della nostra infanzia, i ricordi delle suore che ci avevano educate, dell'abbazia che ci aveva protette.
Un'illusione di ricchezza germogliata dagli stracci del nostro passato.
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LE POVERE ORFANELLE.
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Aubazine 1897-1900.
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CAPITOLO 1.
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Tanti anni dopo avrei ripensato a quella fredda giornata di marzo
del 1897, all'orfanotrofio del convento di Aubazine.
Noi orphelines sedevamo in circolo a far pratica di cucito; il
silenzio del laboratorio era interrotto soltanto dalle mie chiacchiere con le ragazze sedute accanto a me. Quando mi sentii addosso lo sguardo di suor Xavire tacqui e abbassai gli occhi, fingendomi concentrata sul lavoro. Mi aspettavo che mi rimproverasse
come al solito: A bada la lingua, Mademoiselle Chanel.
Invece si avvicin a me e alla stufa, muovendosi come tutte le
suore: come se galleggiasse sull'aria. Dalle pieghe della sua gonna
di lana nera si spandeva l'odore dell'incenso e del passato. Il
copricapo inamidato puntava innaturalmente al paradiso, come
se da un momento all'altro potesse essere rapita in cielo. Pregavo
che andasse cos: che un raggio di luce filtrasse fra le travi del tetto e la trascinasse via con s tra le nuvole, verso la salvezza eterna.
Ma miracoli del genere succedevano solo nei dipinti con angeli
e santi. Suor Xavire si ferm accanto a me, scura e minacciosa
come la nube di tempesta che incombeva sulle foreste alle
pendici del Massiccio Centrale, fuori della nostra finestra. Si
schiar la voce e, come se fosse l'imperatore del Sacro Romano
Impero in persona, scand il suo triste annuncio.
Tu, Antoinette Chanel, parli troppo. Sei sciatta nel cucito.
Non fai altro che sognare a occhi aperti. Se non metti la testa a
posto, temo che finirai come tua madre.
Lo stomaco mi si torse in un nodo. Dovetti mordermi l'interno
della guancia per non risponderle a tono. Incrociai lo
sguardo di mia sorella Gabrielle, che sedeva all'altro capo della
stanza con le altre ragazze pi grandi, e alzai gli occhi al cielo.
Non dare retta alle suore, Ninette, mi disse Gabrielle
quando uscimmo in cortile per la ricreazione.
Ci sedemmo su una panchina, circondate da alberi spogli,
congelati come ci sentivamo noi. Perch gli alberi perdevano le
foglie proprio nella stagione in cui ne avrebbero avuto pi bisogno?
Accanto a noi Julia-Berthe, la nostra sorella maggiore,
lanciava briciole di pane a uno stormo di corvi che se le contendevano gracchiando.
Tirai i polsini sopra le dita, cercando di scaldarle. Non
sar come nostra madre. Non diventer quello che dicono le
suore. E neppure quello che secondo le suore non posso diventare.
Ridemmo insieme di quella battuta, una risata amara. In
quanto custodi temporanee delle nostre anime, le suore pensavano
costantemente al giorno in cui saremmo state pronte a
vivere l fuori nel mondo. Cosa ne sarebbe stato di noi? Quale
doveva essere il nostro posto?
Eravamo al convento da due anni e ormai eravamo abituate
alle asserzioni solenni delle suore durante le prove del coro, o
mentre facevamo pratica di calligrafia o recitavamo l'elenco dei
re di Francia.
Tu, Ondine, con quella grafia, non diventerai mai la moglie
di un uomo d'affari.
Tu, Pierrette, con quelle mani goffe, non troverai mai lavoro
in fabbrica.
Tu, Hlne, con quello stomaco delicato, non potrai mai essere
la moglie di un macellaio.
Tu, Gabrielle, devi sperare di riuscire a guadagnarti da vivere
come sarta.
Tu, Julia-Berthe, devi pregare di ricevere la vocazione. Le ragazze
con un fisico come il tuo devono restare in convento.
A me dicevano che con un po' di fortuna avrei convinto un
contadino a sposarmi.
Tirai fuori le mani dai polsini e ci soffiai sopra. Non sposer
un contadino, dissi.
E io non far la sarta, disse Gabrielle. Detesto cucire.
Allora cosa farete? Julia-Berthe ci guard sgranando gli
occhi con aria interrogativa. Era considerata lenta di comprendonio:
toccata, diceva la gente. Per lei era tutto semplice, in
bianco e nero come il saio e il velo dell'abito monacale. Se le
suore avevano detto cos, sarebbe andata cos.
Qualcosa di meglio, dissi.
Cosa c' di meglio? chiese Julia-Berthe.
Be'... inizi Gabrielle, ma lasci la risposta in sospeso.
Non sapeva cosa fosse qualcosa di meglio, e non lo sapevo
neanch'io, ma era chiaro che lo sentiva come lo sentivo io, come
un fremito nelle ossa. L'irrequietezza ci scorreva nelle vene.
Le suore dicevano che dovevamo accettare il nostro destino,
che cos avremmo fatto la volont di Dio. Ma non avremmo
mai potuto accontentarci di quel posto, di ci che avevamo.
Venivamo da una lunga dinastia di venditori ambulanti, di sognatori
che percorrevano strade tortuose, certi che qualcosa di
meglio fosse proprio l, dietro la prossima curva.
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CAPITOLO 2.
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Prima che ci prendessero le suore, avevamo sempre fame e
ci vestivamo di stracci. Parlavamo solo patois, non francese.
Sapevamo a malapena leggere e scrivere, perch non eravamo
mai andate a scuola a lungo. Eravamo selvagge, dicevano
le suore.
Nostra madre, Jeanne, lavorava ogni giorno sino a tardi
per sfamarci, per tenerci un tetto sopra la testa. Era con noi,
ma non era davvero presente, e negli anni il suo sguardo si
era come appiattito; sembrava che guardasse attraverso di
noi senza vederci. Quegli occhi cercavano Albert, sempre
Albert. Nostro padre era quasi sempre in viaggio, a vendere
vecchi busti, cinture o calzini. Non riusciva a fermarsi a
lungo nello stesso posto, e nostra madre, pazza d'amore, lo
rincorreva sempre quando lui non tornava come promesso,
trascinandoci lungo interminabili strade di campagna in tutte
le stagioni.
Restavano insieme per il tempo strettamente necessario
perch nostra madre fosse sempre incinta: Albert ci lasciava
per mesi e mesi a cavarcela da sole, senza soldi. Nostra madre
aveva fatto la lavandaia, la cameriera, tutto quello che era
riuscita a trovare, finch a trentun anni era morta di consunzione,
per il troppo lavoro e il cuore spezzato.
Dopo la sua morte nessun parente ci aveva voluti, e tantomeno
nostro padre. Non c'era da stupirsi. Come avrebbe fatto
a viaggiare di mercato in mercato - e di letto in letto - con tutti
noi appresso? D'altra parte, i padri non erano tenuti a prendersi
cura dei figli?
Eravamo tre femmine e due maschi. Julia-Berthe, la primogenita,
poi Gabrielle, poi Alphonse, poi io, poi Lucien.
Alphonse aveva solo dieci anni e Lucien sei, grandi come bobine
di filo, quando nostro padre li aveva fatti dichiarare figli
dell'ospizio per i poveri. Li aveva consegnati a una famiglia di
contadini, come forza lavoro gratuita, e aveva spedito noi femmine
dalle suore. Nei tre anni passati al convento non avevamo
pi avuto notizie dei nostri fratelli.
Intanto nostro padre viveva libero come sempre, curandosi
solo di s.
Torner, aveva detto a me e alle mie sorelle con il sorriso
smagliante di un venditore, mentre ci lasciava sull'uscio del
convento. Aveva accarezzato la testa fiera di Gabrielle ed era
sparito all'orizzonte sul suo carretto.
Julia-Berthe, che non amava i cambiamenti, era inconsolabile,
perch non capiva dove fosse finita nostra madre.
Gabrielle era troppo furiosa per piangere.
Come ha potuto abbandonare me? ripeteva in continuazione.
Sono la sua preferita. E poi: Possiamo cavarcela da
sole. Lo facciamo gi da anni. Non abbiamo bisogno che queste
vecchiette ci dicano cosa fare. E poi: Questo posto non fa
per noi. Non siamo orfane. E poi: Ha detto che torner. Vuol
dire che torner.
E io, che avevo otto anni, piangevo, confusa, perch non
ero abituata agli strani modi delle suore, alle sottane fruscianti,
ai rosari che tintinnavano sul fianco, alle nuvole di incenso che
aleggiavano come spettri, all'odore pungente della calce.
Il convento era l'esatto opposto di tutto ci che avevamo
conosciuto sino a quel giorno. Ci dicevano a che ora alzarci,
quando mangiare, quando pregare. Il giorno era suddiviso in
mansioni: studio, catechismo, cucito, faccende domestiche. Il
tempo era scandito dalle campane dell'Angelus, le preghiere
prescritte dall'ufficio divino. Il diavolo d lavoro alle mani
oziose, ripetevano incessantemente le suore.
Anche i giorni della settimana, le settimane del mese, i mesi
dell'anno erano suddivisi in quelle che, secondo le suore, erano
le stagioni della liturgia. Invece del 15 gennaio, del 21 marzo
o del 19 dicembre, era la dodicesima domenica del Tempo
ordinario, o il luned della prima settimana di Quaresima, o il
mercoled della terza di Avvento. L'aldil era suddiviso in inferno,
purgatorio e paradiso. C'erano i dodici frutti dello Spirito
Santo, i dieci comandamenti, i sette peccati capitali, le sei feste
di precetto, le quattro virt cardinali.
Imparammo la storia di Saint tienne, un monaco sepolto
nel santuario: la sua sagoma di pietra giaceva sopra il sarcofago,
sormontato da un arcosolio con altri monaci in bassorilievo.
Durante la messa seguivo con gli occhi i nodi e gli anelli sui vetri
istoriati delle finestre, i cerchi parzialmente sovrapposti che
sembravano tante C di Chanel, la mia vita e quella delle mie sorelle
intrecciate per sempre. Non volevo pensare a cosa c'era in
quella tomba, le vecchie ossa, un saio di iuta vuoto.
Ci sono i fantasmi, qui, mi bisbigliava Julia-Berthe, sgranando
gli occhi. C'erano spiriti santi, spiriti empi, spiriti di ogni
genere che facevano ondeggiare le fiamme dei ceri votivi, si appostavano
negli angoli e negli anditi, gettavano ombre sulle pareti.
Gli spiriti di nostra madre, di nostro padre, del nostro passato.
A volte di mattina, mentre facevamo il bagno, o di sera,
quando dovevamo pregare in silenzio, Julia-Berthe mi stringeva
forte il braccio. Di notte faccio sogni, sogni Spaventosi.
Ma non voleva dirmi altro. Mi chiedevo se fosse lo stesso sogno
che facevo io, nostra madre in un letto senza coperta, un fazzoletto
sporco di sangue in mano, il gelo che penetrava dalle pareti
sottili. Gli occhi chiusi, il corpo magro e immobile.
Avevo imparato a svegliarmi da quei sogni, a scacciare le
immagini e a infilarmi nel letto di Gabrielle. Mi lasciava accoccolare
vicino a lei come quand'eravamo piccole - prima di Aubazine
non avevamo mai avuto un letto a testa - e mi sentivo
confortata dal tepore del suo corpo, dal ritmo costante dei suoi
respiri, finch mi riaddormentavo.
Poi, la mattina troppo presto, prima ancora che sorgesse il
sole, suonavano le campane. Suor Xavire irrompeva nel dormitorio
battendo le mani e annunciando a voce troppo alta:
Svegliati, mio cuore! Svegliatevi, arpa e cetra!
E poi cominciavano i rimproveri.
Sbrigati, Ondine. Arriver il giorno del Giudizio prima
che ti allacci le scarpe!
Hlne, hai molto per cui pregare. Fa' presto!
Antoinette, smettila di cicalare con Pierrette e va' a rifare
daccapo il tuo letto. E tutto storto!
Le suore di Aubazine ci ospitavano sotto il loro tetto. Ci davano
da mangiare. Cercavano di salvarci l'anima, di civilizzarci
riempiendo le nostre giornate di ordine e routine. Ma non potevano
colmare il vuoto nel nostro cuore.
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CAPITOLO 3.
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Giorni, settimane, mesi, tempi ordinari, tempi diversi. La routine,
inizialmente confortante, divenne noiosa. Poi, un'afosa
mattina di luglio nell'anno 1898, il terzo che trascorrevamo al
convento della Congrgation du Saint Coeur de Marie, tutto
cambi.
Mesdemoiselles, siete desiderate in sala visite, annunci
la Madre superiora mentre io, Gabrielle e Julia-Berthe lavavamo
i piatti in cucina.
Noi? Non eravamo mai desiderate in sala visite. A meno
che... Il cuore mi balz in gola.
Che finalmente nostro padre fosse venuto a prenderci?
Seguimmo la Madre superiora in corridoio. Mi lisciai la
gonna, mi tastai le trecce sperando che fossero in ordine. Vidi
che Gabrielle faceva lo stesso gesto. Per tutti quegli anni aveva
ripetuto che pap sarebbe tornato, si era convinta che fosse andato
in America a fare fortuna e che poi sarebbe venuto da noi.
Quando arrivammo in sala visite e la suora apr la porta,
trattenni il fiato, aspettandomi di vedere un uomo con un sorriso
incantatore e le mani di un contadino, nostro padre. Invece
vidi solo una signora anziana con un'espressione gentile. Portava
sabots di legno, una gonna di ruvida stoffa grigia, calze di
canapa e una camicetta dai colori sbiaditi.
Nonna Chanel?
Mmre, esclam Julia-Berthe, e corse ad abbracciare la
vecchietta, neanche temesse di vederla sparire all'improvviso
come si era materializzata.
La fissai, pi sorpresa che se avessi visto Albert.
Non sapete che serenit abbiamo provato, per tutti questi
anni, disse Mmre alla Madre superiora, mentre viaggiavamo
di mercato in mercato, sapendo che le nostre care nipoti
erano affidate alle vostre cure. Non  facile vivere per strada, e
ormai siamo troppo vecchi. Schiocc la lingua come facevano
sempre gli adulti e ci offr caramelle al limone.
Lei e Ppre avevano preso una casetta a Clermont-Ferrand,
un paesino a poca distanza da l in treno, e noi eravamo invitate
per qualche giorno per festeggiare le 14 juillet, il quattordici
luglio, la ricorrenza che commemorava la presa della Bastiglia.
Almeno potevamo uscire dal convento, anche se per poco.
Non dissi a voce alta ci che stavo pensando, ci che sicuramente
pensava anche Gabrielle. Forse nostro padre sar a Clermont-Ferrand.
Forse ci aspetta l.
Da qualche parte nel vuoto che avevo dentro, il luogo in cui
avrebbe dovuto trovarsi l'amore, restava quella scintilla di speranza,
per quanto folle, che Albert potesse tornare. Non il vecchio
Albert, ma uno nuovo, che voleva stare con noi.
Uscimmo dal convento e Mmre ci fece salire su un treno.
A Clermont-Ferrand, ci condusse a una casa dai muri tutti
storti, di una sola stanza, piena di strani oggetti da vendere
al mercato locale: camere d'aria sgonfie per bicicletta, scatole
ammuffite, pentole arrugginite. Lungo le pareti accanto al fornello
si susseguivano stoviglie sbeccate e spaiate. C'era una collezione
di vecchie dentiere rotte, ingiallite e disgustose, che mi
fece rivoltare lo stomaco. Sembrava che nessuno buttasse mai
via niente.
In tutto quel disordine, sulle prime non notammo la ragazza
accanto al letto. Aveva pi o meno quindici anni, la stessa et di
Gabrielle, o forse sedici come Julia-Berthe. Ci venne incontro
con un entusiasmo cui non eravamo abituate. Gabrielle? Julia-Berthe?
disse. Vi ricordate di me? E la piccola Ninette! 
passato tanto tempo. Una delle fiere, mi pare:  l che ci siamo
conosciute. Come siete diventate carine, tutte e tre.
Aveva lo stesso collo lungo di Gabrielle, gli stessi lineamenti
delicati e il fisico magro, spigoloso, ma con gli angoli pi stondati, pi morbidi. Indossava la divisa di un convento, come noi,
ma con una disinvoltura e un brio che non li facevano sembrare
affatto abiti da educanda. Notai che Gabrielle si stava ravviando
i capelli dietro le orecchie. Evidentemente la stavamo fissando,
perch Mmre prese la parola.
Sciocchine che non siete altro,  Adrienne! Mia figlia minore.
La sorella di vostro padre. Vostra zia.
Zia? disse Julia-Berthe. E troppo giovane per essere nostra
zia.
E invece lo , e chi pu saperlo meglio di me? disse
Mmre. Ho messo al mondo diciannove anime. Vostro padre
 stato il primo, quando avevo sedici anni. Adrienne  l'ultima.
Il gran finale, comment Adrienne, piegandosi in un'aggraziata
riverenza.
Una zia vestita da educanda? Una zia nostra coetanea? Io e
Gabrielle sembravamo aver ingoiato la lingua.
Su, ragazze, non fate quelle facce confuse, disse Mmre.
Adrienne  proprio come voi. Frequenta una scuola di suore
a Moulins. Prima che finisca le 14 juillet sarete quasi sorelle.
Forse era lo spaesamento di trovarsi in un posto nuovo, ma
per uno strano istante mi sembr che Adrienne fosse circondata
da una sorta di aura, una nube di luce dorata che le aleggiava
intorno come nelle illustrazioni dei santini. Rivolsi un'occhiata
a Gabrielle. Di solito non dava confidenza alle persone appena
conosciute, ma stavolta sorrideva. Adrienne sembrava in grado
di insegnarci qualcosa, e scoprii che stavo sorridendo anch'io.
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CAPITOLO 4.
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Adrienne era una santa. Il suo primo miracolo fu tirarci fuori
da quella casa angusta e buia. Sono la loro zia, Maman, quindi
posso essere la loro accompagnatrice, disse con autorit,
convincendo Mmre a lasciarci portare da lei a visitare la citt.
Prima che Mmre potesse controbattere, seguimmo
Adrienne fuori della porta. Julia-Berthe rest in casa per aiutare
a riordinare la scatola dei bottoni.
In citt, passeggiando sul selciato, ci parve che ogni cosa
avesse preso vita. Bandiere e festoni tricolori sventolavano allegri
da palazzi e lampioni. Gli zoccoli dei cavalli ticchettavano
sulla strada. I fattorini con le maniche rimboccate comunicavano
a strilli e scaricavano dai carri sacchi di farina o barattoli
di mostarda. I locali lungo la strada erano gremiti di vecchietti
che si fermavano a bere il caff, i mercati pullulavano di donne
intente a ispezionare mele e meloni. Pi vicino alla piazza centrale
gli operai montavano palchi e bancarelle per la festa del
giorno dopo, facendo un gran frastuono con i martelli.
Adrienne ci faceva strada, con un'aria sicura di s, e io cercavo
di imitarla, con un mezzo sorriso e le spalle dritte. Il riflesso
della sua luce dissipava l'oscurit che avevo dentro. La sentivo
volare via con la brezza.
Mi fermai di colpo alla vista di un vagone che procedeva da
solo lungo la strada. Non era trainato da cavalli. Non aveva una
locomotiva. I passeggeri sedevano tranquilli a bordo come se
fosse una cosa normalissima. Dal tetto spuntavano delle funi,
come le antenne di un insetto, dirette verso altre funi che correvano
parallele alla strada. In cima c'era un cartello enorme con
scritto La Bergre Liqueur in un corsivo elegante.
Adrienne vide che lo fissavo. Le tram lectrique, disse.
Non avete i tram ad Aubazine? A Moulins li abbiamo.
Gabrielle sbott in una risatina. Ad Aubazine abbiamo solo le capre. E le mucche. Tante, tante mucche. E allevatori di
maiali, e contadini che Ninette dovrebbe sposare, secondo le
suore. Niente di lectrique.
Aubazine  un posto cos noioso. Cos'altro avete a Moulins?
chiesi ad Adrienne.
Le si accesero gli occhi. La cavalleria. C' una caserma piena
di soldati. Bei soldati. Portano alti stivali di pelle e giacche
con i bottoni d'ottone. E pantaloni scarlatti. Dovresti vederli.
Si pavoneggiano come galli nel pollaio. Noi li ammiriamo, ma
da lontano.
Sospirai. Vorrei che anche noi avessimo qualcosa da ammirare.
Ma lo avete! disse Adrienne con un sorrisetto malizioso.
Vi faccio vedere.
La seguimmo sino in fondo alla strada. L svolt e ci fece passare
sotto un alto arco di mattoni che dava accesso a un parco.
Voil, disse.
Ci fermammo all'ingresso per ammirare la scena. Vialetti di
ghiaia si stendevano sinuosi su prati color smeraldo. Uno stagno
lucente con due cigni bianchi che nuotavano pigri accanto alla riva.
Gli alberi frusciavano nella brezza. I rumori della citt svanirono,
vedemmo uomini e donne in abiti eleganti che passeggiavano
lungo i sentieri. Persone che, a differenza di quelle fuori del parco,
sembravano non avere niente da fare, come se anche loro, al pari
dei cigni, non avessero altro desiderio che apparire pittoreschi.
Sono tutti cos... cos... Non trovavo la parola giusta.
Splendidi? Decorativi? Esotici?
Ricchi, disse Adrienne in tono riverente. Sono tutti cos
ricchi. Fece un passo avanti, ma io e Gabrielle esitammo.
Forza, venite, non mordono mica, disse con una risata. Anzi,
non si accorgeranno neppure di noi.
Ci port a una panchina all'ombra vicino allo stagno, da
dove guardammo quelle persone che erano ancora pi affascinanti
del tram lectrique. I signori erano in giacca e cravatta
nonostante il caldo, con pantaloni gessati e cappelli di paglia.
Portavano il bastone in una mano, anche se non zoppicavano,
e procedevano con un'andatura nobile e determinata accanto a
donne dall'aria delicata avvolte in strati di pizzo bianco. Balze
e collari di pizzo. Gonne bordate di pizzo. Ombrellini parasole
in pizzo. Portavano cappelli a tesa larga grandi come i copricapi
inamidati delle suore, decorati con grandi fiori, enormi
piume e, in certi casi, variopinti uccelli impagliati. Pur con tutto
quel peso in testa riuscivano a camminare ondeggiando con
grazia, dondolando con cura.
Chi sono quelle? domandai.
Le lgantes, esclam Adrienne. E i loro affascinanti
gentilhommes.
Non riuscivo a smettere di fissare quelle donne e quegli uomini
cos eleganti. Ma non importava, tanto non guardavano
mai dalla nostra parte. Adrienne aveva ragione: nei nostri abiti
da educande passavamo inosservate quanto i fili d'erba.
Soltanto Gabrielle non li guardava con meraviglia e ammirazione
come facevamo io e Adrienne. L'espressione che le vidi
in volto mi fece stringere il cuore.
Giganteschi bign alla crema, disse Gabrielle, scuotendo
la testa. Agglomerati di polvere a grandezza naturale.
Cosa? Adrienne si gir. Dove?
Gabrielle accenn col capo alle signore sul vialetto. Eruzioni
vulcaniche di pizzo. Il Puy de Dme impallidisce al confronto,
disse, riferendosi al pi grande dei vecchi vulcani che
circondavano Aubazine.
Gabrielle! esclam Adrienne. Si port una mano alla
bocca e sgran gli occhi. Mi raggelai, temendo che Gabrielle
l'avesse offesa e che non volesse pi saperne di noi. Ma sotto
la mano, Adrienne stava cercando di contenere una risata. Disse,
affettando un tono serio: Gli archeologi le troveranno, un
giorno, preservate per i posteri come i corpi di Pompei. Sepolte
non sotto la cenere, ma sotto il pizzo.
Ridemmo tutte insieme. Era bello prendere in giro quelle
persone che ignoravano la nostra esistenza.
Verr un gran mal di testa a portarsi tutta quella roba sul
cappello, osserv Gabrielle.
Come dev'essere bello non avere altro da fare che vestirsi
come bonbon e passeggiare al parco senza un pensiero al mondo,
dissi io.
Ma Ninette, rispose Adrienne, assumendo un'espressione
solenne. Queste non sono semplici passeggiate al parco.
Non vedi? Guardali come si muovono e come si scrutano l'un
l'altro. Vedi come gli uomini gonfiano il petto, e le signore battono
le ciglia rivolte agli uomini, ma si lanciano occhiatacce
l'una con l'altra? Questi sono affari, gli affari dell'amore e del
corteggiamento. Sospir e si pos una mano sul cuore. Non
 meraviglioso?
Guardai meglio, cercando di vedere le ciglia che battevano
e le occhiatacce, ma prima che potessi riuscirci Adrienne si alz
dalla panchina lisciandosi la gonna. E adesso, chries, dobbiamo
tornare prima che Maman ci mandi i gendarmi.
Ci prese a braccetto, ma anzich portarci di nuovo verso
l'arco di mattoni e la citt, si diresse verso uno dei vialetti di
ghiaia conducendoci alla passeggiata: e l, soffocando una risata,
ondeggiammo e ancheggiammo come se anche noi, un giorno,
fossimo destinate agli affari di cuori e al corteggiamento.
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CAPITOLO 5.
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L'indomani, il quattordici luglio, passeggiammo tra le bancarelle
della fiera, tra la ruota della fortuna e gli altri giochi, il palco con
la banda che suonava, gente a perdita d'occhio, giovani e vecchi.
C'erano tutti, tranne quelle che noi chiamavamo le Eleganti.
Dove sono? chiesi ad Adrienne. Dopo la passeggiata al
parco del giorno prima, ero impaziente di rivedere le Eleganti,
pi di ogni altra cosa. Pi degli spettacoli dei burattini, pi
degli uomini che si arrampicavano sul palo della cuccagna per
conquistarsi il prosciutto appeso in cima.
Nei loro chteaux,, rispose. Non vengono alle fiere di paese.
Le fiere sono per i poveri.
Ma certo. Ecco perch c'eravamo noi, l.
Ma ancora per poco. Adrienne, come al solito, aveva un'idea
migliore. Ci sono altri posti in cui vedere le Eleganti...
Ci fermammo in un tabac e con le monete da un franco che
ci aveva dato Ppre comprammo riviste con belle donne in
copertina, per cinquanta centesimi l'una: Vernina, La Vie Heureuse,
L'Illustration. Tornate a casa, ci rifugiammo in soffitta tra
i sacchi di cereali e le erbe aromatiche appese al soffitto. Dalla
finestra aperta arrivava la musica lontana delle bande.
Vedete, disse Adrienne, mostrandoci le riviste. Ecco dove
sono le nostre Eleganti. Qui c' tutto quello che ci serve.
Che ci serve per cosa? domand Gabrielle.
Adrienne sorrise. Per diventare un'Elegante, naturalmente.
Io e Gabrielle ci scambiammo un'occhiata. Anche noi potevamo
diventare Eleganti?
Adrienne sfogli le pagine ed eccoli l, gli uomini e le donne
dell'alta societ, di quella che Adrienne chiamava la haute.
Pagina sei: Eleganti che passeggiavano a braccetto nel Bois de
Boulogne, affascinanti gentilhommes che le scrutavano da dietro
i folti baffi. Pagina otto: Eleganti radunate nei salotti pi
esclusivi di Parigi per un evento di beneficenza, Eleganti che
compravano fiori da bambine in abitini vaporosi. Pagine undici,
quattordici e quindici: Eleganti in posa con indosso gli ultimi
modelli dei grandi couturiers.
Guardate quella acconciatura, disse Adrienne, indicando
le pagine patinate. Non  sofisticata? Pi tardi andiamo a
prendere le mie forcine e proviamo a rifarla uguale. Ah, e questo
cappellino? Incantevole! Mia sorella Julia compra semplici
cappelli di paglia e li decora con le sue mani. Penso che saprebbe
rifare questo.
Ci passammo un paio di forbici. Io e Adrienne ritagliammo
le foto dei matrimoni, le spose con meravigliosi bouquet a
cascata. Gli sposi accanto a loro, alti e fieri nelle divise militari
coperte di nastri, fasce, medaglie con soli e stelle. Chiss che
effetto faceva ricevere quelle investiture, sfoggiare un raggio
dorato sul petto?
Julia-Berthe scelse una foto della regina di Romania con le
figlie, bambine ben vestite con i capelli morbidi e lo sguardo
indifferente dei privilegiati. Ai loro piedi e in grembo sedevano
cagnolini dal pelo folto e pulito, non i meticci arraffati che
frequentavamo noi.
C'erano recensioni di spettacoli teatrali e ritratti di attrici in
pose drammatiche, con gli occhi sgranati e ricolmi di emozione.
Gabrielle collezionava quelle.
Mi sembrava che si fosse alzato un velo. Grazie alle riviste,
le Eleganti non erano pi solo una fugace apparizione in un
parco, una nube sfocata di pizzo bianco e ombrellini parasole
destinata a svanire per sempre. Quelle Eleganti potevamo tenercele,
ritagliarle, studiarle, racchiuderle nelle scatole di latta
delle pastiglie di Vichy che Adrienne aveva preso per noi da
una delle cataste di merce di Mmre, perch cos sar pi
facile portarle in convento senza essere scoperte. Invece di
imitare le vite dei santi, come volevano le suore, ora potevamo
imitare le vite delle Eleganti, il loro stile, gli atteggiamenti, le
espressioni, ogni cosa.
Mentre calava la sera, cercai di non pensare che l'indomani
ce ne saremmo andate. E invece quella pesantezza mi scendeva
lentamente addosso, come se si fosse appostata l in attesa,
incombendo sulle mie spalle come un nugolo di moscerini. Solo
Julia-Berthe voleva tornare al convento, perch temeva che
nessuno avesse dato da mangiare agli uccelli nel cortile.
Adrienne promise che ci saremmo riviste. A ogni ricorrenza
festiva, disse, saremmo venute a Clermont-Ferrand. Ci lasci
anche un souvenir da portarci via: Monsieur Decourcelle.
Ma chi ? bisbigliai, perch Julia-Berthe si era addormentata.
 uno scrittore, rispose Adrienne. L'avrai sentito nominare.
Sentiamo nominare soltanto santi e apostoli, noi, disse
Gabrielle. Le suore non parlano d'altro.
Ma non potete non conoscere Monsieur Decourcelle! protest
Adrienne. La vita  troppo triste senza di lui. Ha scritto
Chambre d'Amour, Brune et Blonde, La buveuse des larmes...
e tanti altri romanzi. Scrive di orfane che sposano marchesi, di
contadinelle che diventano regine della societ parigina. I poveri
che diventano ricchi e i ricchi che diventano poveri. Voil. Non
riesci a smettere di leggere.
Sentimmo il crepitio dei fuochi d'artificio in lontananza. Era
iniziato lo spettacolo pirotecnico. Dalla finestrella della soffitta
guardammo le luci tremolare in cielo, una nevicata lectrique.
Orfane che sposano marchesi? dissi, senza distogliere gli
occhi dai lampi di luce.
Sono soltanto storie, Ninette, disse Gabrielle.
La ignorai e mi rivolsi ad Adrienne, posandole una mano sul
braccio. Dove possiamo trovare queste storie?
Tir fuori un libricino dalla borsa. Vengono pubblicate a
puntate sulle riviste. Si chiamano mlo. Melodrammi. Mia sorella
Julia aspetta ogni settimana la nuova puntata, poi le cuce
tutte insieme e me le d. Questa  La danseuse au couvent. La
storia di una ballerina ricca e bellissima dell'Opra di Parigi
che rinuncia a tutto per farsi suora e...
Gabrielle sbuff. Nessuno farebbe mai una cosa del genere...
Sssttt, dissi io, irritata dall'interruzione.
...lascia tutti i suoi beni a una contadinella. Questa contadinella
si trasferisce a Parigi e inizia a fare la vita della ballerina:
ricchi pretendenti, gioielli e abiti di seta. Diventa la beniamina
della citt e salva dalla povert la sua famiglia. C' passione e
romanticismo, e i personaggi indossano abiti splendidi e abitano
nelle ville pi lussuose.
Non trattenni un sospiro. Fuori della finestra lampeggiavano
ancora l'oro e l'argento.
Le suore di Moulins vi permettono di leggere queste cose?
domandai.
Adrienne scosse la testa. Ho dei nascondigli. C' sempre
un'asse del pavimento che si alza, da qualche parte. Portalo con
te ad Aubazine, Ninette. A me non serve pi. E magari tra noi
tre - io, te e Monsieur Decourcelle - riusciremo a convincere
Gabrielle che un'orfanella pu davvero sposare un conte.
Quella notte i miei sogni non furono popolati dai fantasmi,
da mia madre fredda e grigia su una branda. Invece tornai al
parco, avvolta in tanti strati del pizzo pi pregiato, come se fossi
qualcosa di prezioso, da conservare con cura. Un giardino
in miniatura faceva bella mostra di s sulla mia testa, e ondeggiavo
disinvolta, circondata da gentilhommes muniti di bastoni
inutili. Ero un'Elegante. Ero l'eroina di un mlo di Decourcelle.
Ero qualcosa di meglio. Sognare diventava molto pi facile
quando sapevi cosa sognare.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Che stai facendo? strepitai, guardando Gabrielle nella luce
smorzata e intrisa di polvere della soffitta del monastero. Avevamo
nascosto La danseuse au couvent sotto le assi del pavimento
come ci aveva consigliato Adrienne, ed ecco Gabrielle
che tirava via i punti di cucitura, facendo a pezzi il libro.
Sssttt, disse, girandosi a guardare la porta. Ti sente tutto
il Massiccio Centrale. Lo sto facendo per noi. Cos possiamo
leggere quando vogliamo. Estrasse alcune pagine e le mise in
tasca. Ce lo porteremo a lezione, in cortile, ovunque andiamo.
Lo nasconderemo nei quaderni e nei libri di storia. Le suore
non lo sapranno mai. Non capisci, Ninette? disse, con un sorriso
impertinente. Possiamo leggere Decourcelle dalla mattina
alla sera.
Possiamo. Gabrielle non ci aveva messo molto a cadere vittima
dell'incantesimo di Decourcelle.
Ora coprivamo i racconti di devozione e persecuzione nelle
Vite dei santi con le passioni assai pi terrene di Decourcelle,
e finita la lettura ci scambiavamo i fascicoli. Era lui il nostro
insegnante, non i beati o le suore. Leggevamo a ricreazione.
Leggevamo nelle ore di riposo. Leggevamo in ogni momento,
tanto che le suore ci portavano a esempio con le altre ragazze.
Marguerite, smetti di guardare nel vuoto, diceva la Madre
superiora. Guarda Gabrielle, vedi come si concentra nella
lettura?
Oppure: Pierrette, svegliati! Il libro ti  caduto in grembo!
Perch non puoi fare come Antoinette?
Non svelammo il nostro segreto a Julia-Berthe. Lei era ligia
alle regole e avrebbe confessato tutto, per senso di colpa. Ma
alla sera, prima di addormentarmi, mi mettevo a letto con lei e
le raccontavo passi della Danseuse e pregavo che invece di sognare
nostra madre sognasse, come me, ballerine, marchesi e
amore a prima vista.
Come aveva promesso Adrienne, dopo la festa del quattordici
luglio fummo invitate ancora a Clermont-Ferrand per l'Assunzione
ad agosto, per l'Ognissanti a novembre, per Natale
a dicembre e infine per la Candelora a febbraio. Ogni volta
compravamo nuove riviste per tenerci al passo con le ultime
mode. Ritagliavamo altre fotografie e riportavamo nuovi mlo
di Decourcelle ad Aubazine. Man mano che cresceva la nostra
biblioteca segreta, le possibilit si espandevano e il nostro mondo
si ampliava.
Quando andammo l per Pasqua, ad aprile dell'anno successivo,
pioveva comme vache qui pisse, come piaceva dire a
Ppre, e dovevamo restare sempre in casa. Ppre consegn a
ciascuna di noi una moneta e poi se ne and al caff. Mmre
era fuori e la casa era tutta per noi ragazze.
Daremo un t, annunci Adrienne. Tutte le Eleganti
prendono il t di pomeriggio. Dobbiamo fare pratica.
Corremmo fuori sotto il diluvio per comprare il t. Adrienne
e Gabrielle spesero il resto dei loro soldi in nastri e limoni,
il cui succo si diceva servisse a uniformare l'incarnato. Julia-
Berthe spese ci che le restava in scatole di sardine per i gatti
randagi che si aggiravano intorno alla casa dei nonni. Quanto a
me, decisi di tenere da parte i miei soldi.
Ma non c' niente da comprare ad Aubazine, disse Gabrielle.
Non sono per Aubazine, risposi. Sono per dopo.
Gabrielle rise. Dopo?  troppo lontano. Voglio qualcosa
di dolce adesso, prima di tornare al convento, dove qualsiasi
cosa di meno sciapo dell'ostia  peccato di gola. E poi, cosa potresti
comprare con pochi centesimi?
La ignorai e strinsi le monete, solide e pesanti, come se tenessi
in tasca un pezzo del mio futuro.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
La domenica pomeriggio dovevamo seguire suor Xavire su e
gi per i colli del Massiccio Centrale per irrobustire la nostra
costituzione, che secondo le suore era stata indebolita dalla povert
della nostra prima infanzia. Durante una di quelle escursioni
invernali, mentre cercavo di immaginare che fosse primavera,
e di essere nel Bois de Boulogne come le Eleganti sulle
riviste, a passeggiare all'ombra di un parasole in seta bordata di
pizzo, sentii che Gabrielle diceva a Hlne: Nostro padre  in
America. Ha fatto fortuna e presto torner a prenderci.
Rischiai di inciampare su un pezzo di roccia vulcanica che
sporgeva dal terreno, e per poco non rovinai a terra. Hlne
sbuff in un risolino. Se ha fatto fortuna, cosa ci fate qui tu e
le tue sorelle?
Gabrielle rest a testa alta. Per l'istruzione. Gli ho scritto
per chiedergli di comprarmi un abito di chiffon bianco. Ha
promesso di portarmelo.
 una bugia, disse Hlne.
Sei solo invidiosa, disse Gabrielle.
Hlne incroci le braccia sul petto. Sei uguale a tutte noi.
Un'orfana che nessuno vuole. Smettila di crederti migliore.
Sono migliore. Chiunque  migliore di te.
No, anzi, sei peggio di me. Almeno i miei genitori sono
morti, ma tuo padre  ancora vivo. E non ti vuole. Probabilmente
non ti ha mai voluta.
Avrei voluto sferrare un calcio a Hlne, il pi forte di cui
fossi capace. Volevo buttarla gi da un precipizio e ascoltarla
gridare per tutta la caduta.
Mi intromisi tra Gabrielle ed Hlne e infilai una mano in
tasca. A volte portavo con me le monete di Ppre che avevo
risparmiato. Torner a prenderci, dissi a Hlne. E ci manda
anche dei soldi. Guarda.
Le mostrai la mano aperta, lasciai brillare le monete al sole
per un istante e le misi subito via. Hlne era paonazza.
Ecco, vedi, te l'avevo detto, esclam Gabrielle.
Mah, disse Hlne. Si avvicin a Pierrette e le due si allontanarono
in gran fretta.
Io e Gabrielle continuammo a camminare in un silenzio imbarazzato,
mentre le sue parole mi riecheggiavano in testa. Nostro
padre sarebbe tornato? Lei gli aveva scritto?
Non poteva essere vero. Non lo era, lo sapevo, e all'improvviso
provai un senso di nausea. Dopo tutti i nostri soggiorni a
Clermont-Ferrand, tutto il tempo passato con Adrienne, tutte
le storie dei mlo, credevo che Gabrielle non pensasse pi tanto
ad Albert, che avesse smesso di sperare nel suo ritorno. Ero
felice che Julia-Berthe camminasse pi avanti, vicino a suor
Xavire, e che non potesse sentirci. Avrebbe creduto a ogni parola.
Mi strinsi la sciarpa al collo mentre i pensieri cupi mi frullavano
in testa. Io sognavo un bel principe, Gabrielle sognava
Albert. Per lei era la stessa cosa.
Forse  andato davvero in America, disse infine. Forse
ha davvero fatto fortuna. Forse sta venendo a prenderci.
Scossi la testa. Avevo la bocca asciutta, la gola secca. Hai
sentito le conversazioni da Mmre. A volte, quand'eravamo
l, i vicini e gli altri parenti chiamavano Albert le grand
sducteur. Uno di loro aveva detto di aver sentito che Albert
era a Quimper a vendere scarpe da donna. Secondo un altro
era a Nantes a vendere biancheria intima. Non  tanto lontano,
dissi a Gabrielle, eppure sceglie di non avere niente a che
fare con noi.
Lo sguardo che Gabrielle mi punt addosso era molto pi
adulto della sua et. Era uno sguardo duro, come una crosta
che protegge una ferita. A maggior ragione  giusto trasformarlo
in qualcosa che non , disse.
Gli alberi si piegavano sotto il vento e nugoli di foglie si levavano
in aria, come a tentare di riprendersi il posto lasciato sui
rami. Al convento, una folata aveva fatto aprire un vecchio cancello
di ferro che ora ondeggiava avanti e indietro rintronando
a ogni colpo. Odiavo il vento, perch si insinuava ovunque e
faceva cigolare e tremare ogni cosa.
Quel pomeriggio finii in infermeria, dopo aver preso freddo
nella passeggiata domenicale. Un istante prima mi sentivo scottare,
come se mi andassero a fuoco le interiora, e un istante dopo
battevo i denti per il freddo. E cagionevole di salute, proprio come
sua madre, immaginavo che bisbigliassero le suore, facendosi
il segno della croce come sempre quando parlavano dei morti.
Suor Bernadette, la responsabile dell'infermeria, mi avvolse
in un lenzuolo bagnato per far abbassare la febbre. Mi spalm
un unguento sul petto, mi diede da bere un decotto di vino forte
e, come ulteriore precauzione, mi vers sulla fronte qualche
goccia di acqua santa. Sarei sopravvissuta, dichiar, ma la prudenza
non  mai troppa.
Gabrielle si offr di sedere al mio capezzale. Cos poteva
leggere invece di andare al catechismo e a lezione di ricamo.
Stava china sulle Vite dei santi, leggendo a voce bassa perch
suor Bernadette non si accorgesse che non erano le tribolazioni
dei santi, quelle che mi raccontava, ma le tribolazioni della
Danseuse au couvent.
Mentre il vino medicamentoso entrava in circolo insieme alle
parole di Gabrielle, mi sentii assalire dalla sonnolenza. Udii
a malapena la Madre superiora e suor Xavire che entravano
nella stanza proprio mentre Gabrielle iniziava a leggere parte
in cui Yvette, la contadina che si scambia di posto con la ballerina,
arriva a Parigi.
Gabrielle smise di leggere e si affrett a chiudere il libro. Le
suore avevano un'espressione cupa. Stavo davvero per morire,
quindi? Erano venute a dirmi quello? La Madre superiora mi
fiss con un sopracciglio alzato fin quasi alla fascia bianca del
velo che copriva l'attaccatura dei capelli.
Gabrielle scatt in piedi. Era talmente pallida che si indovinavano
le vene bluastre sulla fronte, simili alle strisce di muffa
sulla crosta del formaggio. Che ci fate con quella? disse alle
suore. Non  vostra.
Mi levai sul gomito e vidi che la Madre superiora aveva in
mano la mia scatola di latta bianca e blu, dove avevo riposto le
monete dopo la nostra passeggiata. Sentii stringere lo stomaco.
Avevo nascosto la scatola in un angolo buio sotto il mio letto
nel dormitorio.
La Madre superiora cit il Vangelo secondo Matteo. Non
fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano,
e dove...
I ladri scassinano e rubano! esclam Gabrielle, interrompendola.
Si lanci verso le suore con i gomiti in fuori e il mento
in avanti. Non era pi la danzatrice in convento, la cui postura
entrambe cercavamo di imitare. Era la contadina cresciuta nelle
strade dell'Alvernia. Quelli sono i soldi di Antoinette. Non
avete il diritto di prenderli, disse.
Rabbrividii, sia per le monete sia per l'audacia di Gabrielle.
Che ne sar di te, Gabrielle? disse suor Xavire. Conosci
bene la Bibbia. Quindi tu e Antoinette dovreste sapere che il tesoro,
se ce n' uno, sar in paradiso, non qui tra i beni terreni.
Volevo gridare, ma ero troppo frastornata, la febbre mi stava
facendo scoppiare la testa. Le mie monete. Le mie preziose
monete. Erano per il futuro. Per qualcosa di meglio.
La Madre superiora apr la scatola. E questi? disse, tirando
fuori le mie Eleganti di carta, le mie coppie di sposi, i principi
e le principesse. Dovresti collezionare santini, non falsi idoli.
Fuori ululava il vento, scuoteva le finestre. Il cancello rotto
sbatteva come una vecchia campana rotta. Nel mio stato febbrile
mi riecheggiavano dentro il vento, i rumori, il disprezzo
sul volto della Madre superiora. Ero troppo malata per reagire.
Ma Gabrielle non si arrendeva. Si rivolse alla Madre superiora
con voce pi controllata. Per favore, Ma Mre. Nostro
nonno d a ciascuna di noi una moneta da spendere quando
andiamo a trovarlo. Io ho speso tutte le mie in sfizi egoisti. Ma
Antoinette risparmia sempre le sue. Potrebbe sprecarle in
dolciumi e nastri come me, e invece no. Le mette da parte, perch
cos, quando se ne andr di qui, avr qualche risparmio per
farsi una vita.
Guardai l'espressione ferma della Madre superiora, sperando
che cambiasse, ma non fu cos. Tir fuori quei pochi soldi,
li soppes nel palmo della mano e poi li strinse tra le vecchie
dita artritiche.
Dobbiamo fare l'elemosina ai poveri e ai bisognosi, disse,
seguendo l'esempio del nostro Salvatore. I preti stanno facendo
una colletta per la Mission Catholique in Cina, per sfamare i
bambini poveri di Shanghai. Questi soldi andranno a loro, come
esercizio di devozione.
Le due suore girarono sui talloni e se ne andarono, con le
sottogonne che strusciavano sul pavimento e il rosario appeso
alla cintura che dondolava sul fianco. Fecero cenno a Gabrielle
di andare con loro.
Iniziai a piangere, il genere di lacrime che inizia col silenzio.
Da qualche parte in fondo ai miei pensieri febbricitanti mi dissi
che almeno le suore non avevano menzionato la bugia a proposito
di nostro padre. Ma i singhiozzi arrivarono Subito, e ben
presto il cuscino si bagn e inizi a colarmi il naso. Non ero La
buveuse des larmes.
Piansi per Gabrielle, che ancora si struggeva per Albert, ma
dissimulava con orgoglio e bugie; per Julia-Berthe, che vedeva
fantasmi in ogni angolo; per i fratelli che non conoscevo. E
piansi per la perdita della mia scatola di latta bianca e azzurra,
che era come un'altra stanza del mio cuore, la pi sacra di tutte.
Restai in infermeria per una settimana, con i brividi che andavano
e venivano. Julia-Berthe mi portava un brodo che mi scaldava
dall'interno come una coperta morbida. Alla fine mi sentii
meglio, ma quando entravano le suore continuavo a tossire e a
lamentarmi. Non volevo alzarmi dal letto. Volevo solo dormire.
Quando entr suor Xavire, nel fine settimana, rabbrividii e
cercai di nascondermi sprofondando sotto le coperte. Aspettai
che battesse le mani, che gridasse e mi costringesse ad alzarmi.
Svegliati, mio cuore! Svegliatevi, arpa e cetra!
Ma stavolta non parl a voce alta come al solito. Non mi defin
debole o pigra, non mi rimprover dicendo che sarei finita
come mia madre. No, mi disse che aveva parlato con la Madre
superiora e l'aveva convinta a non dare i miei risparmi ai bambini
cinesi affamati.
 stato saggio da parte tua risparmiare quei soldi, mi disse.
Non averli scialacquati come ha fatto Gabrielle. Serber
per te i tuoi risparmi, Antoinette, finch non arriver il momento
di andartene da qui, quando ti serviranno davvero. I bambini
che muoiono di fame in Cina? Abbiamo poveri e bisognosi
a sufficienza qui in Francia. Quando tu e le tue sorelle siete venute
da noi quattro anni fa, eravate cos magre e sporche. Parlavate
solo il patois. Non sapevate neppure recitare il Credo. E
ora lo sapete a memoria.
Quando mi pos una mano sulla testa sentii serrare la gola.
Tutti i brutti pensieri che avevo fatto su suor Xavire... e adesso
era cos gentile con me.
Avevo sempre pensato che le suore volessero solo tormentarci.
Ma mi si materializz agli occhi della mente l'immagine
di quel che eravamo state al nostro arrivo ad Aubazine e di quel
che eravamo ora. Le suore ci avevano plasmate come i ruscelli
che scavano le pietre del Massiccio Centrale. Ci avevano dato
l'unica casa che avessimo mai conosciuto e ci avevano preparate
per il mondo fuori delle mura del convento, e cos ci avevano
rese migliori. Anche nei libri di Decourcelle, un principe non
sposava una ragazza che parlava solo il patois.
...
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...
CAPITOLO 8.
...
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...
Eravamo certe che presto ce ne saremmo andate da Aubazine
e ci saremmo fatte una vita per conto nostro. Julia-Berthe aveva
quasi diciotto anni, Gabrielle quasi diciassette e io tredici.
Quel poco del mondo esterno che avevamo visto con Adrienne
ci rendeva ancora pi impazienti.
Per il terzo anno di fila celebrammo il quattordici luglio a
Clermont-Ferrand. Ma non risparmiai pi i soldi che ci dava
Ppre. Nonostante le rassicurazioni di suor Xavire, temevo
che la Madre superiora cambiasse idea e spedisse in Cina tutti
i miei averi. Non li risparmiai anche perch trovai un altro modo
per spenderli. Mentre Julia-Berthe aiutava Mmre alla sua
bancarella al mercato, io, Gabrielle e Adrienne andammo dalla
zingara che stava appostata in disparte. Julia-Berthe, sempre ligia
alle regole, lo riteneva blasfemo e peccaminoso. Ma io ero
guidata da quel versetto di Geremia: Infatti io so i pensieri che
medito per voi. Forse Dio ha inciso quei pensieri sui nostri palmi.
Mi sembrava un buon modo per tenerne traccia. O forse il
divino si mostrava nella disposizione delle carte di una zingara.
Avevamo ereditato la superstizione da nostro padre, che si
portava sempre una spiga di grano in tasca. Per la prosperit,
diceva. Quando tornava da un viaggio faceva un gran teatro:
posava una mano sulla testa di ciascuno di noi a turno,
Julia-Berthe, Gabrielle, Alphonse, io e Lucien, e poi ci contava.
Uno, due, tre, quattro, cinque. Cinque. Il mio numero
fortunato. Ora sapevo che erano tutte chiacchiere. Non aveva
mai pensato che portassimo fortuna. Ma anche Gabrielle aveva
adottato il numero cinque come il suo preferito: quand'eravamo
piccole lo tracciava sulla terra con un bastone. Ad Aubazine
incideva stelle a cinque punte e mezzelune come quelle
dei misteriosi mosaici che pensavamo portassero fortuna, e che
calpestavamo ogni volta che passavamo in corridoio, come se
potessero conferirci qualche potere celestiale.
La zingara portava in testa uno scialle oro e viola, sopra i
folti capelli spettinati, e mescolava carte Sibille Lenormand con
disegni misteriosi; le sparpagli sul tavolo. C'era una nave, una
nuvola, un albero, una croce, una bara e significavano cose diverse
in diverse combinazioni, e solo gli zingari sapevano interpretarle.
Le nuvole significavano guai. Ma le nuvole stazionavano
gi sopra i colli del Massiccio Centrale come sacchi di farina.
Ci eravamo abituate. Soldi, amore: di quello volevamo sapere.
Un giorno avrai grandi ricchezze, disse la zingara, leggendo
la sorte di Gabrielle.
Lo dice per convincermi a darle i miei soldi oggi, bisbigli
Gabrielle.
Vivrai una grande storia d'amore, disse la zingara ad
Adrienne quando fu il suo turno.
Adrienne si sporse in avanti. Ma chi sposer?
Lei e Gabrielle andarono a cercare altre risposte dalla chiromante,
mentre la zingara leggeva le mie carte.
Gli anelli che portava alle dita tintinnarono l'uno con l'altro,
mentre mescolava le carte. Le pos sul tavolo, rivelando
una bara sopra una croce. Aspettai che mi dicesse cosa significava,
ma mi fiss in silenzio come se potesse leggermi nel pensiero.
Gli occhi scuri e sconfinati spuntavano da sotto lo scialle
abbassato sulla fronte.
So che la bara pu essere un buon segno, dissi speranzosa.
La fine di qualcosa di brutto, ad esempio. O la scomparsa
di qualcosa di indesiderato...
Lei tir via le carte senza concludere la lettura.
Cos'era? Cosa significava?
A volte  meglio non sapere, disse lei con un'occhiata ammonitrice.
Mi sembr che dentro di me si fermasse tutto. Il cuore, i
polmoni, anche il sangue nelle vene. Sarebbe successo qualcosa
di terribile? Me lo dica, per favore.
Mi osserv attentamente. Ne sei sicura?
S.
Parl a bassa voce. Morte prematura.
Non volle dire altro. Si sfil un piccolo anello dal mignolo e
me lo porse. Prendi questo.
Era una spessa banda d'oro con una pietra gialla rotonda,
bello e opulento, degno di un'Elegante. Non avevo mai tenuto
in mano nulla di cos magnifico.
La pietra racchiude il potere del sole, disse la zingara.
Porta luce e calore anche negli angoli pi oscuri. Disse qualcos'altro
in una lingua che non riconobbi, poi si gir e l'espressione
le svan dagli occhi come una tenda tirata davanti a una
finestra.
Morte prematura. Qualcuno sarebbe morto giovane. Qualcuno
sarebbe morto prima del tempo. Poi, con sollievo, capii.
Nostra madre. Le carte parlavano di Jeanne.
Quando mostrai l'anello a Gabrielle e Adrienne, Gabrielle
lo esamin come se fosse un'esperta di gemme. Non  vero,
disse.
Come fai a saperlo? chiesi.
Perch te l'ha dato una zingara.
Adrienne intervenne. Ma proprio per questo potrebbe essere
vero. Gli zingari hanno i loro modi per mettere le mani sulle
cose. Oh, Ninette, pensa, forse  appartenuto a una regina!
Gabrielle scosse la testa. Le regine hanno le dita grassocce.
L'anello  troppo piccolo. Non entrerebbe mai a una regina.
Be', allora... dissi, perch mi rifiutavo di farmi rovinare
quel regalo da lei.  proprio della misura giusta per una principessa.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Io e Gabrielle condividevamo un segreto: i mlo sotto le assi
del pavimento, le pagine di Decourcelle nascoste nei libri. E io
avevo l'anello della zingara, legato a uno spago intorno al collo,
nascosto sotto la camicetta.
Ma mentre l'estate volgeva all'autunno, Julia-Berthe ci sorprese
con il segreto pi grande di tutti. Io e Gabrielle, cos immerse
nel mondo di Decourcelle, ce l'eravamo fatto sfuggire.
Era sfuggito a tutti. Sino al giorno in cui suor Genevive and
finalmente nel capanno del giardino a prendere una corda per
legare il cancello che sbatteva sempre.
Io, Hlne, Pierrette e Gabrielle eravamo radunate intorno
alla stufa accesa nella stanza del cucito, a fare pratica con i
punti per la millesima volta mentre Hlne non la finiva pi di
parlare di un ragazzo che lavorava al mercato della citt dove
lei si recava con la prozia in occasione delle feste comandate.
Le dita del ragazzo avevano sfiorato le sue mentre le consegnava
una susina, ed Hlne ne aveva dedotto che fosse innamorato
di lei. Le sue chiacchiere furono interrotte da uno strillo
acuto proveniente da qualche parte dentro il convento, che ci
fece sussultare.
L'ago e il filo mi caddero di mano. Sembrava la voce di Julia-Berthe.
In passato era inconsolabile quando vedeva un falco
scendere in picchiata dalle montagne per agguantare un coniglietto
tra gli artigli. E una volta aveva trovato un nido a terra
con le uova rotte, pezzi di guscio, due uccellini mai nati, rosa e
rugosi, mai destinati a volare.
Ma stavolta era diverso.
Scattai in piedi, nel panico, e mi diressi verso l'origine di
quelli che ormai erano singhiozzi aperti, seguita a ruota da Gabrielle.
Ci affrettammo in corridoio e gi per i vecchi gradini
di pietra sino all'andito che portava all'ufficio della Madre superiora
e ci fermammo davanti alla porta chiusa. Sentivamo i
mormorii sommessi delle suore. Julia-Berthe piangeva, ripeteva:
Ma lui dice che mi ama.
Lui.?
Io e Gabrielle ci scambiammo uno sguardo, cogliendo solo
una parte delle parole di suor Bernadette.
... era il figlio del vecchio fabbro... quello che doveva riparare
il cancello... ora capisco perch non  stato riparato... se
non fossi entrata in quel momento nel capanno del giardino...
sul punto della perdizione della carne.
Poi: Ges, Giuseppe e Maria e il rumore dei rosari sgranati.
Per un momento smisi di respirare. Julia-Berthe, quella ligia
alle regole. Julia-Berthe, che vedeva il mondo in bianco e nero,
giusto e sbagliato. Julia-Berthe se la faceva con un uomo di
nascosto?
Ma ha detto che mi ama, singhiozz lei rivolta alle suore.
Mi ama e mi vuole sposare.
La voce della Madre superiora fendette l'aria. Sposarti? 
gi sposato. Sua moglie ha appena avuto un bambino, battezzato
proprio qui al santuario.
Dietro la porta cal un silenzio profondo, carico del dolore
di Julia-Berthe.
No, disse con un fil di voce. No, non pu essere vero.
Lui vuole sposare me. Perch mi direbbe che vuole sposarmi
se  gi sposato?
Mi irrigidii, con quelle parole che mi rintronavano in testa.
Un uomo sposato. Un uomo che le mentiva. Un uomo con
una moglie e un figlio a casa. Un sducteur. Non diverso da nostro
padre.
L al convento, proprio sotto il nostro naso, Julia-Berthe era
stata ingannata da un uomo.
La porta si apr e io e Gabrielle scattammo all'indietro. Julia-
Berthe usc con gli occhi a terra e la faccia rigata di lacrime,
affiancata da due suore che la strattonavano in avanti. Poi usc
suor Bernadette, proclamando che dovevano trovare un prete,
subito, non c'era tempo da perdere.
Sparirono in fondo al corridoio, mentre altre suore uscivano
alla spicciolata dall'ufficio della Madre superiora, troppo
distratte per cacciarci di l. Poi usc suor Xavire e la Madre
superiora.
Che ci fate voi qui? Tornate a cucire.
Julia-Berthe sta bene? domandai.
Che ne sar di lei? chiese Gabrielle.
La Madre superiora ci guard con severit. L'eterno riposo
della sua anima  in pericolo. Vostra sorella ha commesso un
grave peccato contro la continenza. Si fece il segno della croce
e fil via.
Guardai Gabrielle, ma lei scosse la testa e borbott sottovoce,
con un'espressione perplessa. Se proprio devi peccare contro
la continenza, disse, fallo almeno con qualcuno di ricco.
Sapevamo fin da piccole cosa succedeva tra gli uomini e le donne.
Vivevamo in stanze anguste con le pareti sottili o senza pareti.
Vedevamo i gatti nei vicoli, le capre nei loro ovili, il bestiame nei
campi. Sapevamo che i bambini non venivano da sotto i cavoli.
Julia-Berthe ricordava cosa faceva nostro padre con nostra
madre quando tornava dai suoi vagabondaggi? Ricordava i
suoi grugniti nella notte, le ombre sulle pareti? Nostra madre
lo chiamava faire l'amour. Julia-Berthe, che vedeva solo il significato
letterale delle parole, avr pensato di poter fare l'amore
come si pu fare un golf con i ferri da calza. Che alla fine le
sarebbe rimasto qualcosa di tangibile, da conservare.
Nel convento, le altre orfane parlavano degli incontri segreti
di Julia-Berthe con il figlio del fabbro come di un grande
scandalo. Le suore ripetevano spesso un avvertimento di san
Gerolamo: se porti con te una forte somma in oro, sta attento a
non incontrare briganti. Mi veniva sempre da ridere quando lo
dicevano. Le suore sapevano che non avevamo oro, n piccole
somme n grandi. Ma ora capivo. Julia-Berthe aveva incontrato
un brigante. Che si era quasi portato via il suo oro.
Povera Julia-Berthe. Era sconvolta. Non perch avesse
quasi perso il suo oro, o perch a messa non poteva fare la comunione
e doveva restare seduta mentre ci mettevamo tutte in
fila. Non perch ai pasti e durante il giorno doveva digiunare
e passare pi tempo in preghiera o davanti alle stazioni della
via crucis.
Ma perch si girava sempre a guardare fuori della finestra
in direzione del cancello rotto, cercando in giardino il figlio del
fabbro. E lui non c'era mai. Le suore l'avevano bandito.
Dobbiamo proteggerla, dissi a Gabrielle una mattina dopo
la messa. Julia-Berthe era pi grande di me, ma aveva il cuore
pi tenero, si fidava di pi. Ha appena compiuto diciott'anni.
Le suore non le permetteranno di restare qui ancora a lungo.
La manderanno a fare la domestica o la lavandaia per qualcuno,
senza nessuno a vegliare su di lei.
Guarda cos' successo quando c'era qualcuno a vegliare su
di lei, disse Gabrielle. Come abbiamo fatto a non accorgerci
che usciva di nascosto?
Noi che la conoscevamo meglio non ne avevamo idea. Avevo
pensato che andasse a dar da mangiare agli uccellini o ai gatti
randagi. Avrei dovuto prestare pi attenzione.
Ma non preoccuparti, disse Gabrielle. Le suore non la
manderanno via, non ancora, non finch possono portarcela
come esempio per dirci cosa non dobbiamo fare.
Aveva ragione. Ora le suore passavano il tempo a catechizzarci
contro i peccati della carne. Suor Genevive ci faceva restare
in piedi e recitare in coro un versetto dalla lettera ai Galati. Le
opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurit,
dissolutezza... chi fa tali cose non erediter il regno di Dio.
Le suore portavano anche l'esempio dei martiri, leggevano
dalle Vite dei santi, piantavano per sempre negli angoli oscuri
della nostra mente gli atti terrificanti di quegli spiriti benedetti:
Assalito dalla tentazione dell'impurit, san Benedetto si
tolse il saio e si gett in un rovo di ortiche.
San Bernardo di Chiaravalle si butt in un fiume gelido in pieno inverno.
San Francesco d'Assisi si rotol nudo nella neve fin quasi a morirne.
Secondo voi avr funzionato? chiese Julia-Berthe a me e
a Gabrielle un pomeriggio a ricreazione, qualche settimana dopo
l'accaduto. Ci mostr il suo santino di san Francesco, quello con gli uccellini che gli svolazzavano intorno, che si portava
sempre in tasca. La neve fredda l'avr liberato da quei pensieri impuri?
Non essere ridicola, disse Gabrielle. I santi non sono veri.
Sono storie che si inventa la Chiesa per spaventarci.
Certo che i santi sono veri, disse Julia-Berthe. Sono in un libro.
Non sapevo se fossero veri o no, ma ero preoccupata per
Julia-Berthe. Pass un altro mese e lei guardava ancora fuori
della finestra a ogni occasione, sempre rivolta verso il cancello.
Ma un vecchietto con un braccio solo e una lunga barba grigia era venuto a ripararlo. Non sbatteva pi.
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CAPITOLO 10.
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Avrei dovuto saperlo quando il cielo era diventato grigio.
Quando l'aria si era fermata e le nubi erano scese a incombere
sopra le montagne, ed erano caduti i primi fiocchi, e poi sempre
di pi finch il mondo esterno si era coperto di bianco come un sacramento.
Ma ero asciutta e al caldo nell'aula, certa che fosse soltanto
una nevicata come le altre, e guardavo il problema di matematica
alla lavagna che Pierrette era chiamata a risolvere. Mentre usciva
dal banco per dirigersi verso la cattedra, Pierrette spost lo sguardo
sulla finestra e lanci uno strillo. Corremmo tutte alla finestra,
anche la suora, che sussult e ci ordin di tornare subito ai nostri
banchi. Chinate il capo e pregate, disse mentre correva fuori
della porta, con il copricapo che ondeggiava come un paio d'ali.
Non tornammo ai nostri banchi. Restammo a guardare lo
spettacolo di Julia-Berthe, nuda, che si rotolava nella neve: era
cos pallida da risultare quasi invisibile. Le suore corsero fuori
esalando nuvolette di vapore dalle labbra e cercarono di tirarla
in piedi, mentre il vento sferzava loro le sottane.
Il cuore mi pulsava in petto come un puntaspilli crivellato da mille aghi affilati.
Che sta facendo? bisbigliavano le altre ragazze, che non
vedevano quello che vedevo io: san Francesco che si rotolava
nudo nella neve. Stava cercando di purificarsi dalle tentazioni, dal desiderio del figlio del fabbro.
Suor Xavire prese Julia-Berthe tra le braccia e la port verso
la porta, coperta dagli scialli di lana nera delle suore. Da
quanto tempo era l fuori?
Corsi gi all'infermeria, ma le porte erano chiuse. Gabrielle
era gi l, e restammo vicine senza una parola.
Andr tutto bene, ci disse suor Bernadette quando finalmente
ci lasciarono entrare. Julia-Berthe dormiva. Mi inginocchiai
al suo capezzale e le presi la mano per sentire il polso,
guardai il corpo sotto le coperte per vedere alzarsi e abbassarsi il petto.
Oh, Julia-Berthe. Se solo ferite e dolori si potessero lavare
via con la neve fresca. Se solo il desiderio d'amore si potesse
smorzare con il freddo e il gelo, verrei anch'io l fuori con te.
Quando le suore ci dissero, qualche settimana dopo, che
Mmre stava venendo al convento, non mi stupii. Dopo il suo
soggiorno in infermeria Julia-Berthe era sgattaiolata fuori altre
tre volte. La trovavano a vagare per la citt in cerca del figlio
del fabbro, finch qualcuno la riportava indietro.
Non poteva restare ad Aubazine.
Sentii la Madre superiora e suor Xavire che parlavano fuori dal ripostiglio delle lenzuola, un pomeriggio, mentre ero l dentro a piegare le federe.
 meglio che Julia-Berthe stia con i parenti, disse la Madre superiora a bassa voce. I loro nonni si sono trasferiti a Moulins, e Julia-Berthe pu andare a stare con loro. Ma quanto
a Gabrielle e ad Antoinette, hai parlato con la Madre badessa?
S, rispose suor Xavire come per rassicurarla. Resteranno sotto stretta sorveglianza. Mi ha assicurato che la loro virt sar protetta.
E le porte? La Madre superiora non sembrava convinta.
Sempre chiuse a chiave. Potranno uscire solo per andare a messa e per altri nobili fini.
Ma la caserma dei soldati... disse la Madre superiora.
Dalla parte opposta della citt. Lontano dal Pensionnat.
Lasciai cadere la federa.
Caserma.
Pensionnat.
Non vedevo l'ora di dirlo a Gabrielle. Saremmo andate a Moulins, al Pensionnat Notre Dame. Saremmo andate a stare con Adrienne.
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NUOVE SILHOUETTE.
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MOULINS, 1900-1906.
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CAPITOLO 11.
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Ninette, sussurr Adrienne, sporgendosi dietro di me mentre
mi sedevo in sala da pranzo il nostro primo giorno al Pensionnat
Notre Dame. Sei nel posto sbagliato. Qui  dove si
siedono le payantes, le paganti.
Le paganti, spieg Adrienne, erano le ragazze ricche. Le ragazze
le cui famiglie pagavano. Noi invece eravamo le ncessiteuses,
le bisognose. Al Pensionnat, come scoprii subito, ciascuno
aveva il suo posto. Il nostro era in fondo.
Guarda come mangiano, disse Gabrielle, scrutando le ragazze
sedute al tavolo in fondo alla sala. Come maiali al trogolo.
E quella l, prosegu. La sua faccia sembra il Massiccio
Centrale, con il Puy de Dme proprio l sul mento. Eppure si
sente tanto migliore di noi.
Ed ecco qua. Accenn col capo a una ragazza con i capelli
scuri al capo del tavolo pi vicino a noi. Solo perch sei ricca
non vuol dire che non ti devi lavare. L'odore si sente da qui.
Noi bisognose avevamo tavoli diversi, dormitori diversi,
classi diverse, uniformi diverse. Tutte portavamo camicette e
gonne nere, ma quelle delle paganti erano nuove e ben inamidate,
in tessuti pregiati e costosi, mentre le nostre erano della
taglia sbagliata e la stoffa era lisa e lucida per il troppo uso,
sbiadita dai tanti lavaggi. Ci mettevamo sopra un grembiule
perch, mentre le paganti si esercitavano al pianoforte o ricamavano
al piano di sopra, noi eravamo di sotto a lavare i pavimenti
e le pentole. Indossavamo la plerine, una mantellina che
cingeva le spalle come i petali di un fiore; quella delle paganti
era fatta di lussuoso cachemire color granata, mentre il nostro
era di lana nera, ruvida e nodosa, come se le paganti fossero le
rose e noi le erbacce.
Ad Aubazine sapevamo di essere povere, ma lo eravamo
tutte. Non ci pensavamo in continuazione. L invece ci veniva
ricordato a ogni istante.
Anche alla messa solenne, noi bisognose avevamo il nostro
posto.
Nella cattedrale, le paganti procedevano in parata nella prestigiosa
sezione centrale con il resto della congregazione, mentre
noi, simboli di carit cristiana, venivamo relegate in un angolo,
tremebonde sotto le alte volte e gli archi a sesto acuto, tra le sculture
e i gargoyle e le finestre istoriate che Gabrielle considerava
volgari, cos diverse dall'austera semplicit di Aubazine. Le canonichesse,
con le maniche abbottonate al corpetto dell'abito,
si univano alle paganti come fossero ricche zie, e forse lo erano.
Solo un'anziana canonichessa, suor Ermentrude, sedeva con noi
per tenerci d'occhio; evidentemente le era stato assegnato l'incarico
meno ambito.
 incredibile che ci ritengano degne del corpo di Cristo,
sospir Gabrielle una domenica, dopo aver preso la comunione,
quando tornammo a inginocchiarci al banco per la lunga
preghiera silenziosa.
Loro si prendono il corpo, risposi. Noi, probabilmente,
solo un braccio o una gamba.
Non l'avevo intesa come una battuta, ma accanto a me
Adrienne sbuff dal naso e con la coda dell'occhio vidi che cercava
di trattenere una risata. Le tremavano le spalle. Aveva le
guance arrossate. Il contagio si propag a Gabrielle e poi a me.
Pi ci sforzavamo di non ridere, pi tutto diventava spassoso.
Le altre orfane ci guardavano storto, temendo che cacciassimo
anche loro nei guai. Ridere durante la messa era praticamente
un peccato mortale.
Ma suor Ermentrude era dura d'orecchi, e le altre canonichesse
erano lontane, dall'altra parte della navata. Non potevano
vederci. Non potevano sentirci. Non potevano raggiungerci
con un bastone. I ricchi e i potenti, arroccati nella loro torre
d'avorio, non avevano idea di cosa facessero i poveri.
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CAPITOLO 12.
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Se non possiamo avere i tessuti pregiati delle paganti, disse
Gabrielle, avremo il taglio pi accurato. Quelle pecore non
sono certo migliori di noi.
Quand'eravamo arrivate al Pensionnat, sei mesi addietro,
ciascuna di noi aveva ricevuto due completi dell'uniforme da
bisognosa. Nella stanza di Adrienne - che era tra le favorite
delle canonichesse e quindi aveva una cella tutta per s - guardai
la seconda uniforme di Gabrielle scucita lungo gli orli: le
maniche, il colletto, il davanti e il dietro erano disposti sul letto
come i pezzi di un puzzle insieme alle parti della gonna.
La guardai allarmata.
Non ti preoccupare, mi disse. Rimetter insieme i pezzi
in modo che cada bene. Queste maniche sono ridicole. Sembriamo
pagliacci. E queste gonne! Sembra che facciamo la corsa
nel sacco alla fiera di paese.
Era vero. Andai in giro per tutto il giorno sentendomi una
patata con i piedi. Mentre Adrienne aveva un'aria composta
nella sua uniforme, perch la sua grazia naturale riusciva a
compensare la scarsa qualit, io e Gabrielle, snelle e minute,
venivamo inghiottite dalla stoffa come Giona nella balena. Le
maniche troppo larghe finivano nella minestra, nel calamaio e
nell'acqua per lavare i piatti, e camminando inciampavamo sulla
stoffa in eccesso della gonna, perch la punta dello scarponcino
si impigliava sull'orlo.
Sapevo che le canonichesse avrebbero punito Gabrielle per
aver distrutto oggetti che non le appartenevano, per la vanit e
per una litania di altri peccati che avrebbero snocciolato come
Mos con i lampi e i tuoni e gli squilli di tromba. Ma poi pensai
a come ci guardavano le paganti, sempre dall'alto in basso,
e allora andai a prendere la mia seconda uniforme e iniziai a
strappare via le cuciture dagli orli. Ogni volta che tiravo via un
filo immaginavo di tirare i capelli a una pagante o di allentare
quell'espressione tirata sul viso delle canonichesse.
Per due settimane lavorammo in segreto ogni volta che avevamo
del tempo libero. Adrienne ci aiutava quando poteva.
Ninette, fai punti troppo larghi. Falli pi piccoli, mi istruiva
Gabrielle, con una ruga tra le folte sopracciglia nere.
Tiralo via, Ninette, e rifallo. E storto.
No, Ninette, non usare il sottopunto. Per l'orlo serve il
punto mosca,  pi resistente.
Certe volte avrei voluto pungerla con l'ago. Ma era un lavoro
importante. Non stavamo cucendo orli o ricamando croci
su lenzuola e federe per qualche sconosciuto, come facevamo
ad Aubazine. Quello era diverso, e Gabrielle era tanto esigente
con il suo lavoro quanto con il mio. Se non era soddisfatta del
risultato, ricominciava da capo e mi costringeva a fare lo stesso.
Il cucito aveva assunto un nuovo fascino per lei, ora che lo
praticava per se stessa. Si provava l'uniforme modificata e ne
studiava l'effetto nel riflesso della finestra, poi mi chiedeva di
indossare la mia e tirava, raddrizzava, sistemava.
No, diceva scuotendo la testa. No. Non va ancora bene.
Quando finalmente Gabrielle fu soddisfatta del risultato,
arriv il momento del nostro grande debutto.
Nella luce grigiastra dell'alba, la mattina dopo, mi abbottonai
la camicetta e mi lisciai la gonna, drizzai le spalle e gonfiai
il petto. Per tutto il giorno, durante le lezioni e ai pasti, le altre
bisognose ci scoccarono occhiate incuriosite. Persino alcune
paganti, che normalmente non facevano caso a noi, lanciavano
sguardi di soppiatto.
Il modello degli abiti non era cambiato. Le modifiche erano
minime. Ma ora le uniformi ci stavano bene, accentuavano un
punto vita snello che prima era nascosto sotto una massa di tessuto,
e ci permettevano di muoverci pi comodamente e quindi
con pi eleganza.
Non sembravamo ricche, ma sembravamo qualcosa di meglio
e, per la prima volta, ci sentivamo tali.
Non furono soltanto le altre ragazze a notare le nostre nuove
silhouette.
Prima di cena, quel giorno stesso, io e Gabrielle fummo convocate
nell'ufficio della Madre badessa. La Madre badessa
insegnava scienze naturali; le pareti erano tappezzate di farfalle
appuntate in file ordinate nelle cornici, e c'erano teche piene di
fossili e ossa, tutto classificato ed etichettato, ogni cosa al suo
posto, un vago sentore di marcio nell'aria, un odore di animale
morto. Tra quelle reliquie si ergevano suor Gertrude e suor Immacolata,
il volto corrucciato nella disapprovazione. Facemmo
una riverenza e poi guardammo a terra, con le mani giunte.
Cosa avete fatto ai vostri vestiti? chiese suor Immacolata.
Li abbiamo sistemati, sorella, rispose Gabrielle. Ora cadono
bene.
Cadono bene? chiese suor Gertrude. E in che modo, se
posso chiedere, i vostri abiti non cadevano bene prima? Non
coprivano la carne? Non vi proteggevano dal freddo? Non serbavano
il vostro pudore?
Facevano tutte quelle cose, sorella, disse Gabrielle, alzando
gli occhi. Ma erano anche d'intralcio.
D'intralcio a cosa? domand la Madre badessa, le cui
guance si stavano arrossando. Al vostro orgoglio?
Suor Immacolata si fece avanti, inforc un paio di occhiali ed
esamin la manica di Gabrielle, l'orlo del polsino e la cucitura
della spalla. Mmm, disse.
Poi venne da me, osserv attentamente la mia gonna, la cucitura
del fianco, la cintura. Mmm, ripet.
Ci fece alzare le braccia e ci ordin di girarci. Poi porse i
suoi occhiali a suor Gertrude che, dopo aver osservato i punti
di cucitura da vicino, li pass alla Madre badessa.
Molto pulito, mormor la badessa. Nessun ornamento
superfluo. Si direbbe un lavoro eccellente.
I punti sono precisi e quasi invisibili, disse suor Gertrude,
e suor Immacolata annu convinta.
Gabrielle incroci le braccia sul petto. I vestiti delle paganti
sono della taglia giusta per loro. Come mai i nostri non
dovrebbero esserlo?
Le canonichesse si irrigidirono. Avrei voluto allungare la mano
e dare un pizzicotto a Gabrielle sotto quella manica perfetta.
Suor Gertrude fece un passo verso Gabrielle, puntandole
un dito verso il mento alzato, cos vicino da arrivare quasi a
toccarla. Lei, Mademoiselle Chanel,  una ragazza orgogliosa.
 stato l'orgoglio a trasformare Lucifero in Satana. Fu per
orgoglio che va mangi il frutto proibito. Principio della superbia
 il peccato, chi vi si abbandona diffonde intorno a s l'abominio...
La badessa alz la mano. In cappella, Mesdemoiselles. Potete
indossare gli abiti modificati, ma ora vi inginocchierete e
pregherete per le vostre anime per tutto il tempo della cena.
Nella lettera ai Colossesi, san Paolo dice che dobbiamo rivestirci
di misericordia, di bont e di umilt.  questo che conta.
Sentii bruciare le guance per tutta la strada sino alla cappella.
Umilt? Le paganti non erano vestite d'altro che di arroganza.
Mi inginocchiai, ma anzich chiedere umilt pregai per
ringraziare. Le suore parlavano sempre di epifanie e ora, grazie
alla superbia di Gabrielle, ne avevo avuta una anch'io. Non
dovevamo per forza accettare la sorte che ci era toccata. N le
uniformi troppo grandi n qualsiasi altra cosa. Non finch avevamo
spirito di iniziativa e due mani funzionanti.
Non si trattava solo dell'orlo di una gonna. Si trattava del
futuro, del potere che non avevo mai sentito di avere, e tutto
grazie al taglio del tessuto e alla posizione delle cuciture.
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CAPITOLO 13.
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A Moulins l'aria vibrava giorno e notte con il ronzio basso della
citt l fuori, i rumori e gli odori della vita che penetravano
dalle pareti, attraverso i pavimenti. Il mondo pass dall'autunno
all'inverno alla primavera, ma dentro il Pensionnat Notre
Dame non cambiava nulla.
Non sapevo cosa fosse peggio: essere cos lontana dalla vita,
a montagne e foreste di distanza, oppure essere cos vicina da
riuscire a sentirla al di l di una porta chiusa a chiave, appena
fuori portata.
Da quando Mmre e Ppre si erano trasferiti a Moulins,
non facevamo pi viaggi a Clermont-Ferrand. Uscivamo solo
per andare a messa la domenica, quando camminavamo in fila
per due lungo la stretta strada acciottolata sino alla vicina cattedrale,
girandoci a guardare il lyce nella speranza di vedere i
ragazzi, nella loro divisa nera, che uscivano a fumare in cortile
per non farsi scoprire dagli insegnanti. Nella speranza, meglio
ancora, di incrociare i loro sguardi. Se giravamo la testa mentre
passavamo davanti all'Htel de Ville, per guardare i viaggiatori
eleganti con i loro bauli e cappelliere e l'aria di chi viene da lontano,
le canonichesse ci rimproveravano. A bada gli occhi!
sibilavano per farci distogliere lo sguardo.
Era trascorso pi di anno a Moulins e io ero cresciuta. A
giugno avrei compiuto sedici anni. Le mie gonne dovettero allungarsi,
dalla punta degli stivaletti sino alle caviglie, e iniziai
a indossare una camicetta che si abbottonava davanti anzich
dietro. Arriv il ciclo e Gabrielle mi insegn a usare gli stracci
e le garze. Gli inglesi hanno attraccato, dicevamo noi ragazze
quando iniziavano le mestruazioni: un riferimento ai soldati
inglesi in uniforme rossa. Oppure era il momento della luna.
Ad Aubazine le suore la chiamavano una maledizione, la riprova
dei nostri peccati e della nostra impurit, il prezzo da pagare
per il tradimento di va nel giardino dell'Eden.
 davvero una maledizione, disse Gabrielle, d'accordo con
loro per una volta. Ma significa anche che siamo molto pi vicine
ad andarcene. A farci una vita. A diventare chi vogliamo
essere.
Io sapevo chi volevo essere, ma non pensavo mai a come
arrivarci. Le storie delle eroine di Decourcelle avevano sempre
un lieto fine.
Per Adrienne, quel lieto fine era improvvisamente in dubbio.
Aveva uno spasimante, un certo Monsieur Franois Caillot,
il notaio di Varenne, la piccola citt di provincia in cui Adrienne
andava spesso a trovare sua sorella Julia. Lui le scriveva lettere
in cui le dichiarava il suo amore e Adrienne le leggeva con profonda
angoscia.
 vecchio, e io sono giovane, e quando penso a lui il cuore
non mi balza in gola. Non mi batte forte, spieg a me e a
Gabrielle un pomeriggio mentre passeggiavamo nel parchetto
davanti al Pensionnat, un privilegio che ci era concesso solo
perch eravamo con Adrienne, la favorita delle canonichesse.
Nei mlo, il cuore in gola e la tachicardia erano sintomo sicuro
di innamoramento. Non mi gira la testa e non mi sento svenire.
Anzi, mi sento male.
Monsieur Caillot non era un ufficiale di cavalleria in braghe
scarlatte. Non appariva sulle cronache mondane di giornali
e riviste. Non c'era niente in lui di paragonabile a un eroe
di Decourcelle. Vedovo, grasso, quasi il doppio degli anni di
Adrienne, Monsieur Caillot aveva bisogno di una moglie che
cucinasse, pulisse e gli smacchiasse i polsini dall'inchiostro.
All'inizio non pensavo che sarebbe successo davvero, ci
disse Adrienne. Ogni volta che ero a Varennes, Julia lo invitava
a cena. Continuava a ripetere che era un ottimo partito. Non le
prestavo molta attenzione. Ma ora loro vogliono che io lo sposi!
Loro erano zia Julia e Mmre, che la trovavano una splendida
unione.
Dicono che  un colpo di fortuna per la figlia di un venditore
ambulante, spieg Adrienne. Dicono che  un'occasione
che non mi ricapiter. Si torceva un fazzoletto tra le mani.
Quello non era il futuro che sognava. Il futuro che sognavamo.
Non stai davvero pensando di sposarlo, vero? le chiesi.
Un vecchio notaio di campagna? Certo che no, disse
Gabrielle.
Allora perch Adrienne era cos taciturna?
Smise di camminare e si gir verso di noi con lo sguardo
carico di angoscia. Non so come dirlo a Julia e a Maman. Saranno
cos deluse.
Di' loro che non lo vuoi e basta. Non possono costringerti.
Non saresti mai felice, le dissi.
Di' che Maria Antonietta fu costretta a sposare Luigi XVI
e guarda com' andata a finire. Gabrielle mim il gesto di
tagliarsi la gola.
Adrienne non rise e non sorrise neppure. Ma se hanno ragione
loro? Se Monsieur Caillot  il miglior partito che posso
trovare? Sono la figlia di due venditori ambulanti. Perch dovrei
pensare di valere di pi?
Quelle parole, dalle labbra di Adrienne; mi turbarono.
Hanno torto. Tu vali di pi, le dissi.
Era davvero cos semplice. E d'altronde, pensai ma non lo
dissi, perch l'idea mi faceva sentire vuota come una canna al
vento, se tu non vali di pi, allora noi cosa valiamo?
Adrienne aveva convinto zia Julia a portarci tutte a Varennes
per il primo maggio, la fte du muguet. Non indossavamo pantaloni
scarlatti, ma eravamo pronte a combattere contro quella
zia che non avevamo mai conosciuto e che non capiva il vero
valore di Adrienne.
Zia Julia, la cucitrice di mlo. Adrienne rifer che ce n'erano
a mucchi, in casa, insieme alle riviste e ai cestini di materiali
per il cucito con cui la zia decorava vestiti, tende e tappezzerie.
Il suo passatempo preferito era bordare cappellini.
Comprava le forme in un grande magazzino di Moulins o Vichy
e poi le copriva di piume, fiori di stoffa e nastri, a volte tutti insieme.
Julia  una couturire, diceva Adrienne. Vende abiti e
vestiti alle signore di Varennes.
Le signore di Varennes? disse Gabrielle. E quante ce ne
sono? Tre?
Tre decine, rise Adrienne. Forse.
Quando zia Julia venne a prenderci a Moulins, indossava
una cloche inclinata sulla testa e traboccante di nastri colorati
e piume.
Sventol in aria i biglietti del treno, corse gratuite per tutte
le Chanel grazie al marito capostazione, nostro zio Paul. Andiamo,
disse, prima che il treno parta senza di noi.
Fuori dal Pensionnat vedemmo scintillanti land neri con
il tiro a quattro che aspettavano le paganti in partenza per le
vacanze. L'aria era tiepida e odorava di mughetto grazie agli
splendidi bouquet che riempivano le bancarelle dei fioristi.
I lill facevano mostra di s in mazzi violetti e sopra le nostre teste
le foglie degli alberi brillavano e danzavano come se fossero
libere: ma anche loro, come me, non lo erano ancora.
Zia Julia e Adrienne ci precedevano, io e Gabrielle le seguivamo
dandoci arie da viaggiatrici esperte per non sembrare
due povere orfanelle. Le strade brulicavano di cavalli, carri e
carrozze, in citt ferveva l'attivit, la gente entrava e usciva dai
negozi e dai caff.
Alla stazione, i portantini tiravano carrelli pieni di bauli e valigie,
e notai che Adrienne rallentava un po' il passo e iniziava ad
ancheggiare, e poi anche Gabrielle. Poi vidi perch. Stavamo per
passare davanti a un gruppo di ufficiali con i baffi diritti e i
calzoni scarlatti. Guardarono con interesse Adrienne e Gabrielle,
come gatti che guardano un topo. Mi sentii attraversare da una
vibrazione strana, ma piacevole, perch guardavano anche me.
Anch'io iniziai a ondeggiare un po' i fianchi.
Ma quando arrivammo al binario, zia Julia rivolse ad Adrienne
un'occhiata severa. I soldati di buona famiglia non sposano
le figlie di un venditore ambulante, disse, prima di girarsi a
chiacchierare con il bigliettaio.
Erano parole dolorose. Dietro le sue spalle, Gabrielle rassicur
Adrienne, che aveva gli occhi lucidi. Siamo nel 1902.
Un nuovo secolo. Un soldato di buona famiglia preferirebbe di
gran lunga sposare te che una pagante con la faccia insulsa.
A Varennes, zio Paul venne a prenderci alla stazione, non
accompagnato, per fortuna, da un vecchio e grasso gentiluomo
con i polsini macchiati d'inchiostro. Zio Paul indossava un
piccolo cappello tondo decorato con una treccia d'oro e aveva
il portamento di un generale che passa in rassegna le truppe,
in quel caso vagoni ferroviari. Un cappotto elegante gli arrivava
alle ginocchia, altre trecce d'oro ai polsi e sfilze di bottoni
di ottone stampigliati con Chemin de Fer e Paris Orlans.
Portava un fischietto appeso al collo. Era anche lui un uomo
in divisa, come i soldati di buona famiglia, ma non trasmetteva
la stessa eleganza sfrontata. Zia Julia camminava accanto a lui
con passo pi altero del solito. L a Varennes lui era qualcuno,
e quindi lo era anche lei.
Ma diversamente da Moulins, a Varennes non c'era traffico
da dirigere. Mentre percorrevamo l'avenue de la Gare, non lontano
dal centro citt, di tanto in tanto incrociavamo un carro con
sopra un contadino o un operaio, ma non c'erano carrozze o
land. Le case erano tutte uguali e in fila, non fitte e piene di gente
come nelle stradine strette e tortuose di Moulins. C'era solo
il rumore dei nostri passi sul vecchio selciato. Varennes era un
altro paesino di campagna come Aubazine. Ottimo per gli anziani
e per chi aveva bisogno di aria fresca, ma non il posto giusto
per Adrienne in cui passare il resto della vita.
Almeno la casa di zia Julia e zio Paul aveva un'aria allegra,
con le persiane azzurre e un davanzale strapieno di bei gerani
rossi. Al piano terra c'erano una cucina e un salotto. Di sopra,
ci aveva detto Adrienne, c'erano tre piccole camere da letto.
Mi guardai intorno meravigliata. Tende gialle con nastri colorati
e vasi fioriti alle finestre. I cuscini erano bordati di pizzi e
perline, le tovaglie erano decorate con nappine e passamaneria.
Nulla restava disadorno, neppure il bambino e la bambina che
vennero a salutarci. Mi ero dimenticata che zia Julia avesse figli.
I due andarono dritti da Adrienne, che li abbracci.
Questa  Marthe, disse zia Julia a me e a Gabrielle, posando
la mano sulla spalla della bambina con il vestito ornato
di nastri e balze sovrapposte. E lui  Albert.
Mi irrigidii. Albert. Zia Julia aveva dato al suo unico figlio maschio il nome di nostro padre.
Dovevano essere molto uniti. Ma naturalmente l'affetto che
provava per suo fratello non significava nulla per noi. Dopo la
morte di nostra madre avremmo potuto vivere l, in quella casa,
con i suoi gerani accoglienti e le belle tendine. C'era spazio per
noi. Avremmo potuto indossare abitini con nastri e balze.
Guardai Gabrielle. Nei suoi occhi c'era una freddezza che
capivo. Ovunque fossimo, andava sempre allo stesso modo. La
presenza delle paganti ci ricordava in continuazione che eravamo
bisognose. La presenza dei parenti ci ricordava che nessuno ci aveva volute.
Tranne Adrienne.
Lei ci aveva aiutate quando nessun altro era disposto a farlo.
Ora dovevamo aiutare lei.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Iniziammo subito a guardare le pile di mlo: a turno leggevamo
a voce alta le nuove storie di affari di cuore. Ma zia Julia ci interrompeva
continuamente per elogiare Monsieur Caillot, che
era uno stimato mediatore dei conflitti, un abile stipulatore
di contratti e un fidato custode di segreti famigliari.
Julia, disse infine Adrienne con un sorriso tirato, nel tentativo
disperato di cambiare argomento. Perch non fai vedere
a Gabrielle e Antoinette come si fanno le coccarde di stoffa?
Come quelle sulle tende? dissi io, cercando di aiutarla.
Vorrei tanto saperle fare. Sono cos belle.
Gabrielle mi guard malissimo. Mi aveva gi detto di ritenerle volgari.
Ci radunammo intorno al tavolo della cucina e zia Julia tir fuori il cestino da cucito.
Adrienne, ricominci. Non avrai dimenticato che Monsieur
Caillot ha una delle case pi belle di Varennes.
La interruppi per cambiare argomento. Sai, al Pensionnat
non impariamo niente di utile. Non vogliamo portare abiti
semplici e noiosi quando ce ne andremo di l. Imparare queste
cose ci servir molto. Tirai una cordicella cucita attraverso un
quadrato di stoffa, come mi aveva mostrato zia Julia, e il quadrato
di stoffa si trasform in un fiore. Voil!
Ma zia Julia non mi ascoltava. Continu a parlare della casa
di Monsieur Caillot come se fosse Versailles, spiegando che lui
aveva progetti per un impianto idraulico interno e stava valutando
di installare lampade a gas.
Gabrielle alz gli occhi al cielo per la centesima volta.
Adrienne si rabbui e io intervenni di nuovo. Vorrei tanto
saper bordare un cappellino, dissi.
Oh, s, disse Adrienne. Insegnaci a farlo, Julia, per favore.
Zia Julia and a prendere un altro cestino, traboccante di
piume, fiori e piccoli frutti finti. Inizi a spiegarci come posizionare
le decorazioni, come mescolarle, come fissarle al cappello.
E ci parl di Monsieur Caillot.
Tutto qui? disse zia Julia quando Gabrielle le mostr un
cappello di paglia con un solo nastro e lo dichiar completato.
Non vorresti aggiungere un altro paio di nastri? O almeno un
grappolo d'uva?
No, disse Gabrielle.
Io s, intervenni, cercando di mascherare la sua maleducazione.
Pensavo che non fosse il caso di dichiarare troppo
esplicitamente le nostre opinioni sul suo stile.
Imperturbabile, zia Julia si rivolse ad Adrienne. Quando
vivrai qui a Varenne apriremo una modisteria. Non sar divertente?
Tutte le donne vorranno indossare le nostre creazioni.
Gabrielle toss.
Monsieur Caillot  molto rispettato in citt, disse zia Julia.
Guadagna molto bene.  quello l'importante.
Adrienne cerc di essere risoluta. Non  l'importante
per me.
Non essere sciocca. Gli Chanel sono sempre stati poveri.
Sempre sull'orlo della miseria. Sempre a trasferirsi da un posto
all'altro. Ma tu hai la possibilit di diventare come me. Di
sposare un buon partito. Di avere una casa tutta per te. Di farti
strada nel mondo. E un onore che Monsieur Caillot voglia sposarti.
E io lo disonorerei se accettassi di sposarlo pur non amandolo,
disse Adrienne.
Impareresti ad amarlo.
Come dicono i preti, dobbiamo imparare ad amare i lebbrosi
e i derelitti, mormor Gabrielle.
Soffocai una risata.
Zia Julia gir la testa di scatto. Cos'hai detto?
L'espressione di Gabrielle era il ritratto dell'innocenza. Le
mani. Devo lavarmele. Sembro una derelitta.
Monsieur Caillot era invitato a pranzo da noi l'indomani, quindi
zia Julia ci fece spolverare e rispolverare, lucidare e rilucidare
per tutto il pomeriggio. In cucina ci fece pulire piatti da portata
gi puliti.
Tenevo d'occhio Adrienne. Da quando eravamo arrivate
quella mattina, il suo incarnato era progressivamente sbiancato.
Avevo sempre pensato che essere orfane e abbandonate fosse un
peso: ma ora vedevo che c'era una certa libert nella nostra condizione.
Qualsiasi cosa facessimo, non avevamo niente e nessuno
da perdere.
Gabrielle non si lasciava sfuggire nessuna occasione di persuadere
Adrienne che non avrebbe perduto granch.
I cappelli di zia Julia sono volgari.
Marthe  un topolino remissivo.
Ad Albert cola sempre il naso.  disgustoso.
Quel notaio non ti merita, Adrienne. Lascialo aspettare
qualche anno, cos potr sposare Marthe.
Ma quella sera sembr che Gabrielle fosse finalmente riuscita
a convincerla. Zia Julia  cos nervosa, disse Gabrielle mentre
iniziava a sciogliersi i capelli e le ciocche scure le ricadevano
sino alla vita, folte e lucide. Come se dovesse venire il papa in
persona. Non un notaio di campagna. Probabilmente si metter
il tovagliolo al collo come un bavaglino. Dovrai farti coraggio,
Adrienne. Non lasciarti intimidire da zia Julia. Sei troppo giovane
per sposarti. Hai tutta la vita davanti a te. Vero, Adrienne?
Adrienne?
Smettemmo entrambe di fare quel che stavamo facendo
quando ci accorgemmo che Adrienne non si stava sfilando le forcine
dallo chignon, slacciando gli stivaletti, allentando la cintura.
Invece stava tirando fuori qualcosa dalle pagine del nuovo mlo
che aveva iniziato a leggere, e ce lo mostr: l'abbonamento
del treno.
Non ho mai visto Parigi, disse. Andiamo a Parigi.
Gabrielle scoppi a ridere. Anch'io stavo quasi per cedere
all'ilarit. Non era da lei proporre qualcosa di cos drastico, cos
rischioso. Non dici sul serio, disse Gabrielle.
Sono serissima. Possiamo andarci adesso. Nessuno si accorger
che siamo sparite sino a domattina. Ho controllato l'orario:
l'ultimo treno parte tra quindici minuti.
La fissammo. Non batt ciglio.
Sei sicura di volerlo fare? chiesi. Zia Julia sar furiosa.
Forse non ti perdoner mai.
La consueta tranquillit di Adrienne era stata sostituita dalla
risolutezza. So soltanto che non posso restare qui un momento
di pi. Infil i vestiti in una borsa. Julia  insopportabile. La
deluder. Deluder i miei genitori. Deluder il povero Monsieur
Caillot. Tanto vale farlo con stile. Iniziai a riallacciarmi le scarpe.
Gabrielle si rimise le forcine nei capelli.
Ho un po' di soldi, dissi. Le monete che suor Xavire mi
ha restituito quando abbiamo lasciato Aubazine. Le ho portate
con me. Non  tanto, ma  un inizio.
Possiamo trovare una stanza in affitto, disse Gabrielle in
tono entusiasta. E poi possiamo trovare lavoro come sarte finch
non scopriamo cosa vogliamo fare davvero. Perch non ci 
venuto in mente prima? Addio, canonichesse. Addio, paganti.
Addio, zia Julia e il suo notaio. Ce ne andiamo a Parigi!
Zio Paul e zia Julia andavano sempre a letto presto. Zio Paul si
svegliava prima dell'alba e zia Julia si alzava prima ancora di lui
per fargli la colazione e spazzolargli la divisa dalla polvere accumulata
durante la notte. Anche Marthe e Albert dormivano,
quindi riuscimmo a uscire non viste.
Lungo l'avenue de la Gare ci guardammo intorno come ladre.
Alla stazione, il treno borbottava e brontolava sul binario
e quel fumo nero che usciva dalla ciminiera mi innervosiva.
Peggio ancora, l'aria odorava di carbone come se zio Paul non
fosse addormentato nel suo letto, ma l dietro di noi a guardare
ogni nostra mossa, aspettando di acciuffarci.
Mentre attraversavamo la stazione ebbi la strana sensazione
del passato che chiudeva le sue porte lasciandoci entrare nel
futuro.
A Parigi avremmo trovato la libert.
Lungo il binario c'erano pochi viaggiatori. Facemmo lunghi
passi verso la carrozza di seconda classe, ed eravamo quasi arrivati
quando Adrienne inspir di scatto. Un giovane con una
divisa simile a quella di zio Paul, ma senza le trecce dorate, ci
venne incontro.
Mademoiselle Chanel, disse, sorridendo ad Adrienne.
Vidi nel suo sguardo infatuazione, ma anche curiosit. Improvvisamente
non riuscivo pi a fare respiri profondi, gli stivaletti
si erano appesantiti sui piedi. Quel ragazzo si sarebbe
chiesto cosa ci facessimo l. Poteva impedirci di salire sul treno.
Poteva dirlo a zio Paul.
Ma Adrienne si ricompose subito. Monsieur Dubois, disse
con un elegante cenno del capo.
Che ci fate qui a quest'ora? Dov' Monsieur Costier?
chiese lui, guardando alle spalle di Adrienne.
Adrienne tir fuori il fazzoletto e si asciug delicatamente
gli angoli degli occhi, il pi adorabile ritratto dell'afflizione che
avessi mai visto. Abbiamo ricevuto notizie terribili da Parigi.
Ascoltai meravigliata mentre Adrienne, che non diceva mai
bugie, spiegava a Monsieur Dubois che io e Gabrielle eravamo
le sue nipoti, che avevamo ricevuto un telegramma da Parigi
con la notizia di una morte inattesa nel nostro ramo della famiglia,
uno zio molto amato. Ora anche Gabrielle estrasse il fazzoletto,
rabbuiandosi in volto, e per buona misura anch'io presi
il mio. Tirai anche su col naso un paio di volte.
Il funerale  domani, disse Adrienne. Come loro zia, le
sto accompagnando a porgere le condoglianze. Pos una mano
guantata sul braccio di Monsieur Dubois e punt gli occhi
marroni sui suoi. Mio cognato mi ha detto che vi avrei trovato
qui. Ha detto che di voi ci si pu fidare, che ci avreste aiutate a
salire a bordo senza pericoli. Altri parenti verranno a prenderci
alla stazione a Parigi.
Monsieur Dubois drizz la schiena e si schiar la voce.
Monsieur Costier pu contare su di me.
Ci accompagn per il resto della strada attraverso la stazione
e sino alla porta del vagone di seconda classe con solenne formalit,
come se partecipasse a una processione funebre. Avrei
voluto tuffarmi dentro il vagone, e invece salimmo come signorine
perbene, doverosamente scortate dalla zia. Monsieur
Dubois richiuse la porta e noi andammo a sederci composte,
lisciando le gonne sulle ginocchia. Ci guardammo in silenzio:
non osavamo girarci verso il finestrino per paura di vedere zio
Paul o zia Julia che correvano verso il treno per fermarci.
Dai, forza, parti, dissi mentalmente al treno.
Di l a poco, un fischio intenso fendette l'aria. Uno sbuffo
di vapore, uno scossone in avanti, un sobbalzo all'indietro. Una
vibrazione risal dal pavimento, riemp la carrozza, mi squass
le ossa, mentre le ruote cigolavano sui binari. Vedemmo risalire
il fumo bianco fuori dai finestrini e il treno inizi la sua marcia
per uscire dalla stazione.
Eravamo in viaggio.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
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...
Gabrielle ebbe l'idea di intrufolarci nella carrozza di prima
classe.
Viaggiavamo da ore. Doveva essere passata la mezzanotte.
Avevamo fame. E freddo. Forse l avevano qualcosa da mangiare.
Di sicuro faceva pi caldo.
Non si vede il controllore da almeno tre fermate, osserv
Gabrielle, riferendosi all'uomo dalla faccia severa che andava
su e gi per il vagone dopo ogni fermata: mesdames, messieurs,
ticket sii vous plait. Mi faceva pensare a un acchiapparatti di
campagna, in cerca di prede. Dorme della grossa, come tutti
gli altri a questo mondo.
Ci sentivamo coraggiose. Troppo coraggiose.
Tirammo gi le borse dalla cappelliera e uscimmo nel vestibolo.
C'era silenzio, a parte lo sferragliare del treno. Entrando
nella carrozza di prima classe ci fermammo un momento a
guardare. Eleganti lampadari pendevano da un soffitto dipinto
a colori vivaci. Moquette variopinta per l'intera lunghezza del
vagone. Lungo uno dei lati correvano panche imbottite e rivestite
in tessuti lussuosi, in sfumature di marrone, blu e oro.
Dall'altra parte si succedevano coppie di tende in velluto a tutta
altezza, alcune chiuse e altre tirate indietro per rivelare un letto
rifatto e vuoto.
Mi ricordava il dormitorio delle paganti al Pensionnat, dove
ciascuna delle ragazze aveva un grande letto in un'alcova,
una spessa tenda per garantire la riservatezza, una mensola
su cui posare il suo catino di porcellana decorato con fiori
azzurri.
Era notte fonda. Tutti i passeggeri dormivano dietro le tende.
E laggi in fondo c'era una cuccetta libera, un letto con cuscini
generosi e soffici coperte, che ci invitava...
Mesdames, Messieurs, tickets s'il vous plait...
Quando lo sentimmo era gi troppo tardi. Aprii gli occhi
appena in tempo per vedere il controllore con la faccia da
acchiapparatti che sbirciava nella cuccetta. Quando ci vide stratton
indietro la tenda con un'espressione vittoriosa. Un secondo
prima ero sprofondata nel sonno tranquillo di un'Elegante.
Un momento dopo ero un ratto. Anche Gabrielle e Adrienne
dovevano essersi appisolate. Ci tirammo subito su, cercando di
riacquistare la lucidit.
Che storia sarebbe, questa? berci il controllore. Cosa
credete di fare, qui?
La cuccetta era vuota, disse Gabrielle. Che male facciamo?
Non avete i biglietti di prima classe.
Monsieur, disse Adrienne. La prego. Torniamo subito in
seconda classe. Ci siamo sbagliate. La prego di scusarci. Batt le
palpebre e sfoder un sorriso affascinante. Ma quello non era
l'assistente del capostazione di un paesino. Quello era un controllore
della ferrovia Parigi-Orlans, incaricato di verificare la
presenza dei corretti titoli di viaggio per entrare e uscire dalla
Ville Lumire.
Scusarvi? ghign. Non finch non pagate tre biglietti di
prima classe pi la penale.
Ma non abbiamo i soldi, disse Gabrielle.
Ah, davvero? Fra dieci minuti arriviamo a Parigi. Potete
raccontarlo alla prefettura quando vi far arrestare per furto e
violazione di propriet.
Adrienne sbianc. Gabrielle, invece, si scur in volto. Mentre
tiravo fuori i soldi dalla borsa, sentii nella testa un ruggito che
non proveniva dal treno.
Il controllore si prese sino all'ultimo centesimo, e bastarono
appena per pagare la penale.
A Parigi il treno si ferm per lasciar scendere e salire i passeggeri.
Nella nostra carrozza di seconda classe aspettammo,
scosse, che il treno ripartisse nella direzione da cui era venuto.
Tornare a Varennes era impensabile. Zia Julia sarebbe stata furiosa.
I pettegolezzi viaggiavano rapidi, e ben presto tutti laggi
avrebbero saputo che Adrienne era fuggita piantando in asso lo
stimato notaio del paese. La gentile Adrienne, avrebbero detto,
si d arie, come se Varennes e un notaio non fossero abbastanza
per lei, la figlia di una coppia di venditori ambulanti.
Avrebbero dato la colpa all'influenza di Gabrielle e me, pecore
nere proprio come quel bugiardo di nostro padre. E non solo:
il controllore dagli occhi cattivi poteva denunciarci. Zio Paul
rischiava il posto di lavoro, forse. Rischiava di perdere la sua
giacca cos importante con i bottoni e le trecce d'oro.
La nostra unica possibilit era andare dritte a Moulins e tornare
al Pensionnat.
Povera Adrienne. La osservai, chiedendomi come consolarla
anche se io per prima mi sentivo cos afflitta.
Ma mi stupii di vedere che Adrienne non sembrava affatto
avvilita. Anzi, sembrava quasi che stesse... ridendo? Io e Gabrielle
la fissammo sconcertate.
Mi dispiace, disse lei, agitando il fazzoletto. Non... non
ci riesco...  solo...
Temevo che il trauma dello scontro con il controllore l'avesse
resa isterica. Aveva disobbedito per la prima volta. Tutta la
sua esistenza era stata ribaltata. La nostra, purtroppo, era esattamente
la stessa di prima.
Vi prego, non preoccupatevi, disse Adrienne, cercando di
ricomporsi.  solo che sono cos sollevata. Ora Monsieur Caillot
non vorr sposarmi. E Julia... non prover pi a trovarmi marito.
So che siete deluse perch non siamo arrivate a Parigi, ma io
non mi ero mai sentita cos libera!
Vedendo Adrienne sorridente, con le guance di nuovo rosee,
la rabbia di dover tornare a Moulins si attenu. Forse, per
cambiare davvero le cose, non bastava una sola mossa coraggiosa.
Non eravamo a Parigi, ma ci avevamo provato. E siccome ci
avevamo provato, Adrienne era ancora libera. Mi tornarono in
mente le nostre divise, il modo in cui avevamo modificato il
taglio. Era cos che si arrivava dal punto A al punto B, da un'orfanella a un'Elegante. Non accettando di essere come ti descrivono gli altri. Ma decidendo di testa tua.
...
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...
CAPITOLO 16.
...
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...
Si chiama Maison Grampayre, disse suor Immacolata a Gabrielle
e Adrienne qualche mese dopo il nostro ritorno forzato
al Pensionnat, dove riprendemmo i nostri posti come se non
fosse successo nulla. Aspettavamo da settimane di essere convocate
dalle canonichesse per la distribuzione dei castighi. E
invece sembrava che zia Julia non avesse riferito loro che avevamo
tentato la fuga. Per rispediva indietro le lettere di scuse
di Adrienne senza aprirle.
La Maison Grampayre  specializzata in pizzo e altre decorazioni
di lusso per le signore alla moda, prosegu suor Immacolata.
Non  lontana dal Pensionnat, all'angolo di rue de
l'Horloge dove c' la torre con l'orologio. I Desboutin, una coppia
di brava gente devota, preferiscono assumere le nostre ragazze.
Sanno che sono sarte capaci. Voi due ci andrete subito.
C' una soffitta sopra il laboratorio, dormirete l.
Gabrielle e Adrienne si scambiarono sguardi emozionati.
Non riuscivano a credere alla loro fortuna. E neanch'io.
E io, sorella? Anch'io sono una brava sarta, dissi.
Tu? disse suor Immacolata. Tu sei troppo piccola.
Ma... Una sua occhiata bast a zittirmi.
Fui presa da una miscela di terrore e ansia. Non ero mai
stata lontana da Gabrielle in tutta la mia vita. Suor Immacolata
non capiva che dovevamo per forza restare insieme? Era
cos che eravamo arrivate al Pensionnat e cos ce ne saremmo
dovute andare. E poi non ero cos piccola. Avevo quindici
anni.
Pi tardi, mentre facevano i bagagli, Adrienne cerc di consolarmi.
Ci ambienteremo, Ninette, e poi torneremo a prenderti.
E se non tornate?
Gabrielle smise di fare quel che stava facendo e mi guard.
So come ci si sente a essere lasciate indietro, Ninette. Non lo
farei mai a te.
Non ci vorr molto tempo, disse Adrienne con un sorriso
partecipe. Non ti preoccupare.
Ma io mi preoccupavo. Avevo quattro anni meno di Gabrielle.
Poteva passare molto tempo prima che le canonichesse
mi lasciassero andare. La mia unica consolazione erano le altre
orfanelle. Elise la rossa, che chiamavamo pel di carota. Sylvie,
che mangiava il gesso perch aveva sentito dire che mandava
via le lentiggini. Fifine, quella prosperosa. Louise-Mathilde,
quella piatta.
Non erano mia sorella e Adrienne, ma erano il miglior sostituto
a disposizione.
Dietro le mura del Pensionnat coltivavamo le nostre piccole
ribellioni. Come con le ragazze di Aubazine, l'argomento
di conversazione pi frequente erano i ragazzi, un tema che
mi interessava. Ma l eravamo pi adulte e pi impazienti, tormentate
da desideri che non comprendevamo e che a volte ci
inducevano a fare cose strane. Una domenica, di ritorno dalla
messa, Sylvie trov un sigaro quasi intero gettato in strada, e
quel pomeriggio nel dormitorio ci posammo le labbra a turno,
chiudendo gli occhi e immaginando di toccare le labbra di uno
dei ragazzi del lyce che spiavamo da una finestra del dormitorio
affacciata sul loro cortile. A volte ci vedevano e facevano
gesti volgari, o ci chiedevano di alzarci la camicetta. Avevamo
qualcosa che volevano, ed era una sensazione inebriante.
Proprio come rubacchiare alle paganti quando dovevamo
riempire d'acqua le loro brocche o svuotare i loro cestini dalle
cartacce. Ci prendevamo gli oggetti che sembravano scartati o
rimpiazzati con versioni pi nuove. Collezionavamo spazzole
d'argento con setole mancanti, pettini di tartaruga con i denti
rotti e nastri di velluto sfilacciati, residui di un mondo cos
lontano dal nostro che ci sembrava di essere archeologhe che
esaminavano i resti di un'antica civilt. Prendevamo le lozioni,
le creme e le ciprie che le paganti cercavano di nascondere,
tutte cose la cui mancanza non potevano denunciare alle canonichesse
perch erano proibite e non avrebbero potuto possederle.
Facevamo il possibile per non annoiarci, per far passare il
tempo, pregando non tanto per le nostre anime quanto per essere
liberate da quella santa prigione.
Ogni volta che Gabrielle e Adrienne tornavano a trovarmi somigliavano
sempre di meno a educande in un convento. Erano
signorine di mondo. Si pettinavano diversamente, con ciuffi
cotonati e bassi sulla fronte, e indossavano vestiti nuovi, bluse
dal colletto alto e inamidato che mettevano in mostra il collo
lungo e gonne diritte di taglio sartoriale. Ma con l'andar del
tempo iniziarono ad apparire esauste, con gli occhi arrossati.
Gabrielle in particolare era diventata irritabile.
Pensavo che vi avessero portate via due bei soldati, dissi
dopo un'assenza di quasi nove mesi.
I soldati non frequentano i negozi di corredini, sbott
Gabrielle. Vengono solo ricche signore con la puzza sotto il
naso, che portano ancora il sellino per gonfiare la gonna e hanno
tanta di quella cipria sul naso che sembrano sacchi di farina.
Come se nascere ricchi fosse un merito.  fortuna, tutto qui.
 l'unica differenza tra noi e loro.
La fortuna e un buon cognome e la vie de chteau, tra
le altre cose, disse Adrienne con un accenno di sorriso. Mi
preoccupai vedendo che anche la luce nei suoi occhi si era un
po' appannata.
Ma almeno voi siete libere, dissi. Siete l fuori nel mondo.
Potete vivere.
Gabrielle si strinse la sciarpa intorno al collo. Non facciamo
altro che cucire. Sei giorni alla settimana. A volte sette. Ho
gli occhi stanchi, mi duole la schiena e ho le dita intorpidite.
Siamo tutto tranne che libere.
...
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...
CAPITOLO 17.
...
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...
Le canonichesse permettevano alle ragazze che non studiavano
pi al Pensionnat di partecipare al coro. Gabrielle e Adrienne
non avevano mai dimostrato un grande interesse per il canto,
quindi mi stupii molto quando, un anno dopo la loro partenza,
iniziarono a tornare per le prove serali.
Devo esercitarmi, disse Gabrielle. Sembrava posseduta
da un entusiasmo che non avevo pi visto da quando avevano
lasciato il Pensionnat.
Esercitarti?
Diventer una cantante.
Doveva essersi accorta della mia espressione confusa. Non
era famosa per la sua voce.
 pi questione di presenza scenica che altro, disse, drizzando
la schiena come se avesse davanti un pubblico in quel
momento. Il cucito  solo temporaneo. Quando sar sul palco
non toccher mai pi ago e filo.
Quel nuovo progetto alleviava la fatica delle lunghe giornate
di lavoro. Ero certa che fosse una mania passeggera, ma una settimana
dopo l'altra tornavano alle prove del coro. Gabrielle inizi
persino a portare una sciarpa di lana sempre al collo, bench
fossimo a giugno, per proteggere la voce. Dovresti farlo anche
tu, Ninette. Devi coprirti la gola per non ammalarti, altrimenti ti
rovinerai le corde vocali se mai volessi tentare la fortuna.
Pensava davvero che io avessi la stoffa della cantante?
Neanch'io ero rinomata per la qualit della mia voce, ma iniziai
a prendere un po' pi sul serio le prove del coro, per prudenza.
Con l'estate, fior un'altra nuova occasione per Gabrielle e
Adrienne.
Indovina un po', Ninette, disse Gabrielle alla fine delle
prove. Arrotonderemo lo stipendio lavorando nella bottega di
un sarto, alla domenica, quando la Maison Grampayre  chiusa.
Non capivo perch avessero entrambe un'aria cos complice,
finch Adrienne soggiunse: E l che i giovani ufficiali di
cavalleria vanno a farsi modificare la divisa.
Ora, ogni volta che venivano alle prove del coro, non vedevo
l'ora di chiedere della bottega del sarto.
Lavoriamo in una stanza sul retro, disse Gabrielle. Ma a
volte il proprietario lascia la porta aperta e i tenenti sbirciano
dentro.
Non osiamo alzare gli occhi dal lavoro, disse Adrienne. Ci
assicuriamo di sederci con il lato migliore rivolto verso la porta,
prima che arrivino loro. A volte sono in maniche di camicia!
Risi all'immagine che mi si era formata in testa, finch non
ci passarono accanto due paganti, Eugnie e Margrethe, due
delle peggiori. Guardarono di sottecchi Gabrielle e Adrienne e
sussurrarono sarte in tono di scherno.
Adrienne le ignor, ma Gabrielle non ci riusc. Staremo a
vedere chi ride ultimo, disse. Non saremo sarte ancora per
molto.
Ah, davvero? disse Margrethe. E cosa sarete? Lavandaie?
Domestiche?
Gabrielle teneva la testa alta e parlava in tono sprezzante.
Dovrai aspettare di scoprirlo, non ti pare?
Le due ragazze scoppiarono a ridere. Ma sentila, disse
Eugnie mentre si allontanavano. Sembra che ci creda davvero.
Pensa sul serio che far strada nel mondo. Sarebbe triste se non
fosse cos buffo.
Guardai Gabrielle, che si teneva dentro la rabbia perch
non voleva far sapere alle ragazze che le loro parole l'avevano
ferita. Non vidi la mia sorella maggiore. Vidi la bambina che
sognava qualcosa di meglio. Odiavo Eugnie e Margrethe. Volevo
vendicarmi con loro, farle soffrire come avevano fatto soffrire
Gabrielle, ma non sapevo come; lo scoprii qualche giorno
dopo, quando fu il mio turno di portare l'acqua su al dormitorio
delle paganti. Quella volta, e tutte le successive, mi assicurai
di sputare nelle loro brocche.
...
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CAPITOLO 18.
...
.
...
Ah, eccoti, disse Gabrielle con una nota di impazienza. Sei
pronta?
Era domenica pomeriggio, caldo per essere autunno, ed ero
stata convocata gi in salotto per motivi ignoti. Entrando trovai
Gabrielle e Adrienne ad aspettarmi, cos di buonumore che per
un istante non le riconobbi. Portavano cappellini nuovi, cinture
strette per accentuare la snellezza del punto vita, e avevano
l'aria di essere dirette a fare qualcosa di importante.
Pronta? Ma non dovreste essere a lavorare dal sarto? domandai.
Abbiamo finito in anticipo, disse Gabrielle.
Solo di un'ora o due, disse Adrienne a suor Ermentrude,
parlandole nel cornetto acustico. La domenica pomeriggio, le
canonichesse e le paganti andavano in visita da amici e parenti,
lasciando al comando suor Ermentrude, che sonnecchiava
tutto il pomeriggio in poltrona. Un po' d'aria fresca...  una
splendida giornata... ve la riportiamo prima di cena, sorella.
Andiamo a trovare Mmre e Julia-Berthe? chiesi, anche
se credevo di sapere gi la risposta. Dove, altrimenti?
Gabrielle sfoder un sorriso misterioso. Vedrai, disse,
ravviandomi i capelli. Poi mi fece cenno di seguirla alla porta, e
fu cos che uscii da un mondo per entrare in un altro.
Nelle strade di Moulins, Gabrielle e Adrienne si muovevano
con l'ondeggiare lieve e consapevole delle Eleganti. Sgusciavano
nei viali e svoltavano gli angoli a passo deciso, e rallentarono,
infine, quando a una certa distanza si intravide una tettoia
rossa che sporgeva verso la strada dalla facciata di un palazzo.
Sul marciapiede al di sotto, all'ombra, trovavano posto i tavolini
di un caff con le tovaglie bianche. Uno di essi era occupato
da un gruppo di soldati stravaccati, e quando ci avvicinammo
girarono lo sguardo su di noi. Scoccai un'occhiata a Gabrielle e
Adrienne, ma loro guardavano dritte davanti a s con l'espressione
fredda, il collo disteso, le labbra leggermente incurvate,
consapevoli di essere in vetrina.
Tenenti del Decimo Reggimento Cavalleggeri, mi bisbigli
Adrienne con l'angolo delle labbra, in tono riverente. I
clienti del sarto.
Qualcosa mi si sganci nel petto e inizi a svolazzare.
Loro ci chiedono in continuazione di incontrarli, disse
Adrienne.
Alla fine gli abbiamo detto di s, spieg Gabrielle, e mi rivolse
uno sguardo ammonitore. Non parlare troppo, Ninette.
A bada la lingua.
A bada la lingua? Non aveva nulla da temere. Gli unici uomini
con cui parlassi erano i preti nel confessionale. Non avrei
saputo cosa dire a degli ufficiali di cavalleria.
Quando ci avvicinammo al tavolino, i tenenti si alzarono
in piedi. Le tre Grazie, disse uno di loro con un piccolo inchino.
Eleganza, Gioia e Giovinezza, aggiunse un altro, indicando
Adrienne, Gabrielle e me.
E voi, disse Adrienne, dovete essere i nostri eroici Argonauti.
Con gesti plateali, i tenenti baciarono la mano a Gabrielle e
Adrienne. Poi baciarono anche la mia, sfiorando il guanto con
le labbra, mentre Adrienne ce li presentava, scandendo quei
nomi lunghissimi da aristocratici. Quelli non erano scolaretti
allampanati del lyce di fronte al Pensionnat. Erano uomini,
uomini veri, di vent'anni suonati con le spalle larghe e i baffi e
le guance ruvide. Cercai di non guardarli a bocca aperta.
Ci fecero cenno di sederci, sempre a grandi gesti. I loro calzoni
non erano scarlatti ma marroni, con spesse strisce che correvano
lungo la gamba, ma non per questo erano meno affascinanti,
con lo sguardo fiero e un'aria spavalda. Gli alti stivali
neri con gli speroni erano imbrattati di fango e le belle giacche
raffinate dal colletto alto, con una fila di bottoni dorati rotondi
sul davanti, erano stazzonate, con il primo bottone slacciato.
Sembravano reduci da una gara di equitazione, e ben presto
avrei dedotto dalle loro chiacchiere che era proprio cos.
Un cameriere ci port t e biscotti, mentre gli ufficiali bevevano
caff e fumavano. Giravo la testa dall'uno all'altro di
loro, cercando di seguire le espressioni gergali, le frasi lasciate
in sospeso. Si vantavano dell'altezza degli ostacoli che avevano
superato, della qualit dei loro cavalli, del proprio coraggio e
audacia, sempre cercando di superarsi l'un l'altro. Era tutto cos
confuso e cos entusiasmante.
Un ufficiale basso e tarchiato, con una faccia da bambino
che cercava di nascondere sotto folti baffi impomatati, parlava
a voce pi alta degli altri.
Non starlo a sentire, mi disse un tenente dai capelli ricci
facendomi l'occhiolino. Si  preso un calcio in testa da un
cavallo.
Un altro tenente, che portava al mignolo un anello chevalier
d'oro con un sigillo, gli diede di gomito. Farebbe bene a te,
un bel calcio in testa.
Adrienne aveva gli occhi sgranati. Suona tutto cos pericoloso.
Lo , dichiar Baffi Impomatati. Molto pericoloso. Si
sporse verso Adrienne finch Anello D'Oro non lo scacci in
malo modo.
Mi sembra appassionante, disse Gabrielle.
Anche a me, dissi io, immaginando un grandioso spettacolo
di cavalli muscolosi e soldati gioviali.
La prossima volta dovrete venire a vederci, annunci Baffi
Impomatati. Tutte e tre. Il vincitore  scontato, disse in
tono imperioso, ma potete vedere gli altri contendersi il secondo
posto.
Quell'affermazione scaten un altro vigoroso dibattito, ma
anche quando litigavano i soldati mantenevano quell'aria rilassata
e disinvolta. Sembravano uomini ma si comportavano come
ragazzi. Erano uno strano ibrido, una specie nuova, una creatura
affascinante.
Anch'io ero una specie nuova. La ragazza del convento non
esisteva pi. Ero una farfalla uscita dal bozzolo. Sedevo con la
schiena ritta. Alzavo la testa in una posa elegante. Ridevo con
spontaneit. Giocherellavo con una ciocca di capelli. Le mie
ciglia sbattevano come le ali di un colibr.
E Gabrielle! Cos sveglia, spiritosa, acuta! La guardavo ridere
ogni volta che i tenenti sembravano dire qualcosa di divertente
nel loro strano linguaggio. Quando le cadde un guanto,
i soldati si contesero l'onore di raccoglierlo e fecero una tale
scenata che scoppiammo tutti a ridere. Gabrielle stava ricevendo
le attenzioni che aveva sempre desiderato, e io stentavo a
riconoscerla.
Troppo presto Adrienne, radiosa e composta, la pi aggraziata
delle Grazie, si alz e annunci che io dovevo essere congedata,
che le care canonichesse mi aspettavano. La luce che
mi brillava dentro si spense.
Sulla via del ritorno, mi lamentai dicendo che suor Ermentrude
non aveva fissato un'ora precisa per il mio ritorno. Mi
stupii che non si lamentasse anche Gabrielle, che si era divertita cos tanto.
Una signora non deve mai trattenersi troppo a lungo, disse Adrienne. Ricordatelo, Ninette. Una signora si lascia sempre desiderare. Deve sempre avere un altro posto in cui  attesa con urgenza.
Allora  per questo che mi avete portata con voi? Per usarmi come scusa?
Certo che no, disse Adrienne. Volevamo che venissi anche tu.
E avevamo bisogno di un'accompagnatrice, disse Gabrielle.
Cosa? Sono troppo giovane per fare l'accompagnatrice.
 proprio questo il punto. Sei ancora una scolaretta. Sei altrettanto efficace di una vecchia vedova in gramaglie. Se ci sei tu devono comportarsi bene.
Avrei voluto dire altro ma mi morsi la lingua, perch non importava che fossi una scusa o un'accompagnatrice. Non erano tenute a includermi, eppure l'avevano fatto.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
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...
Non incontravamo gli ufficiali ogni settimana - a volte dovevano restare con i loro reggimenti, a volte Gabrielle e Adrienne
avevano troppo lavoro - e quindi le mie escursioni fuori dal Pensionnat erano ancora pi preziose.
Facevo il possibile per ravvivare la mia scialba divisa scolastica.
Gabrielle mi aveva prestato un colletto e dei polsini che aveva
realizzato con scampoli della Maison Grampayre, da attaccare
alla camicetta una volta uscita dal Pensionnat. Mi mettevo la
cipria e il belletto che avevo sottratto alle paganti, raccoglievo
i capelli in uno chignon sofisticato e mi infilavo al dito l'anello
della zingara.
Incontravamo i nostri affascinanti cavalieri al caff La Tentation
per un sorbetto o sulla terrazza dell'Htel Danguin o in
qualche altro locale  la mode. Il Grand Caf era il mio preferito.
Cominciammo a frequentarlo quando il clima si raffredd
definitivamente. L'arredamento era lussuoso e teatrale, con lunghi
tavoli e panche e specchi dalle ricche cornici che riflettevano
la luce e le risate, dipinti di scene agresti sulle volte del soffitto
sopra un'orchestra d'archi. Il mio sguardo non sapeva dove posarsi,
perch c'era cos tanto da vedere, ma di solito si posava
su Armand, il tenente con i riccioli, che aveva detto di non aver
mai visto capelli lucidi e dorati come i miei. Avevo il volto di un
angelo del Botticelli, mi diceva.
Avevo iniziato a capire molte delle espressioni gergali usate
dagli ufficiali, mi ero abituata al ritmo dei loro bisticci, al dialetto
dei soldati, agli accenti aristocratici. I cavalli erano l'argomento
principale. Quando Baffi Impomatati, che tutti chiamavano
Gui, parlava di Lisette, dicendo che  remissiva, ma di
tanto in tanto ha bisogno del frustino sapevo che parlava della
sua cavalla e non di una scena da boudoir. O quando Mathias, il
tenente con l'anello chevalier al mignolo, si lamentava che Ana
ha perso un altro ferro non immaginavo un'Elegante distratta.
Un minuto prima litigavano, un minuto dopo si davano pacche
sulle spalle e cantavano il ritornello di una sentimentale
canzone di battaglia. Traboccavano di vita, di una joie de vivre
cos contagiosa che mi restava addosso anche quando tornavo
al Pensionnat, e la libert del mondo l fuori mi ribolliva dentro,
tenendomi al caldo per tutto l'inverno.
Non ci potevo credere! Mia sorella aveva cantato una canzone
alla Rotonde! Frequentavamo i nostri tenenti da diversi mesi,
ormai, e non parlavano d'altro che di come erano riusciti a convincerla
a salire sul palco.
Eri cos affascinante, disse Adrienne, sorridendo a Gabrielle.
Una boccata d'aria fresca, disse tienne, un nuovo arrivato
dai capelli scuri e con un bel viso decorato da baffi radi,
che per si comportava come se fosse pi adulto degli altri, pi
uomo che ragazzo.
 solo una canzone, disse Gabrielle. Ma aveva una scintilla
negli occhi e le guance rosse. Si capiva che era molto pi
di una canzone.
Mi dispiace non averti vista, dissi, sentendomi esclusa.
Ma puoi vederla ora, disse Gui. Fece un cenno a Gabrielle,
chiedendo un bis proprio l al Grand Caf. Gli altri ufficiali iniziarono
a battere le mani sul tavolo, ripetendo una strana sillaba:
co-co, co-co, co-co.
Gabrielle batt le lunghe ciglia. Si guard a destra e a sinistra
e poi si alz, lesta come un gatto, e si spost dietro lo schienale
della sua sedia. Con un sorriso timido si mise le mani sui fianchi
e inizi.
Ho perso la mia povera Coco,
la cagnolina che adoro
Dalle parti del Trocadro...
Un piegamento sulle ginocchia. Una mossetta coi fianchi.
Confesso il mio pi grande rimorso,
in questa perdita cos crudele.
 che pi il mio uomo mi ingannava
e pi Coco mi era fedele...
Un saltello e lo sguardo a sinistra, con la mano sopra l'occhio.
Un saltello e lo sguardo a destra.
Ehi! Coco!
Ehi! Coco!
Chi ha visto Coco?
Applaudimmo tutti. Brava! Brava! gridarono i tenenti.
Gabrielle, raggiante, fece la riverenza. I clienti ai tavoli vicini
si girarono a guardarci. I camerieri ci lanciavano occhiatacce
a distanza.
Ho parlato con il direttore della Rotonde, disse tienne
quando Gabrielle fu tornata a sedersi. Vuole che tu ti esibisca
regolarmente.
Di' che lo farai, la preg Gui.
Devi, per forza, disse Armand.
Lo far, disse Gabrielle, estasiata.
Per festeggiare, tienne ordin champagne per tutti. Per gli
ufficiali del Decimo Cavalleggeri, Gabrielle era una loro scoperta.
Il suo trionfo era il loro trionfo. Ed era anche il mio, anche
se non sarei stata l a vederlo. Mia sorella, sul palco! Forse
un giorno ci sarei salita anch'io. I tenenti schioccarono le dita
e arrivarono i camerieri a riempire una coppa dopo l'altra. Le
bollicine! Dopo il primo sorso capii all'istante perch le Eleganti
non bevevano altro.
Le bollicine mi danzavano in testa. Un piegamento sulle ginocchia.
Una mossetta coi fianchi.
Da allora in poi Gabrielle si esib quasi tutte le settimane
alla Rotonde, per tutta la primavera e l'estate, davanti agli ufficiali
della caserma, non solo quelli del Decimo Cavalleggeri.
Coco! Coco! Coco! Smettevano solo quando lei saliva sul palco
e cantava la storia del cagnolino smarrito e l'altra canzone
che aveva aggiunto al suo repertorio, Koko Rico, che parlava
di un gallo.
Lo adorava. Loro la adoravano. Tanto che gli ufficiali iniziarono
a chiamarla Coco anzich Gabrielle.
Sulla strada del ritorno al Pensionnat, Gabrielle e Adrienne
cantavano sempre le canzoni della Rotonde, e alla fine le imparai
a memoria anch'io. Non venivano pi alle prove del coro,
ora che Gabrielle lavorava a un altro genere di repertorio.
C'era la canzone sui Boudin e i Bouton, due coppie sposate
che passavano cos tanto tempo insieme che alla fine Madame
Bouton ebbe un bambino Boudin e Madame Boudin ebbe un
beb Bouton.
C'era un'altra canzone intitolata Le fiacre, in cui due amanti
si abbracciavano dietro le tendine tirate di una carrozza. Quando
la donna si lamenta dicendo che gli occhialetti da teatro
dell'uomo sono d'intralcio, suo marito passa l accanto e sente
la sua voce. Si infuria e si mette a gridare, ma scivola e cade e la
carrozza lo investe.
Terribile, dissi.
Agli ufficiali piace molto, disse Gabrielle. Dicono che  la
fine giusta per chi cerca di interferire con una liaison amoureuse.
Se c'era tempo passavamo a far visita a Julia-Berthe, che
viveva con Mmre e Ppre vicino alla piazza del mercato in
place de la Libert, dove ora vendevano articoli da uomo anzich
bottoni e calzini.
Mmre non  stupida, disse Gabrielle in tono di disapprovazione
dopo una delle nostre visite. Vede come gli uomini
fissano Julia-Berthe.
Mi venne la pelle d'oca. Certamente Julia-Berthe aveva imparato
la lezione ad Aubazine e non avrebbe pi dato via il suo
cuore - o qualcos'altro - tanto facilmente, vero?
Cercai di non preoccuparmi. Mmre avrebbe vegliato su
di lei, mi dissi. Mmre si sarebbe assicurata che nessuno si approfittasse.
Ricorda, non dar via il tuo oro, iniziai ad avvertirla
prima che ce ne andassimo, dopo averle cantato le canzoni del
caf concert, compresi i gesti coreografati. Julia-Berthe aveva riso
e battuto le mani a tempo.
La mia mente era un music hall. Mi immaginavo sul palco in
un abito di raso rosso bordato di pizzo che metteva in mostra
le braccia e le spalle, a cantare della carrozza e dei Bouton e i
Boudin. Inventavo nuovi gesti eleganti, mi giravo di fianco, mi
accarezzavo lo stomaco e facevo una smorfia, mimando la pancia
incinta di Madame Bouton. Mi giravo dall'altra parte camminando
sul posto e interpretavo Madame Boudin, che spingeva
orgogliosa un immaginario passeggino.
Anch'io diventer una cantante, avevo bisbigliato ad
Armand una domenica al Grand Caf.
Il volto di un angelo del Botticelli, aveva detto lui, sporgendosi
verso di me, e anche la voce.
Pi tardi, lasciai cadere un guanto nello spazio tra di noi.
Quando entrambi ci chinammo a raccoglierlo, le sue labbra mi
sfiorarono la guancia. Contava come primo bacio?
Al Pensionnat ero cos distratta - avevo sempre una canzone
in testa, la sensazione delle labbra morbide di Armand e dei
suoi baffi ruvidi - che dovevo disfare lunghe sfilze di punti storti
durante le lezioni di cucito. Sbagliavo quasi tutti i problemi di
matematica. Mentre avrei dovuto scrivere un tema su L'importanza
della parsimonia in casa, guardavo dalla finestra e invece
del muro bianco del lyce vedevo me stessa su un palco a Parigi.
Le canonichesse definivano illeggibili i miei temi e battevano il
righello sul mio banco per attirare la mia attenzione. Andavo male anche in economia domestica.
Chinavo il capo, cercando di non sorridere. Cosa potevo fare?
Era inevitabile lasciarsi distrarre quando il mondo era cos pieno di possibilit.
...
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...
CAPITOLO 20.
...
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...
Ad agosto Armand e Gui annunciarono che la domenica successiva
avrebbero partecipato a una partita a polo con il resto
del reggimento.
Le nostre Tre Grazie devono venire a guardarci, disse
Armand, per portarci fortuna.
Gui gonfi il petto. Il polo  l'addestramento pi realistico
per la battaglia.
Domenica prossima? disse pensierosa Gabrielle, come se
stesse consultando l'agenda dei suoi impegni.
A sentire Gui, tutta Moulins sarebbe venuta a vederli.
Armand e Gui avrebbero fatto parte di una squadra che doveva
affrontare giocatori provenienti dall'Argentina, uomini che
allevavano cavalli nelle estancias pi grandi. Speravano di vendere
i loro cavalli argentini - criolli, li chiamavano - alla cavalleria
francese. La partita di polo serviva a dimostrare la qualit
di quei cavalli stranieri.
Quegli argentini saranno fortunati se-segnano un solo punto,
disse Armand. Ma gliene conceder uno. Secondo me
vinceremo 12 a 1. Chi vuole scommettere?
Ho sentito che i cavalli di questa razza hanno una resistenza
straordinaria, disse tienne. Perfetti per la cavalleria leggera.
Impossibile, disse Gui. Sono cavalli da campo. Dovrebbero
stare attaccati a un aratro.
Smisi di ascoltare e pensai invece a come mi sarei vestita per
la partita di polo se fossi stata ricca e avessi potuto scegliere qualcosa
di diverso dalla divisa del convento. Quella partita non si
teneva allo Chteau de Bagatelle a Parigi, ma era comunque un
inizio, un modo per imparare i rituali e le regole che le spettatrici
dovevano rispettare, e che, stando a quanto avevo letto
sui giornali, consistevano anzitutto nel vestirsi con la massima
eleganza possibile.
Il giorno dell'incontro, un grande prato vicino alla caserma
era stato trasformato in un campo da polo, il che apparentemente
significava solo che l'erba era pi corta e piccole bandiere
segnalavano gli angoli e le porte. Lungo uno dei lati erano state
disposte sedie di legno per gli spettatori, ad alcuni metri da
quello che doveva essere il bordo del campo da gioco, bench
non vi fossero barriere vere e proprie.
tienne, in abiti civili, arriv per assistere all'incontro con
me, Adrienne, Gabrielle e gli altri. Era stato congedato, mi disse
Gabrielle, dopo i due anni di leva obbligatoria. I suoi genitori
erano morti da poco e lui aveva ereditato una somma sostanziosa
dalla loro azienda tessile. Non avendo genitori che potessero
disapprovare il modo in cui li spendeva, stava cercando un
terreno da acquistare in cui dedicarsi all'allevamento dei cavalli
per le corse e il polo.
E a milienne d'Alenon, soggiunse Gabrielle a bassa voce.
La famosa cortigiana?
Ssstt ! intim Gabrielle. Scocc un'occhiata a tienne,
che stava parlando con un gruppo di sconosciuti l vicino.
Sapevo di milienne. Tutti sapevano di lei. Era una celebre
bellezza, nota per aver rovinato magnati e membri di famiglie
reali. Re Leopoldo del Belgio era ossessionato da lei e le aveva
regalato cos tante collane e anelli che a un certo punto lei non
aveva pi avuto bisogno di lui e se n'era andata. Non era l'unico.
La Duchesse d'Uzs aveva spedito in Africa suo figlio Jacques
solo per allontanarlo da milienne, ma non prima che lui le
donasse i gioielli di famiglia. In Sudan, il povero Jacques si era
preso una febbre ed era morto.
E ora la famosa seduttrice stava con tienne? Il nostro
tienne?
 solo un divertimento per entrambi, disse Gabrielle.
Non vogliono parlarne davanti a noi, ma Gui mi ha riferito
che tienne risponde cos quando gli altri tenenti lo prendono
in giro. Alz gli occhi al cielo. Gli uomini e i loro passatempi.
milienne  grande ormai, ha pi di trent'anni, il suo
momento  passato da un pezzo. Ma non importa, perch 
ricca. Ha collezionato cos tanti rubini e perle e smeraldi che
pu fare quello che vuole. Gui dice che tienne spende soldi
solo sui cavalli, ma milienne non ha neppure bisogno dei
suoi soldi.
Nel suo tono mi sembr di percepire un certo rispetto per
milienne. Se devi peccare contro la continenza, almeno fallo con
qualcuno di ricco, aveva detto un giorno Gabrielle a proposito di
Julia-Berthe.
Avrei voluto chiedere di pi, ma tienne ci aveva raggiunte
di nuovo e la partita stava per cominciare. Sul campo, i giocatori
e i loro cavalli trottavano in circolo e descrivevano figure a
otto per riscaldarsi. Avrei dovuto ammirare i nostri tenenti in
sella ai loro cavalli francesi, cercando di incrociare lo sguardo
di Armand. Gli avevo promesso un rapido bacio se avessero
vinto. Quando vinceremo, aveva detto lui.
E invece il mio sguardo era attratto dagli argentini in maniche
corte con gli avambracci muscolosi e abbronzati. I colletti erano
alzati e ogni camicia aveva un numero sulla schiena, da uno
a quattro. I loro cavalli erano pi piccoli di quelli francesi, meno
raffinati, ma sembravano pi potenti. Le uniformi dei nostri
ufficiali erano formali camicie di cotone a maniche lunghe con i
colletti fissati con bottoni, e sopra quelle dei gilet. Sembravano
proprio i dandy che erano. Gli argentini sembravano venuti
l per giocare.
Anche Gabrielle fissava gli argentini, a labbra strette e a
braccia conserte. Potevano anche vestirsi un po' meglio. E i
loro cavalli sono brutti.
Gabrielle, la rimprover Adrienne.
tienne rise. Per loro fortuna, nessuno di questi criteri determina
le possibilit di vittoria.
Ma chi sono? chiesi, ancora meravigliata.
Sono anglo-argentini, discendenti delle ricche famiglie
inglesi che anni fa si trasferirono in Sudamerica per costruire
ferrovie e allevare il bestiame. Le loro famiglie li rispediscono
in Inghilterra per studiare. Non sono pienamente argentini n
pienamente inglesi.
C'era un argentino in particolare che non riuscivo a smettere
di guardare. Quando si avvicin alla mia sedia sul suo cavallo, e
gli vidi i muscoli delle braccia, vidi la solidit del suo corpo sulla
sella, mi si mozz il fiato, Ma non era solo quello. Era il modo in
cui si muoveva insieme al cavallo. Non era una lotta tra loro,
un padrone che controllava la sua bestia, ma una danza, una collaborazione,
come se non fossero due ma uno solo.
Come fosse met uomo e met cavallo, dissi.
tienne annu. Un centauro.
Centauro, ripetei.
Mentre il giocatore tornava in campo sentii una spinta che
non avrei saputo definire, sentii accelerare il battito del cuore.
Mi rimproverai con una risata. A bada gli occhi, Mademoiselle.
Suon un corno e la partita cominci. Cavalli e cavalieri correvano
di qua e di l, lanciandosi al galoppo per conquistare la
palla o allontanarne l'avversario; i cavalli si scontravano l'uno
contro l'altro, le mazze fendevano l'aria. Era terrificante ed entusiasmante
al tempo stesso, soprattutto perch erano cos vicini,
a pochi metri da noi. Ben presto l'emozione fu troppa per
restare seduti.
Gli argentini si chiamavano l'un l'altro con parole e inflessioni
che non riconoscevo e che li rendevano ancor pi misteriosi.
Che lingua parlano? chiesi a tienne.
Spagnolo. Ma parlano anche inglese e francese.
Sai molte cose sul loro conto, dissi.
Ci scriviamo. Potrei comprare alcuni dei loro cavalli, se
sono davvero buoni come ho sentito. Quando si tratta di cavalli,
mi piace vincere. Questi criolli non sono adatti alle corse. Ma
sono perfetti per il polo. Basta guardarli.
Non c'era bisogno che mi dicesse di guardarli. Il nostro centauro
si girava e si torceva insieme al suo cavallo, inseguendo la
palla al galoppo come se nient'altro importasse, poi si fermava
di colpo e ripartiva al galoppo. Era magnifico. Con un colpo
della sua mazza il punteggio pass all'uno a zero, poi cinque a
zero, poi dieci, undici, dodici a zero. Era guerra aperta. E gli
argentini stavano vincendo.
Il brusio degli spettatori si era attutito. Sul campo, Gui e
Armand imprecavano, sferravano colpi violenti alla palla per la
frustrazione. Gabrielle sentenzi che gli argentini erano maleducati
perch avevano segnato tutti quei punti. Adrienne sembrava
turbata dal fatto che fossero tutti cos arrabbiati. Tutti
tranne tienne. E me.
Al termine dell'incontro i giocatori di ambo le squadre consegnarono
i cavalli agli stallieri. I nostri tenenti si affrettarono
a rientrare in caserma, imbarazzati. Armand non avrebbe ricevuto
il suo bacio, ma non importava. Mi ero completamente
dimenticata di Armand.
Gli argentini si mescolarono con gli spettatori rimasti, in
maggioranza cavalieri gentiluomini come tienne che volevano
saperne di pi dei cavalli sudamericani. Mentre Adrienne
e Gabrielle criticavano l'abbigliamento dei presenti, io seguii
tienne verso i giocatori. Il cuore mi sobbalz in petto
alla vista del bell'argentino. Doveva avere sui venticinque
anni. Aveva gli occhi di un marrone dorato, ipnotico, e i capelli
mossi e neri. Era ben rasato, un volto elegante senza
baffi. Mostrava una delicatezza che non mi sarei mai aspettata.
Juan Luis Harrington, disse tienne, stringendogli la mano.
 un piacere conoscerla finalmente di persona.
Chiamami Lucho, disse Monsieur Harrington.
Dove hai imparato a giocare in quel modo, Lucho?
Nelle pampas: giochiamo a polo da prima di imparare a
camminare.
Ascoltai i discorsi sui cavalli. Cosa significava il soprannome
Lucho? Cos'erano le pampas? Avevo uno strano desiderio
di sapere tutto sul suo conto. Poi notai il graffio sul braccio, la
goccia di sangue che stava per macchiargli i calzoni bianchi. Tirai
fuori il fazzoletto, uno dei tanti su cui mi ero dovuta esercitare
a ricamare le mie iniziali, e d'istinto glielo posai sul braccio per
fermare l'emorragia.
Sanguina, gli dissi, e mi sentii arrossire. Avevo appena
toccato un uomo che non conoscevo.
Lui mi guard, colto alla sprovvista, e le sue dita sfiorarono
le mie mentre prendeva il fazzoletto. Merci, disse, e si asciug
il sangue dal braccio.
Ti presento Mademoiselle Antoinette Chanel, disse tienne
con un sorriso divertito. Con sua sorella e sua zia,  una delle
famose Tre Grazie di Moulins.
Lucho incontr il mio sguardo e lo sostenne. Ma come fa a
essere una sola, se possiede tutti e tre i requisiti: bellezza, gioia
e giovinezza?
Cercai di comportarmi con naturalezza, come se ricevessi
ogni giorno complimenti simili da uomini affascinanti. Lei 
gentile, gli dissi, ma essendo la minore mi  stata assegnata
la Giovinezza.
Alla Giovinezza, allora, disse Lucho con un inchino cortese.
Una qualit preziosa che alcuni, come me, hanno sprecato.
Ti devo un fazzoletto, Antonieta. Mi fiss per un istante in
pi prima di tornare dai suoi compagni di squadra, con il mio
fazzoletto ancora premuto sul braccio.
tienne lo guard andar via, ridendo e scuotendo la testa.
Seducente, vero? Fece una breve pausa e poi soggiunse, in
tono scherzoso, Antonieta.
Non riuscii a rispondergli a tono perch il mio cuore aveva
spiccato il volo nel petto. Non riuscivo quasi a parlare.
Mentre tornavamo dagli altri del nostro gruppo, riflettei su
alcune parole di Lucho Harrington che mi avevano lasciata
confusa. Mi rivolsi a tienne. Perch ha detto di aver sprecato
la giovinezza? Mi sembra ancora molto giovane.
Sospetto che c'entri qualcosa il suo matrimonio, disse
tienne, e le nuove ali spuntate al mio cuore si tarparono all'istante.
Se possiamo definirlo tale.
Che vuoi dire? chiesi.
Stando ai pettegolezzi,  stato uno di quegli accordi in cui
una potente famiglia argentina si unisce a un'altra per ampliare
i suoi possedimenti terrieri. La sposa di Lucho ha insistito per
farsi portare in Inghilterra e poi si  rifiutata di tornare in Argentina.
Quindi ora ha una casa a Mayfield dove vive per conto suo,
con gli amanti che vanno e vengono, o cos si dice. La famiglia si
aspetta dei figli, naturalmente, ma Lucho non vuole avere niente
a che fare con lei. Eppure non ci sono soluzioni; in Argentina il
divorzio  illegale. L'unico modo per separare ci che Dio ha
unito, per dirla biblicamente,  che uno dei coniugi muoia.
Ecco fatto. Avevo finalmente incontrato il mio eroe di
Decourcelle, ma non sarebbe mai stato mio. Avevo vissuto un intero mlo in un solo pomeriggio.
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Qualche settimana dopo la partita a polo, mentre passavo
dall'ingresso diretta in cucina canticchiando sottovoce Le
fiacre, mi stupii di vedere Mmre e zia Julia, quest'ultima
con un ciuffo di penne di tacchino tinte di blu sul cappellino.
Mi raggelai. Che ci facevano l?
Zia Julia aveva un'aria disgustata. Mmre, che si stava
asciugando le lacrime, mi salut con un debole sorriso mentre
la Madre badessa le scortava fuori dal portone.
Prima che potessi sparire, la Madre badessa mi agguant
per un braccio. Vieni, disse, e mi condusse nel suo ufficio,
chiudendo la porta alle nostre spalle.
Fissai il pavimento in una posa composta mentre lei incombeva
su di me con le braccia conserte tra i suoi barattoli di
campioni, le farfalle fissate con gli spilli nelle loro bacheche alle
pareti come crocifissi in miniatura.
Fuori, le campane della chiesa batterono l'ora.
Finalmente parl. Non facciamo altro che sforzarci di proteggervi.
Vi ammoniamo in continuazione. Gli uomini hanno
degli impulsi. Sono guidati da istinti che non potete sottovalutare.
Eppure voi ragazze vi mettete in mostra. Tentate gli uomini
al peccato carnale come va nell'Eden con i vostri sorrisi, fate
gli occhi dolci invece di seguire l'esempio di purezza e castit della Santa Vergine.
Sentii risalire la nausea in gola. Qualcuno doveva averci visto con i tenenti.
 nostro dovere di canonichesse insegnare ai poveri a essere
puliti e virtuosi. A essere industriosi. A emanciparsi dal difetto
caratteriale della povert. Chiediamo solo che non gettiate
il disonore su questa istituzione come ha fatto vostra sorella.
Mia sorella? Il problema non erano solo le domeniche al
Grand Caf. La Madre badessa era venuta a sapere anche che
Gabrielle si esibiva alla Rotonde? Affondai le unghie sul braccio
mentre lei andava avanti a blaterare di morale, buonsenso,
di come mia sorella la metteva in imbarazzo, che era una donna
di scarsi principi, la reputazione rovinata, una macchia sulla
sua virt, e via cos finch non riuscii pi a starla a sentire.
Incontrai il suo sguardo, strinsi le mani a pugno lungo i fianchi.
Gabrielle cerca solo di farsi strada nella vita. Gli ufficiali
sono sempre perfetti gentiluomini quando li incontriamo. E
quanto al cantare in un music hall,  solo una canzone su un cagnolino smarrito.
La Madre badessa sgran gli occhi. Ufficiali? disse. Music hall? Voialtre Chanel! Non imparerete mai? Vostra nonna e
vostra zia sono venute a supplicare il nostro aiuto. Dobbiamo
trovare un posto in cui portare il bambino. Vostra sorella Julia Berthe  incinta.
Non potevo andare a trovare Julia-Berthe. Non dovevo neppure
menzionare il suo nome. Le canonichesse mi guardavano
come se fosse soltanto questione di tempo prima che seguissi le sue orme.
Non avevo il permesso di uscire dal Pensionnat e solo Adrienne poteva venire a trovarmi.
A novembre Adrienne mi port la notizia che Julia-Berthe
aveva partorito un maschietto e l'aveva chiamato Andr. Nella
sala visite, con suor Ermentrude che sonnecchiava davanti a noi
sulla sua poltrona, Adrienne mi disse che Mmre e le canonichesse
avevano costretto Julia-Berthe a consegnare il bambino
al parroco di l e che Gabrielle era furiosa. Mi si spezz
il cuore. Un altro Chanel sarebbe stato cresciuto da estranei.
Chi  il padre? chiesi. Non vuole sposarla?
Adrienne scosse la testa. Viveva con un uomo da un paio
di mesi. Il cognome  Palasse. Se n' andato, ora. E scomparso.
Un bandito, pensai. Un ladro.
Adrienne lanci un'occhiata a suor Ermentrude per assicurarsi
che dormisse ancora. Poi mi infil in mano un piccolo
oggetto. Un pacchetto.
Mettilo via, sussurr. Che nessuno lo veda.  di tienne.
tienne? Cos'? domandai.
Non me l'ha detto. Ha detto solo che l'avresti capito vedendolo.
Mi guard come se avessi uno splendido segreto da rivelare.
Ma la mia espressione perplessa le disse che non era cos.
Quando se ne fu andata, mi recai di nascosto nella cappella.
Non ci avrei trovato nessuno di domenica pomeriggio. Mi
inginocchiai come per pregare, chinai il capo e tirai fuori il
pacchetto da sotto il maglione. Estrassi un oggetto avvolto
in carta velina e scartandolo trovai un fazzoletto di lino candido.
Un profumo mi solletic le narici, lavanda e bergamotto.
Era un fazzoletto da uomo con le iniziali JLH ricamate in un
angolo.
All'inizio pensai che fosse un errore, un fazzoletto destinato
a qualcun altro. E poi ricordai. Ti devo un fazzoletto.
JLH.
Juan Luis Harrington.
Lucho.
Solo grazie a quel fazzoletto superai indenne l'anno successivo
al Pensionnat, il pi lungo di tutti. Avevo diciotto anni e la vita
era ancora un'infinita congiura di trappole, dalle mura e le regole
del Pensionnat al mio posto in societ. L'aria stessa in cui
mi muovevo era densa e soffocante.
Era stato tutto un sogno? Il reggimento cavalleggeri, le domeniche
pomeriggio nei caff, la partita di polo? Lucho? No.
Quel momento tra noi: quello era vero. Lo dimostrava quel
quadrato di lino nascosto nella federa del cuscino, che ogni notte dormiva con me.
...
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...
CAPITOLO 22.
...
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...
A maggio, appena prima che compissi diciannove anni, Adrienne
venne al Pensionnat e annunci che lei e Gabrielle si trasferivano
a Vichy.
Vi trasferite? dissi. Ma perch?
Laggi i music hall sono pi grandi. Un passo avanti,
dice Gabrielle.  una vera citt, con un vero teatro per la haute
che va l a fare le cure termali per la stagione. Gabrielle far
delle audizioni.
Restai in silenzio, cercando di prendere atto di quella notizia.
L'entusiasmo di Adrienne si mut in apprensione. Non
preoccuparti, Ninette, disse, posandomi una mano sul braccio.
Vichy non  lontana. Ci vuole poco in treno. E torneremo
a trovarti.
Torner, aveva detto nostro padre, ma poi non era tornato, e
quelle parole mi avevano sempre tormentata. Ma negli occhi di
Adrienne brillava l'attesa di nuove possibilit, ed era contagiosa.
Notai che erano nuovi anche il suo vestito e il cappellino, e
che profumava di acqua di rose.
La tua giacca, dissi.  cos bella. Passai la mano sulla
stoffa morbida della sua manica. Sul polso c'era un motivo formato
da passamaneria dorata. La stessa decorazione era ripetuta
sul colletto.
Surah, disse. Questo tessuto si chiama cos. E un tipo
di seta.
Sembra costosa.
tienne ci aiuta, ci d una spintarella, come dicono i tenenti
nel loro gergo equestre. Ha detto che dobbiamo iniziare
con un guardaroba di qualit. Siamo andate alla Maison Grampayre,
ma stavolta da clienti. Dovevi vedere come Gabrielle comandava
a bacchetta i Desboutin.
tienne aveva dato loro dei soldi? Non pensavo che Adrienne
avrebbe mai fatto qualcosa di sconveniente, e di solito dava
il buon esempio a Gabrielle. Ma avevo osservato il modo in cui
tienne guardava Gabrielle, con occhio interessato e divertito.
E quei due erano in grande confidenza. Pensando a milienne
d'Alenon, non riuscii a trattenermi dal chiedere, a voce bassa
come per timore che l'idea potesse svegliare suor Ermentrude
sulla sua poltrona. tienne vi aiuta... in cambio di favori?
No! esclam Adrienne, cos scandalizzata che mi vergognai
di averglielo chiesto. Trova divertente Gabrielle, tutto
qui. Dice che non ha una gran voce, ma ha la determinazione,
e quella non si pu insegnare. Vuole pagarle qualche lezione
di canto. Gabrielle insiste che  un prestito, che lo rimborser
quando si sar fatta un nome. Lui dice che ha la fortuna di potersi
permettere di perdere quei soldi.
Se pensa che lei non sappia cantare, perch vuole aiutarla?
Sai come sono fatti questi uomini. Amano le scommesse,
e lui scommette su di lei. Dice che ha un debole per i pi fragili.
Personalmente penso che abbia un debole per Gabrielle.
In ogni caso... - fece una piroetta - ho un nuovo completo.
Ed ecco, disse, porgendomi poi un pacchetto avvolto in carta
da regali, che non avevo notato. C' qualcosa anche per te.
Per me?
Ma certo. La Terza Grazia. Da parte di tienne. Ci ha detto
di scegliere qualcosa per te. Aprii il pacchetto, scoprendo un
set di pettinini in tartaruga.
Sono molto belli, dissi. Ero toccata. tienne era come
il fratello maggiore che non avevamo mai avuto. Prima, Saint
tienne di Aubazine. Ora, Saint tienne di Moulins.
E gli altri tenenti? chiesi mentre Adrienne mi aiutava a
mettermi i pettinini. Da vicino apparivano di fattura pregiata,
ma affondati tra i miei capelli non avrebbero attirato l'attenzione
delle canonichesse.
Se ne sono andati. Hanno terminato l'ingaggio. Non  la
stessa cosa senza di loro, ma soprattutto senza di te.
Il tempo correva veloce, fuori dal Pensionnat. Ma l dentro
le lancette avanzavano con una lentezza esasperante.
Oh, Ninette, non ti ho detto di Maud.
Maud?
Madame Mazuel. Io e Gabrielle siamo state a una corsa di
cavalli con Gui e lui ce l'ha presentata.  una salonnire.
Una cosa?
La padrona di un salotto elegante. Una donna di classe, in
quella maniera un po' antiquata. Ci ha invitate per un t nella
sua villa di Souvigny, poco fuori Moulins. Che gente c'era!
Avresti dovuto vederli. Begli ufficiali, gentiluomini con pi titoli
dopo il nome che penne sul cappello. E la signora invita solo belle donne, donne che hanno del potenziale, come dice
lei. E secondo lei io ce l'ho, il potenziale. Adrienne si sporse
verso di me. Pensa di potermi trovare marito. Un vero aristocratico.
Quando avr aiutato Gabrielle a sistemarsi a Vichy
e dopo che sar stata scritturata in un ruolo, andr a vivere a Souvigny con Maud.
Un aristocratico? Proprio quello che hai sempre desiderato,
dissi. Oh, Adrienne, e se avessi dato retta a zia Julia e avessi sposato il notaio?
Grazie al cielo tu e Gabrielle non me l'avete permesso!
Presto avrai diciannove anni, Ninette. Te ne andrai dal Pensionnat
e avrai tante possibilit tra cui scegliere. Nel frattempo
Gabrielle sar una cantante famosa e potr aiutarti a trovare
un posto sul palcoscenico, se  quello che vuoi. Oppure Maud
potr trovare l'uomo giusto per te. Vedr che anche tu hai del potenziale. Non manca pi molto, ormai.
...
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CAPITOLO 23.
...
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...
Vichy, 15 maggio 1906.
Chre Ninette,
la nostra avventura  cominciata! Vichy  il mondo delle
fiabe, tutti sono ricchi e di ogni provenienza. Abbiamo
visto principesse russe, ambasciatori italiani, emiri libanesi.
Persino colonialisti tornati dall'Africa a riprendersi dal
clima caldo.
Abbiamo trovato un'orribile stanza in affitto nella
vecchia Vichy, ma non ci resteremo a lungo. Guardiamo
i grand hotel e sogniamo... Domani Gabrielle ha un'audizione
al Grand Casino. Non sta nella pelle!
Bisous,
Adrienne
(Gabrielle mi chiede di dirti che ti scriver appena ha
tempo.)
Non potevo tenere per me quella lettera. In dormitorio quella
sera la lessi alle mie compagne. Elise, Sylvie, Fifine, Louise-
Mathilde. Tutte sospirammo di nostalgia. Come doveva essere
bello trovarsi in un posto cos magico, dove l'acqua bastava a
curare malanni e disturbi. Avevo tante domande: come si vestivano
le principesse russe? Che aspetto avevano? C'erano anche
dei principi? E cos'era un emiro? Grazie alla lettera di Adrienne
eravamo lontane, libere dal Pensionnat, almeno per una sera.
Vichy, 25 maggio 1906.
Chre Ninette,
il Grand Casino non ha concesso un'audizione a
Gabrielle! E neppure l'den. Dicono che scritturano solo
artisti di Parigi. Ci hanno guardate come fossimo due contadine
venute l dopo aver munto le mucche!
Quando all'Alcazar le hanno concesso una prova, hanno
detto che ha fascino, ma non ha la voce. Ma il pianista
le ha detto che  promettente. Per un piccolo compenso
le d lezioni di canto e la aiuta con la gestualit. Pensa
che possa diventare una gommeuse, una cantante dei caff
concerto. Dice che con un po' di lavoro sar pronta per una
nuova audizione. Gabrielle  felicissima!
Bisous,
Adrienne.
L'entusiasmo si propag in tutto il dormitorio.
Che genere di canzoni canta? chiese Sylvie, la mangiatrice
di gesso, grattandosi una lentiggine.
A lume di candela, a bassa voce per non farci sentire,
insegnai loro le canzoni che avevo imparato da Gabrielle e
Adrienne. Qui qua vu Coco, Le fiacre, Les Boudins et les
Boutons. Mostrai loro i gesti. Una mossetta qui, una giravolta l.
Vivevamo dentro un mlo, in cui Gabrielle era l'eroina.
Aspettavamo ogni nuova lettera di Adrienne come se fosse l'ultima
puntata di una serie pubblicata sul giornale.
Vichy, 3 giugno 1906.
Chre Ninette,
Monsieur Dumas il pianista ha detto a Gabrielle che deve
trovarsi un costume migliore per la prossima audizione.
Dice che  per questo che non l'hanno ancora scritturata. Un
suo amico ha dei costumi pi costosi, ma dice che valgono il
prezzo. Gabrielle andr a vederli domani.
Pensa: quando riceverai questa lettera Gabrielle potrebbe
gi essere una gommeuse, esibirsi sul palco dell'Alcazar
per l'alta societ internazionale.
Bisous,
Adrienne.
(Gabrielle ti manda i suoi saluti.  troppo indaffarata
per scrivere.)
Vichy, 29 giugno 1906.
Chre Ninette,
Gabrielle non  ancora una gommeuse!
Ancora qualche lezione, dice Monsieur Dumas. Ma
stiamo per finire i soldi. I costumi da noleggiare sono cos
costosi. Vestiti corti - fin quasi al ginocchio! - tempestati
di paillettes e scollati. Due settimane fa andavano di
moda le paillettes rosse. La scorsa settimana erano color
malva. Ora sono nere. Gabrielle le trova volgari, ma cosa
ci pu fare?
Guadagniamo qualche franco facendo modifiche sartoriali
per alcuni clienti dei Desboutin che sono qui alle terme,
ma saltiamo il pranzo. E siamo indietro con l'affitto.
Prega, Ninette. Accendi una candela. Gabrielle  pi
determinata che mai. Deve solo diventare una gommeuse
prima che finiamo i soldi!
Bisous,
Adrienne.
Andr senz'altro meglio alla prossima audizione, disse Sylvie.
Forse perch  piatta, disse Louise-Mathilde, scrollando
la testa.
Pu infilarsi i fazzoletti nel corpetto, disse Elise. Lo
fanno tutte.
Non tutte, obiett Fifine, ostentando i grandi seni che tendevano
il tessuto della camicia. Non aiutava il fatto che avesse
l'abitudine di sostenerli con le mani come un contadino che pesa
i meloni al mercato.
Dissi loro di non preoccuparsi. Conoscevo mia sorella. Sapevo
che non se ne sarebbe andata da Vichy prima di riuscire
nel suo intento. Tutte contavamo su Gabrielle. Il suo successo
avrebbe decretato una possibilit di successo anche per noi.
Prega, aveva scritto Adrienne, e ogni volta che le campane della
chiesa battevano l'ora sapevo che tutte le orfane recitavano in
silenzio le stesse parole: O angelo santo, fa' che Gabrielle diventi
una gommeuse. O angelo santo...
Non avevo mai visto tante candele accese nella cappella,
fiamme che ardevano per Gabrielle, per noi, per le nostre speranze
e i nostri sogni.
Ma poi passarono troppe settimane senza un'altra lettera di
Adrienne. Quando suor Ermentrude distribuiva la posta nel
refettorio, stavo col fiato sospeso aspettando che la sua silenziosa
presenza si avvicinasse. Ma giorno dopo giorno non c'era
niente per me. Io e le altre orfane ci scambiavamo occhiate
interrogative e poi abbassavamo lo sguardo sul piatto della
minestra.
Non sapevo cosa pensare. Cercavo di restare ottimista, per
il loro bene e per il mio. Speravo che l'assenza di lettere potesse
essere un buon segno. Gabrielle era finalmente diventata una
gommeuse. Erano impegnate a banchettare, con indosso abiti
nuovi e chic, in ristoranti costosi, celebrate all'haut monde
di Vichy.
Non mi serviva altro che una lettera che lo confermasse, e
invece Adrienne scrisse per riferire eventi pi infausti.
Vichy, 30 luglio 1906.
Chre Ninette,
abbiamo un disperato bisogno di soldi. Ora lavoro
nella bottega di una modista. E Gabrielle fa la donneuse
d'eau alla sorgente Grande Grille. Vorrei che tu potessi
vederla. Tutta la haute societ si raduna intorno a un
chiosco, dove le ragazze come Gabrielle, con un lungo
grembiule, versano bicchieri d'acqua minerale per curare
la gotta.
Monsieur Dumas ripete sempre che la prossima audizione
sar quella buona. Gabrielle ripone in lui tutta la
sua fiducia. Ma lui ha sempre un nuovo paio di occhialini
da teatro o un nuovo fazzoletto di seta al collo. E tua sorella
non  ancora una gommeuse.
Ninette, non so pi cosa fare. Maud dice che  ora che
io vada a vivere con lei a Souvigny. Ma ho paura di dirlo a
Gabrielle. Maud potrebbe trovare marito anche a lei, ma
lei non vuole arrendersi. Le possibilit si restringono molto
quando cala il sipario sulla giovinezza.
Bisous,
Adrienne.
Il silenzio nel dormitorio quando finii di leggere mi mozz l'aria
nei polmoni. Nei mlo, dissi con voce dura, l'eroina si trova
sempre nel momento di massima disperazione appena prima che
il suo sogno si avveri. E cos che funziona.
Nessuno parl, finch fu Elise a spezzare il silenzio. Chi 
Maud?
Una salonnire, dissi.
Cos' una salonnire? chiese Fifine.
Una gran signora che invita gente per il t a casa sua, e tutti
sperano di essere invitati.
Ma che vuol dire, che ha invitato Adrienne a vivere con
lei? chiese Sylvie.
Non vuol dire niente, dissi, spegnendo la luce, e finsi di
dormire.
Invece ricordai le parole di Adrienne: sarebbe rimasta con
Gabrielle a Vichy finch non avesse ottenuto un ruolo, e poi
avrebbe passato la maggior parte del tempo a Souvigny, dove
Maud l'avrebbe introdotta in societ e l'avrebbe aiutata a trovare
marito tra i gentiluomini dell'aristocrazia locale. Ma per
diventare una cantante non avrebbe dovuto volerci cos tanto
tempo. E Adrienne aveva gi ventiquattro anni.
Ho paura di dirlo a Gabrielle... non vuole arrendersi.
Ma Adrienne si stava arrendendo con Gabrielle?
A volte le altre ragazze mi chiedevano se mi dispiacesse non ricevere
lettere da Gabrielle. Ma non avevo bisogno che mi scrivesse.
Sapevo cosa pensava, sentivo il suo dolore come se fosse
il mio. Sapevo perch non riusciva ad arrendersi.
Avevo notato come Gabrielle si era illuminata in volto mentre
cantava per i tenenti quella volta al Grand Caf, il modo in
cui assorbiva la loro ammirazione come una spugna asciutta assorbe
le gocce d'acqua. Voleva diventare una cantante non solo
per non dover toccare mai pi ago e filo, come aveva detto lei,
ma per ricevere quell'approvazione.
Nostro padre aveva promesso di tornare, e forse sarebbe
tornato se Gabrielle fosse diventata una cantante famosa.
Avrebbe sentito parlare di lei, di come tutti la amavano e la
chiamavano Coco, e avrebbe capito di aver fatto un errore.
Vedi, pap, la immaginavo pensare, ti sbagliavi. Tutti gli altri
vedono ci che tu non riuscivi a vedere: che sono degna d'amore.
...
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...
CAPITOLO 24.
...
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...
Avevo un brutto presentimento mentre la Madre badessa sedeva
alla scrivania con gli occhi socchiusi: era il ritratto della contemplazione
devota. Suor Immacolata era in piedi al suo fianco,
suor Gertrude dall'altra parte. La vecchia suor Ermentrude
era seduta l vicino con il fedele cornetto acustico. La stanza
odorava come al solito di muffa e animali morti, un tanfo che mi
dava la nausea, ma feci una riverenza e mi costrinsi ad assumere
una postura di umilt.
Le canonichesse mi guardarono come se fossi uno dei campioni
entomologici della Madre badessa.
 sempre stata una scolara mediocre, disse suor Immacolata.
E la sua devozione lascia a desiderare, disse suor Gertrude,
scrutandomi da sopra gli occhiali.
La Madre badessa scroll il capo. A quanto pare ha sprecato
gli anni passati qui, le opportunit di migliorarsi.
Suor Immacolata annu. Sprecati. Come le sue sorelle.
Aspettai che intervenisse suor Ermentrude, che ascoltava attentamente
con il cornetto acustico, per dire che non ero abbastanza
pia durante la messa, che ero vanitosa, che non meditavo
come avrei dovuto la domenica pomeriggio.
I Desboutin non vogliono assumere un'altra Chanel, intervenne
la Madre badessa, da quando hanno scoperto che
Gabrielle si esibiva in un luogo di malaffare.
E i suoi nonni? chiese suor Immacolata: stavano cercando
di capire cosa farsene di me. Avevo diciannove anni. Era decisamente
ora. I vecchi venditori ambulanti. Pu andare a lavorare
al mercato con loro.
La Madre badessa inspir di scatto. Sorella! Guardate cos'
successo a Julia-Berthe. Scosse di nuovo la testa, poi raccolse
una busta dalla scrivania e se la rigir tra le mani come per contemplarne
il contenuto.
Mi sporsi in avanti. La grafia della lettera somigliava a quella
di Adrienne, ma era indirizzata alla Madre badessa, non a me.
Un impiego a Vichy, disse la Madre badessa aggrottando
la fronte, ... una modisteria...
Sussultai. C'era un posto per me alla modisteria.
A meno che le canonichesse mi proibissero di accettarlo.
Non possiamo permetterle di infangare il buon nome di
questo istituto come hanno fatto le sue sorelle, continu la
Madre badessa. Soprattutto in una citt come Vichy, dove
la vedrebbe tutto il beau monde, le famiglie delle studentesse
paganti, quelle che mandano avanti questa scuola. Abbiamo
una reputazione da difendere, abbiamo...
Ma madre, dissi, parlando non interpellata, nel disperato
tentativo di non lasciarmi sfuggire quell'occasione, non infangherei
mai il nome del Pensionnat. Non farei mai nulla per danneggiare
la sua reputazione. E sono brava a far di conto. Sono...
A bada la lingua, Mademoiselle! disse la Madre badessa,
gli occhi sgranati per l'indignazione.
Proprio allora suor Ermentrude si alz di scatto, lasciando
cadere rumorosamente a terra il cornetto acustico e facendoci
trasalire tutte. Mi preparai a ricevere altre critiche. Invece la vidi
agitare il dito rivolta alla Madre badessa.
Insomma, non pu lavorare alla Maison Grampayre. Non
vuoi che vada dai nonni. Cosa pensi di fare con questa ragazza?
Chiuderla in un armadio per l'eternit, perch non getti vergogna
sul Pensionnat? Ridicolo!  di indole gradevole e se la cava
in aritmetica. Qual  il problema, Henriette?
Era la prima volta che udivo qualcuno rivolgersi alla Madre
badessa per nome. Avevo sentito dire che un tempo suor Ermentrude
era stata la Madre badessa, che tutte le canonichesse erano
state sotto la sua supervisione. Ma nella condizione in cui si trovava,
vecchia, sorda e sempre sul punto di appisolarsi, nessuna
di noi ci aveva creduto.
Ora invece ci credevo.
Antoinette non  testarda come sua sorella Gabrielle,
continu suor Ermentrude. Se lavora sodo pu farsi strada.
Potrebbe persino trovare un giovane commesso da sposare.
Lascia andare la ragazza, Henriette.  ora.
Parlava a voce cos alta che le parole sembravano rimbombare.
Lascia andare la ragazza, Henriette.
Suor Ermentrude usc dalla stanza: la questione era chiusa.
...
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...
UNA RAGAZZA IN CARRIERA.
...
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...
VICHY 1906-1910.
...
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...
CAPITOLO 25.
...
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...
Il giorno del mio arrivo a Vichy, Adrienne part per andare da
Maud, ma non mi dispiacque. Ci abbracciammo, piangemmo
e ridemmo, perch presto si sarebbe fidanzata. Presto avrebbe
trovato il suo gentilhomme e i suoi sogni si sarebbero avverati.
Presi il suo posto nella stanzetta squallida che divideva con
Gabrielle e alla modisteria di rue de Nimes, dove spazzavo i pavimenti
e lucidavo i supporti per i cappellini. Guardavo dalle
vetrine e vedevo passare la gente, donne e uomini elegantissimi
venuti da Paesi stranieri a fare le terme. Il mondo si dispiegava
l davanti ai miei occhi, tutto ci che avevo tanto desiderato, e
io non vedevo l'ora di tuffarmici in mezzo. Ma per il momento
dovevo occuparmi di Gabrielle.
Avevo cercato di non mostrarmi allarmata quando l'avevo
vista. Era pallida ed eccessivamente magra. Era animata da
un'energia nervosa, batteva continuamente il piede a terra al
ritmo di una musica che aveva in testa. Ogni giorno indossava
il suo lungo grembiule e andava a distribuire bicchieri d'acqua,
e nelle pause del lavoro cercava di procurarsi audizioni. Di sera
restava alzata sino a tardi per ricucire le paillettes perdute sui
vestiti da gommeuse a noleggio, con una ruga profonda tra gli
occhi. Volevo chiederle di farmi sentire le nuove canzoni e mostrarmi
i nuovi movimenti che doveva aver imparato, ma non
osavo. Una volta iniziai a canticchiare Le fiacre, sperando che si
unisse a me. Invece mi zitt.
Avrebbe ottenuto un posto, mi dissi, e tutto sarebbe andato
meglio. Quelle cose richiedevano tempo. C'erano cantanti famose
che erano spuntate dal nulla: Mistinguett, Yvette Guilbert.
Se c'erano riuscite loro, poteva riuscirci anche Gabrielle.
Ma a fine settembre, poche settimane dopo il mio arrivo,
tornai a casa dalla modisteria e la trovai in camicia da notte, i
capelli sciolti sino in fondo alla schiena, spessi, neri e arruffati
come una ninfa della foresta. I suoi occhi erano spenti, in contrasto
con i colori vivaci degli abiti da gommeuse buttati alla
rinfusa sul letto. Paillettes sparse sul pavimento.
 finita, annunci.
Che vuoi dire? Si vedeva che aveva pianto, ma ora gli occhi
erano asciutti. Era cos pallida che sembrava prosciugata
dalle lacrime, il viso era quasi traslucido.
Ho fatto un'audizione ovunque me la concedessero. Nessuno
vuole scritturarmi. Monsieur Dumas ha un'altra allieva
che gli paga gli occhialini e i foulard, e meglio cos perch io ho
finito i soldi. Non diventer una gommeuse.
Sembrava di nuovo la bambina abbandonata sulla soglia
dell'orfanotrofio di Aubazine. Mi sentivo cos inutile. Dovevo
fare qualcosa. Volevo quanto lei che diventasse una cantante.
Volevo che dimostrasse a nostro padre che aveva sbagliato a lasciarci.
Forse lui non l'avrebbe mai saputo, ma noi s.
Non puoi arrenderti, le dissi. Pensa ai tenenti di Moulins,
a come ti adoravano. E a tutti gli ufficiali alla Rotonde. Battevano
i pugni sul tavolo per te. Puoi trovare un nuovo maestro.
Un maestro migliore. Verrai scritturata nella prossima stagione,
ne sono certa.
Non ci sono pi soldi, Ninette. Non posso pagarmi i vestiti.
Non posso pagarmi le lezioni. Riesco a malapena a sfamarmi.
Sembrava che volesse lasciarsi morire in quella stanza in
affitto, fissando il soffitto nel buio, piangendo la fine del suo
sogno. Non era mai stata il tipo che sta con le mani in mano.
Aveva sempre un piano. Ora invece non l'aveva, e questo mi
spaventava. Non sapevo come aiutarla, finch la vista dei miei
pettinini di tartaruga sul piccolo com non mi diede un'idea.
tienne.
Iniziai a parlare di lui. Se l'aveva sostenuta una volta l'avrebbe
fatto di nuovo, no? Se avesse potuto pagarle qualche altra
lezione di canto...
Gabrielle non volle saperne. Non voglio che sappia che
non ho ottenuto una parte. Non voglio che sappia che ho finito
i soldi.  umiliante. Aveva ragione lui, non ho voce. Avrei
dovuto dargli retta fin dall'inizio. Ora non posso neanche
rimborsarlo. Quindi  un bene che sembri essersi dimenticato
di me.
Prima di partire, Adrienne mi aveva detto che tienne era
molto impegnato e non si faceva vivo spesso con loro. Sapevano
solo che aveva comprato una propriet a Compigne per
allevare cavalli, che l'aveva chiamata Royallieu e ci invitava gli
uomini con le loro amanti. Si diceva che avesse ancora una relazione
con milienne d'Alenon.
Ma non riuscivo a smettere di pensare che tienne aveva
comprato lo champagne dopo la prima esibizione di Gabrielle,
che la guardava sempre con aria divertita ma anche con ammirazione,
che era stato uno dei primi a chiamarla Coco, che era
stato tanto gentile con me, che tutti gli altri tenenti se n'erano
andati, ma tienne era rimasto. Le aveva dato dei soldi per provare
a realizzare il suo sogno, sapendo che probabilmente non
li avrebbe riavuti indietro.
Trovai un foglio e una busta e, senza dirlo a Gabrielle, scrissi
una lettera a Monsieur tienne Balsan, Royallieu, Compigne,
Francia, sperando, pregando che gli arrivasse.
Una sera d'ottobre, tornando dalla modisteria, vidi con piacere
che Gabrielle era vestita e si stava pettinando davanti a un piccolo
specchio. Canticchiava, persino. Sembrava ancora fragile,
come una bambola di porcellana, ma almeno si muoveva.
Stamattina  arrivata una lettera da tienne, disse, sistemando
una forcina tra i capelli.
Feci mentalmente il segno della croce. La mia preghiera era
stata esaudita. Cosa diceva?
Ha comprato una tenuta vicino a Compigne, dove prima
sorgeva un monastero. Allever cavalli. Fece una breve pausa.
Vado a vivere l con lui.
Battei le mani. Era pi di quanto avessi sperato. Ti sposi!
Rise e mi guard come se avessi detto che mi trasferivo
in Cina.
Ninette, tienne  gi sposato.
Davvero? Com'era possibile? Non si era mai parlato di una
moglie.
 stato per necessit, prosegu Gabrielle. C' una figlia,
concepita prima delle nozze. E un matrimonio solo di nome.
Lentamente iniziai a comprendere. Vado a vivere con lui.
Ma... Ma non puoi andare a vivere con lui. Non puoi...
Me l'ha offerto e io ci vado. Che altro posso fare? Non ho
altra scelta. Non voglio fare la sarta dall'alba al tramonto per
due franchi al giorno. Non voglio sposare un allevatore di maiali
o un produttore di aceto e passare il tempo a rammendargli
le camicie e a lavargli le mutande, come una femme de mnage
non retribuita.
Scossi la testa come se quel movimento potesse aiutarmi ad
assorbire la notizia. Ma... potresti andare a Souvigny a vivere
con Maud e Adrienne.
Souvigny  noiosa, rispose. I t sono terribili. Le signore
non fanno altro che mettersi in posa e battere le ciglia mentre
gli uomini parlano di chi dovrebbe poter entrare al Jockey
Club e chi no. Non sono una gaiette sul bancone del panettiere
che spera di essere raccolta da qualcuno prima di ammuffire.
Ma Maud potrebbe trovarti marito.
Maud trova amanti, non mariti.
Non  quello che dice Adrienne, reagii irritata.
Maud l'ha convinta che lei  diversa. E forse  cos. Ma io
no. Almeno tienne lo conosco. Mi fido di lui. Non  amore.
Ma ci capiamo l'un l'altra.
E come la mettiamo con milienne d'Alenon? tienne
non ha gi una...
Irrgulire. Mantenuta. Amante. Non riuscivo neanche a dire
quelle parole a voce alta.
Gabrielle alz la testa. Che mi importa di lei? Probabilmente
sar l anche lei. tienne pu fare quello che vuole, 
casa sua.
Era tutta colpa mia. Ero stata io a scrivere a tienne. Cosa
mi aspettavo, che le desse altri soldi in cambio di niente? Che
avesse dei contatti e potesse procurarle un lavoro, come avevano
fatto i tenenti a Moulins? S, era esattamente quello che mi
ero aspettata.
Prese la valigia che era sul letto. Devo andare. Il mio treno
parte tra venti minuti.
Vuoi farlo davvero? E che ne  di qualcosa di meglio? Volevo
disperatamente fermarla. Una donna non doveva per forza
rinunciare alla virt per fare carriera sul palco. Ma per una mantenuta
le opzioni erano limitate. Non sarai mai la benvenuta in
societ. Non troverai mai marito. Non avrai mai l'annuncio di
matrimonio sui giornali. Non siederai mai in tribuna alle corse
dei cavalli. Non potrai...
Ninette, disse lei, con voce calma. Questo  il tuo qualcosa
di meglio. Non il mio. A me non importa delle convenzioni.
Le convenzioni non hanno mai fatto niente per le persone come
noi. Sono stanca. Sono cos stanca. A Royallieu potr stare senza
far niente. Posso dormire tutto il giorno se mi va. Ho bisogno
di riposo. Poi capir qual  la mia prossima mossa.
Cerc di abbracciarmi, ma le voltai le spalle. Quando me ne
pentii, e decisi che volevo stringerla un'ultima volta prima che
tutto cambiasse per sempre e lei diventasse una demi-mondaine,
una irrgulire, se n'era gi andata.
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CAPITOLO 26.
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Fuori, gli alberi si spogliavano dei loro abiti frondosi. Le mille
luci della citt si smorzavano in una luminescenza tenue. La
haute societ se ne andava in qualche altra localit alla moda,
sparpagliandosi come le paillettes degli abiti da gommeuse di
Gabrielle. Pensavo di averle raccolte tutte, ma ne trovavo sempre
una che mi guardava da una crepa del pavimento, come se
volesse prendermi in giro.
Gabrielle mi scrisse dicendo che era arrivata sana e salva a
Royallieu. Ormai sapevo che detestava scrivere lettere - le ricordava
i temi, le lezioni di calligrafia delle suore - quindi apprezzai
il gesto, per quanto breve fosse il biglietto. Da allora in
poi mi imposi di non preoccuparmi pi della sua nuova vita.
Aveva un tetto sopra la testa. Era con tienne, un uomo di cui
mi fidavo. Per la prima volta ero sola, ma per la prima volta potevo
anche andare e venire come volevo. Non c'era nessuno a
dirmi cosa fare o quando farlo. Non c'erano pareti a contenermi.
Mi sentivo travolta da una strana speranza. Era come una
vite che mi avviluppava e cresceva, cercando disperatamente il
sole senza monache o canonichesse a potarla.
Durante la pausa pranzo o nelle serate in cui non c'era bisogno
di me al negozio, esploravo la citt. Ora che la gente alla
moda se n'era andata, Vichy apparteneva ai suoi abitanti e alla
gente che veniva dalla provincia per fare acquisti nei saldi invernali,
in cerca di affari. C'era anche un mercato, l, e mi venne
in mente Julia-Berthe e mi dissi che un giorno l'avrei convinta a
trasferirsi a Vichy. Gli stabilimenti balneari, aperti tutto l'anno,
attiravano una clientela raffinata e meno vistosa, curistes che
passeggiavano nel parco, andando e tornando dalle terme, da
sole o accompagnate dalle infermiere, in mano un bicchiere di
cristallo pieno di acqua minerale.
Per dovevo andarmene da quella squallida stanzetta. Mi
trasferii nella mansarda sopra la modisteria, uno spazio luminoso
e allegro dal soffitto spiovente che si affacciava sulla frequentata
rue de Nimes. Da l vedevo i tetti delle ville, dei palazzi
e degli chalet, le case d'estate della crme de la crme, le pi
splendide delle quali sorgevano accanto al parco. Andavo l a
passeggiare ogni volta che potevo, a studiare gli stili, le proporzioni,
le forme, sognando che un giorno avrei potuto scegliere.
Volevo una casa tutta mia, volevo vivere in un palazzo nobiliare.
Volevo essere una donna che si era sposata bene, una donna
che non passava inosservata.
Mi stupii di rendermi conto che somigliavo a Gabrielle pi
di quanto pensassi. I nostri qualcosa di meglio erano diversi, ma
l'obiettivo finale era lo stesso: essere ammirate, notate, viste.
Tutto ci che non eravamo mai state.
Vichy era piena di meraviglie, e Pygmalion, un negozio vicino a
dove abitavo, era una di queste. La prima volta che varcai la sua
soglia, per sbrigare una commissione per conto dei Girard, mi
sentii correre in corpo una scossa elettrica alla vista delle merci
in esposizione: abiti, guanti, scarpe, uno spazio che sembrava
non finire mai. Era un nuovo genere di negozio, quello che la
gente chiamava grande magazzino. C'era un reparto seteria,
un reparto nastri e passamanerie, un reparto scarpe, un reparto
abbigliamento, un reparto tende, un reparto mobili e cos via.
Pygmalion vendeva camicette e gonne che nessun altro aveva
mai indossato e abiti confezionati, niente cartamodelli e
niente da cucire. Belle scarpe senza graffi e senza l'odore e l'impronta
del piede di qualcun altro, e scaffali pieni di profumi e
ciprie che non erano gi stati aperti da una pagante. Volteggiai
da un reparto all'altro, da un piano all'altro, tra commesse indaffarate,
sorridenti, che mostravano la merce alle clienti, facevano
trillare le casse, e memorizzai le cose che avrei comprato
dopo aver messo da parte i soldi necessari. Una camicetta dal
collo importante. Una cintura di morbido capretto con la fibbia
d'ottone. E bench fossero assai poco pratiche, un paio di
scarpe con il tacco con l'allacciatura laterale. Ero una ragazza
che lavorava, non pi un'orfanella povera. Guadagnavo un salario
rispettabile; con soldi a sufficienza era possibile entrare da
Pygmalion come una persona e uscirne come un'altra. Per me,
naturalmente, il cambiamento sarebbe stato graduale.
Il mio reparto preferito era quello dei corredi, con tutto il
necessario per mettere su una nuova casa. Camicie da notte,
sottovesti, fazzoletti. Tovaglie, tovaglioli, centrini. Lenzuola, federe,
trapunte. Passavo le mani su tutte quelle cose, un sogno
che potevo toccare con mano. Quando Adrienne si fosse fidanzata,
mi dissi, saremmo venute l a preparare il suo corredo, e io
l'avrei aiutata a ricamare le sue iniziali sugli asciugamani. Poi,
un giorno, saremmo tornate per il mio corredo.
Per il momento quel pensiero era gioia pura. Un marito, una casa, una famiglia.
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CAPITOLO 27.
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A Vichy, le commesse si conoscevano tutte. Spesso ci incontravamo,
alcune di noi, per le pause de midi e pranzavamo al
parco, sparlando delle clienti e delle colleghe. Nelle giornate
fredde o piovose ci trovavamo in un piccolo caff per bere t e
mangiare uova sode.
Strinsi amicizia con due ragazze in particolare. Delphine lavorava
nel reparto tessuti di Pygmalion e aveva la scioltezza e
la grazia nel trattare le clienti che derivava da una lunga esperienza,
un atteggiamento efficace e sicuro di s che cercavo di
imitare alla modisteria. Sophie lavorava da un fioraio e profumava
sempre di rose. Ovunque andassero erano seguite da giovanotti:
garons, imballatori e cassieri di Pygmalion. Camerieri
e fattorini degli alberghi.
Il mercoled sera andavamo in una brasserie con menu a
prezzi contenuti, mentre il sabato sera in una sala da ballo con
ingresso gratuito. Noi ragazze ballavamo insieme, i ragazzi stavano
in disparte a bere pinard. Ogni tanto, quando suonava
una canzone lenta, venivano a ballare con noi. Ma poi la musica
accelerava di nuovo e noi ci allontanavamo piroettando, ridendo
e stringendoci l'un l'altra.
Di solito era Alain, il figlio del droghiere, a ballare i lenti
con me. A uno dei nostri pranzi, Delphine e Sophie mi chiesero
cosa pensassi di lui.
 simpatico. E molto sicuro di s.
Lo trovi bello? domand Sophie.
Aveva le spalle larghe e le braccia muscolose perch sollevava
casse pesanti per tutto il giorno. E occhi marroni sempre
sorridenti.
Direi di s, risposi, e mi accorsi che mi fissavano attentamente
in attesa della mia risposta, e capii che non chiedevano
per loro ma per lui.
Quando inizi la stagione, a maggio, Adrienne venne a Vichy
accompagnata da spasimanti con carrozze costose e baffi folti.
Maud le faceva da accompagnatrice; l'allegria delle loro uscite
a teatro e alle corse mascherava la serissima questione di un matrimonio
da combinare.
Andai a trovare Adrienne nel piccolo albergo in cui risiedeva
con Maud e lei mi mostr il suo completo nuovo: una gonna
a vita alta con il corsetto incorporato, una camicetta di leggero
chiffon ricamato, un corto bolero che metteva in mostra il punto
vita ed esaltava la sua grazia naturale, il tutto in sfumature di
grigio che viravano quasi al viola.
Che te ne pare, Ninette? mi chiese, e la consueta serenit
della sua espressione si sciolse in qualcosa che raramente le sentivo
nella voce: preoccupazione. Ti sembro una che potrebbe
essere la moglie di un gentilhomme?
Adrienne, dissi, sinceramente ammirata. Sembri molto
pi della moglie di un gentilhomme. C' una luce dentro di te
che non hanno neppure le Eleganti. I soldi non possono comprarla.
Nessuna sarta saprebbe riprodurla.
Mentre si provava altri vestiti, preparandosi per una serata a
teatro, parlammo di Gabrielle. Ci sarebbe piaciuto andare a trovarla
a Royallieu, ma Maud diceva che avremmo rischiato di rovinarci
la reputazione e ogni chance di un buon matrimonio. Avevamo ricevuto
poche lettere da Gabrielle dopo la sua partenza a ottobre.
Qui posso dormire fin quando mi pare, aveva scritto. Che lusso!
Mi sento gi meglio. tienne trova divertente che io stia a letto
sino a mezzogiorno a leggere mlo.
Cercai di immaginarla sdraiata a letto per tutto il giorno. Ci
avevano sempre detto che era peccato, e comunque Gabrielle
non riusciva mai a star ferma. Non era da lei starsene stravaccata
a quel modo.
Pensi che Gabrielle stia bene? chiesi ad Adrienne.
Scommetto che le piace la vie de chteau, disse Adrienne,
sempre pronta a guardare il lato positivo delle cose. A chi non
piacerebbe?
Non riuscivo a immaginare di non avere niente da fare. Alla
modisteria ero sempre indaffarata, spolveravo, spazzavo, sistemavo
i cappellini, sbrigavo commissioni.
In un'altra lettera, Gabrielle parlava di milienne d'Alenon.
milienne porta i capelli sciolti con una frangia di riccioli
sulla fronte per mettere in risalto gli occhi. I suoi vestiti sono
pieni di coccarde e altre decorazioni, impossibile lavarli
bene. Non so come faccia a profumare sempre di pulito.
Se non altro, dalle lettere sembrava ancora lei. Il che significava
che si sentiva a suo agio l, deducemmo io e Adrienne. E non se
ne stava in panciolle tutto il giorno. Le lettere erano brevi e poco
frequenti, ma contenevano osservazioni acute sulle maniere
degli amici di tienne, i gentiluomini e le loro amanti. Mia
sorella assorbiva tutto ci, e in silenzio decideva cosa imitare e
cosa no, come avevamo sempre fatto con le riviste, cercando di
farci strada nel mondo.
Parlami dei tuoi spasimanti, dissi ad Adrienne. Sono
belli? Ti fanno sussultare il cuore, te lo fanno battere forte?
Sinora ho il batticuore solo per i nervi, rispose. Ho paura
di chiamare qualcuno con il nome sbagliato. Il conte di cosa?
Il marchese di chi? Non riesco a star dietro a tutti. E se offendo
per sbaglio il mio unico vero amore prima di poterlo conoscere
bene? Meno male che c' la cara Maud. Lei tiene il filo di tutto.
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CAPITOLO 28.
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Era strano vivere in quel modo, lontane l'una dall'altra.
Gabrielle cavalcava a Royallieu. Quando sei in sella a un purosangue,
mi aveva scritto, ti sembra di volare, di poter fare qualsiasi
cosa. tienne le stava insegnando.
Julia-Berthe lavorava al mercato di Moulins, separata dal
suo bambino.
Io lavoravo in modisteria o uscivo con le mie amiche di Vichy.
E Adrienne stava per entrare in societ, circondata di corteggiatori.
Aveva ristretto la cerchia a tre: il conte di Beynac, il
marchese di Jumilhac e il barone di Nexon. Erano gli eredi di
famiglie delle altissime sfere, la crme de la crme, membri della
vecchia aristocrazia titolata francese. Erano persino una spanna
sopra tienne, che apparteneva alla nuova aristocrazia dei ricchi
imprenditori grazie all'impresa di famiglia nel ramo tessile.
E soprattutto, ciascuno di loro le faceva battere il cuore.
A volte ero invitata a unirmi a loro in uno dei ristoranti o dei
caff del bel mondo, lontanissimi dai posti che frequentavo con
le amiche. L dovevo guardare e ascoltare, diceva Maud, in
attesa che arrivasse il mio momento, appena Adrienne si fosse
sposata. Era quasi come a Moulins, ai vecchi tempi, quando
uscivamo con gli ufficiali di cavalleria; ma quegli uomini avevano
un'indole molto pi seria. Uno di loro, per fare bella figura
con Adrienne, le aveva donato un piccolo spaniel bianco e marrone
che lei aveva chiamato Bijou. Il cagnolino le stava sempre
in grembo o accoccolato ai suoi piedi: insieme formavano un
quadretto affascinante.
Mi piaceva pensare che lo stesso valesse per me. La loro
competizione per Adrienne si traduceva anche in una gara a chi
mi viziava di pi, quindi ora possedevo un nuovo paio di guanti
grazie al conte di Beynac, un cappellino nuovo grazie al marchese
di Jumilhac e un jabot di pizzo Valenciennes grazie al barone
di Nexon. L'unico problema era che non potevo indossarli
quando non ero con loro. Non potevo andarci alla brasserie o
in sala da ballo. Cosa avrebbero pensato Delphine e Sophie se
mi fossi presentata con accessori tanto lussuosi? Avrebbero immaginato
che mi concedessi a qualcuno. A Vichy c'erano tante
ragazze della classe operaia che facevano quelle cose.
Pi andava avanti la stagione e pi mi sembrava di vivere
sospesa tra due mondi, senza appartenere davvero a nessuno
dei due.
Nel mondo di Adrienne, di Maud e degli spasimanti ero
un'osservatrice, aspettavo di essere accolta nel gruppo, senza
garanzie che Maud mi trovasse marito. Adrienne aveva dei corteggiatori,
ma erano del tipo che cerca moglie? Dietro il suo
aspetto regale, si arrovellava ancora notte e giorno.
Nel mondo delle brasserie con menu a prezzo fisso, dei ragazzi
e delle ragazze che lavoravano nei negozi, Alain si avvicin
spingendo la sedia verso di me. Mi parl dei progressi nella
refrigerazione, dei progetti di suo padre di trasferirsi in campagna
e lasciargli il negozio dopo che Alain si fosse sistemato.
Nei suoi occhi c'era l'aspettativa, la speranza.
Cuori che sussultavano, che battevano forte... non ero sicura
di provare quelle emozioni per Alain. Ricordavo che zia Julia
aveva detto ad Adrienne che avrebbe imparato ad amare il
notaio, ma il notaio era vecchio e grasso, mentre Alain era giovane
e bello. E soprattutto lui era gi l, mentre il gentilhomme
che Maud avrebbe forse trovato per me era ancora solo un prodotto
della mia immaginazione.
Alain non beveva mai pi del dovuto, non si mostrava troppo
possessivo, non cercava di allungare le mani mentre ballavamo,
come altri avevano fatto. Aveva begli occhi, e quasi sempre
mi portava un piccolo regalo dal negozio. Cioccolatini, un vasetto
di marmellata, una scatola di mentine.
Una volta, in un caff, mentre i ragazzi parlavano di boxe
e le ragazze dei nuovi cosmetici in vendita da Pygmalion, mi
incantai a guardare il suo braccio sinistro posato sul tavolo,
aspettando che girasse il polso o che giocherellasse distrattamente
con un tappo di sughero. O forse poteva far schioccare
le nocche come faceva sempre Jacques.
Ma il suo braccio restava fermo, il muscoloso avambraccio
da fruttivendolo non si muoveva mai, come se simboleggiasse
la sua vera natura. Solido. Saldo.
Il contrario di mio padre.
Solo in modisteria mi sentivo davvero sicura di me.
I Girard mi avevano assegnato nuove responsabilit, oltre a
spolverare e spazzare: mi avevano insegnato a cucire le decorazioni
e a fare le riparazioni - pi divertimento che lavoro - e a
trascrivere le vendite nel registro contabile.
Quando erano troppo indaffarati o via per commissioni,
aiutavo io le clienti. Stavo imparando in fretta ad abbinare i
colori all'incarnato, le dimensioni dei cappelli alla corporatura:
alta, bassa, snella o robusta. Sceglievo un cappello per una
cliente, sorridevo, glielo sistemavo un po' quando se lo provava.
Parfait! dicevo. Oppure: Con quel cappello sembra sul punto
di ricevere l'imperatrice Eugnie. Oppure;Lei ha un tale
occhio per la moda, Madame: la principessa di Metternich ne
portava uno identico a questo quand' venuta a fare le sue cure
termali la scorsa stagione.
Penso che tu sia portata per la vendita, mi aveva detto
un giorno Madame Girard, osservandomi da dietro il bancone.
Per un istante ero rimasta di stucco. Avevo appena ricevuto
un elogio? Al convento e al Pensionnat ero cos abituata a
sentirmi dire che non mi riusciva mai bene niente, che ricevere
un complimento era una sorpresa. Suor Gertrude. Suor Immacolata.
La Madre badessa. Cosa avrebbero pensato? Non solo
non avevo infangato il nome del nobile Pensionnat, ma ero portata
per la vendita. Ero brava in qualcosa.
Piaci alle clienti, disse Madame Girard. E loro piacevano
a me. Mi dava soddisfazione vederle sorridere sotto cappelli
nuovi e pi adatti a loro. Ma la cosa migliore era guadagnare
uno stipendio e cavarmela da sola. Stavo risparmiando per la
camicetta di Pygmalion. Mancava poco.
Chiesi ai Girard di insegnarmi a fare un cappello da zero, a
piegare una forma di fil di ferro o di tela rigida, a mettere insieme
i diversi pezzi proprio come aveva fatto Gabrielle con la
mia divisa al Pensionnat. Mi spiegarono che la circonferenza
interna della tesa doveva essere pi piccola della circonferenza
della cupola. Che andava lasciato un margine per lo spessore
della passamaneria o del tessuto. Il punto a catenella usato per
decorare. Il punto mosca per i tessuti pesanti. Il sottopunto per
creare orli piatti. Il punto asola per rifinire i bordi.
Quando le Eleganti venivano in negozio per far riparare i
loro cappellini acquistati dalle modiste pi costose di Parigi,
nel retrobottega i Girard esaminavano sempre la costruzione
del cappello, scucivano qualche punto per rivelare l'anima
al di sotto, poi lo ricucivano attentamente. Ora anch'io facevo lo stesso.
Ero brava in qualcosa: e avevo intenzione di diventare ancora pi brava.
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CAPITOLO 29.
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Tutti parlavano di matrimonio. Non solo Maud e Adrienne, ma
Sophie e Delphine. Sophie avrebbe sposato David, Delphine
avrebbe sposato Jacques, io avrei sposato Alain, dicevano, come
se fosse tutto gi sistemato. Era naturale pensare che per
una ragazza della classe operaia come me sarebbe stato un privilegio
sposare un uomo nella posizione di Alain; tutti sapevano
che era il modo migliore per emanciparsi dalla povert e tirarsi
fuori dai guai. A volte mi concedevo di rilassarmi al pensiero di
un futuro con Alain, la serenit di sapere che non sarei pi stata
sola. Qualcuno mi avrebbe amata e si sarebbe preso cura di me.
E mi piaceva parlare con Alain. Discutevamo del lavoro, ci
scambiavamo aneddoti sui clienti pi esigenti, sull'eterna lotta
per rifornire il magazzino, sulla soddisfazione che traevamo entrambi
da un cliente felice.
Quale sar secondo voi la parte migliore della vita matrimoniale?
chiese Sophie un pomeriggio mentre mangiavamo
le uova sode al parco durante le pause de midi, soltanto noi tre
ragazze.
Lasciare il lavoro, disse Delphine senza esitazione. Non
metter mai pi piede da Pygmalion. Sempre in piedi, a fingere
che le clienti mi stiano simpatiche.
Anch'io, disse Sophie. Io e David avremo un figlio e poi,
se ci sar bisogno di altri soldi, posso cucire o fare il bucato
da casa.
Delphine si rivolse a me. E tu, Antoinette?
Lasciare il lavoro? Non mi era passato per la testa. Avevo
pensato di chiedere ad Alain se c'era posto per Julia-Berthe al
negozio, sperando ancora che un giorno potesse venire a Vichy.
Ma io non volevo lavorare l. Mi piace lavorare alla modisteria,
dissi. Le signore della haute portano le ultime mode da
Parigi. Mi piace vedere come sono vestite, ascoltarle parlare. E
mi sono abituata ad avere soldi miei, anche se pochi.
Delphine fece uno sbuffo di derisione. La moglie di un
droghiere non pu lavorare in un negozio di cappellini. Deve
aiutare suo marito. D'altronde, possiedi tutte le qualit di cui
Alain ha bisogno. Sei una gran lavoratrice, sei portata per l'aritmetica.
E sei brava con le clienti.
Sophie giunse le mani davanti al petto e batt le ciglia. 
destino!
Da quel giorno in poi iniziai a fare strani sogni con cavoli interi
come cloche, asparagi come aigrette, pesche e susine come
piccoli chignon rotondi, e io che acconciavo le clienti. Questo
grappolo d'uva, Madame, se lo fissiamo ai capelli in questo
modo... favoloso! E se dovesse venirle appetito... voil, uno
snack! Oppure: Quest'anno a Parigi il radicchio va molto di
moda. Tutto il bel mondo non indossa altro.
Una mattina, molto prima dell'alba, uno di quei sogni mi
svegli di soprassalto. Non dovevo scendere in modisteria ancora
per ore, ma mi vestii, mi strinsi in uno scialle e uscii in
strada. La citt iniziava appena a svegliarsi con i pi mattinieri
dei suoi abitanti: la carriola del lattaio, i carri dei contadini che
ondeggiavano sulla strada. Nel buio, percorsi i pochi isolati che
portavano al negozio del droghiere.
Mi fermai a una certa distanza e vidi Alain che scaricava casse
pesanti, prendendole con agilit come se contenessero solo
aria, e le portava dal carro al negozio. Vedevo sua madre che
sistemava gli ortaggi freschi nelle ceste lungo il marciapiede,
il grembiule stretto in vita, l'ombra di suo padre nel negozio,
e tutti e tre che si muovevano come sincronizzati. Compivano
quei gesti cos spesso che non c'era pi bisogno di parlare. Il
sole sorgeva sulle mele, i pomodori, la lattuga, i cavoli, delicate
pennellate di luce finch il rosa e il verde pastello viravano
al rosso scarlatto e allo smeraldo brillante, e il tendone a righe
sopra la vetrina mosso dalla brezza come ogni giorno, stagione
dopo stagione, anno dopo anno.
Una vita di eterna ripetizione. L'unica variet era nelle ceste:
rabarbaro ad aprile, melanzane a maggio, indivia d'inverno.
Era la stessa vita da cui ero appena fuggita.
Ordine. Routine. Sveglia alle cinque e mezza. L'Angelus alle
sei. Le ore, i giorni e i mesi, separati come le mura del convento.
Le monache, zia Julia, era come se mi bisbigliassero all'orecchio
da lontano. Tu, Antoinette Chanel, saresti fortunata a sposare
un droghiere. Sentivo le voci di Delphine e Sophie anche quando
non erano con me. Quegli occhi marroni, un gran lavoratore.
Guardavo Alain e la sua famiglia come se fossi un fantasma
venuto da un altro mondo, un mondo popolato da sognatori e
cacciatori che non stavano mai a lungo nello stesso posto. Ero
davvero la figlia di Albert Chanel, e questo mi spaventava.
Saltai il pranzo. Quando non ero fuori a cena con Adrienne e i
suoi spasimanti, in quei ristoranti costosi lontani dalla brasserie
e dagli altri posti frequentati dai miei amici di estrazione sociale
modesta, lavoravo sino a tarda sera. Dovevo dire ad Alain che
tra noi non poteva funzionare, ma non sapevo come fare. Si sarebbe
arrabbiato con me. Tutti si sarebbero arrabbiati con me.
In ogni caso, c'era sempre cos tanto da fare in modisteria:
ordini da evadere, chapeaux danneggiati da riparare, quelle costose
sculture che venivano dalla Maison Alphonsine o da Madame
Virot a Parigi. I cappelli rischiavano sempre di volare via
col vento, di finire schiacciati o sotto le ruote di una carrozza.
Oppure erano bersaglio di scoiattoli e di uccellini che inseguivano
le signore al parco per foderare il nido con un bel pezzo
di tulle o un lungo nastro di seta.
Un giorno una signora della haute si precipit nel negozio
con suo marito e un altro uomo che si rivel essere il cocchiere.
Tutta la parte posteriore del cappello di Madame - l'ultimissimo
modello di Caroline Reboux a Parigi - sembrava morsicato
da un'enorme creatura! E infatti era andata esattamente cos.
Madame era ferma sul marciapiede accanto a una carrozza
quando il cavallo, scambiando la cornucopia di fiori di seta sotto
il suo naso per un mazzo di fiori veri, non era riuscito a trattenersi.
Il marito e il cocchiere discutevano delle responsabilit
mentre Madame si scioglieva in lacrime.
Madame Girard mi mand da Pygmalion a vedere se avevano
fiori simili. L, Delphine mi vide e mi tallon per tutto il
reparto, chiedendomi dove fossi stata.
Ho tanto da fare, risposi.
Il povero Alain si sente il terzo incomodo con noi.
Sai com' durante la stagione, dissi, in preda al senso di
colpa. Non posso farci niente.
Evitavo anche il negozio di frutta e verdura. Ma un pomeriggio
incontrai Alain mentre attraversavo la strada vicino alla
modisteria.
Ti ho aspettata alla sala da ballo, venerd scorso, mi disse,
in tono ferito.
Diglielo, mi sussurr una voce all'orecchio. Digli subito la
verit. Ma non ci riuscivo, non l fuori in strada. Mi dispiace,
in questi giorni non ho tempo per altro che il lavoro. I Girard
hanno sempre bisogno di me.
Mi guard fisso negli occhi. Anch'io sono indaffarato. Ho
preso un altro lavoro, di sera. Solo per la stagione. Fece una
pausa. Per guadagnare qualcosa in pi.
Un'ondata di nausea mi sferz la base del collo. Alain, io...
Non mi lasci finire. So che devi andare. Hai da fare. Non
importa, disse, voltandosi per andarsene. Mentre si dirigeva
verso il negozio, si gir un'ultima volta verso di me. La stagione
finir presto, Antoinette. Poi avremo tempo.
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CAPITOLO 30.
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...
Si chiama Rigoletto, disse Adrienne quando venne in modisteria
l'indomani, con un'espressione seria. E un'opera italiana.
Monsieur de Nexon ha un palco per stasera, e verrai anche
tu. E un palco per sei persone.
L'aveva detto come se andare all'opera fosse normale amministrazione
per noi: ci guardammo per un momento prima di
scoppiare a ridere.
Era bello, ridere. Per tutto il giorno non avevo pensato che
ad Alain. Era crudele da parte mia continuare a evitarlo. Prima
l'avessi lasciato libero e prima avrebbe potuto trovarsi un'altra.
Ma le parole giuste mi si mischiavano in testa. Ero una codarda
e una sciocca, e non sapevo quale delle due di pi: una codarda
perch non glielo dicevo, o una sciocca perch rinunciavo a lui.
Ma la mia paura pi grande non era che non avrei imparato ad
amarlo. Era che avrei imparato a odiarlo.
Decisi che l'indomani gli avrei parlato. Prima, per, quella
sera sarei andata all'opera. Dopotutto, forse non avrei pi avuto
un'occasione del genere.
Ma come dovevo vestirmi?
Dopo aver chiuso il negozio corsi all'albergo in cui risiedevano
Maud e Adrienne. L, con pazienza, Maud mi spieg come
funzionava il tutto. L'opera, mie care,  sacra. E una sfilata
degli abiti pi eleganti. Di mantelli lunghi e occhialetti da teatro,
puntati pi spesso sulla platea che sul palco.
Grazie a Maud, Adrienne aveva tutto ci e di pi, perch un
guardaroba fornito era una spesa necessaria per trovare marito,
che sarebbe poi stata rimborsata da un dono di ringraziamento
da parte di chi avesse conquistato la sua mano. Adrienne
scelse un abito di raso bianco rivestito da uno strato di pizzo,
che faceva volutamente pensare a un abito da sposa, e una larga
cintura di taffet rosa pallido per accentuare il vitino stretto. A
me assegnarono uno degli abiti di seta di Adrienne, nel colore
dei narcisi, intonato all'anello della zingara che portavo orgogliosamente
al dito. Per potenziare l'effetto, Adrienne mi drappeggi
sulle spalle un fichu di tulle. Aveva una riserva inesauribile
di fichu, colletti e spille con cui gli abiti da sera e da pomeriggio
si potevano indossare ripetutamente, sembrando sempre nuovi.
Mi guardai allo specchio e non mi riconobbi. La commessa
di modisteria non c'era pi. Sembravo una persona che gli altri
avrebbero notato. O quantomeno una persona che io avrei
notato.
Adorabile, disse Adrienne, sorridendomi. Semplicemente
adorabile.
Ricordate, ci disse Maud. Dovete apparire sempre serie.
Non capirete una parola dell'opera, ma dovete fingere di capire.
Ci spieg la differenza tra bravo, brava e bravi. Ci elenc i
diversi tipi di opera, la classificazione delle voci e le tipologie
di brani ricorrendo a una nomenclatura esotica: aria, cadenza,
prima donna, coloratura.
Di cosa parla il Rigoletto? chiesi. Avere un'idea generale,
pur vaga, mi avrebbe aiutato a fingere di capire. Non volevo
essere smascherata subito come una persona estranea a quel
mondo.
Oh, cielo, disse Maud. E una storia molto triste. Viene
scagliata una maledizione contro un duca libertino e il suo giullare,
un gobbo di nome Rigoletto. Il duca seduce Gilda, la figlia
di Rigoletto, pudica, ma bellissima. Rigoletto vuole vendicarsi,
ma poi scopre che la povera Gilda si  sacrificata per salvare
il duca.
E poi scoppi a ridere. Ma non importa. Si va all'opera
non per vedere l'opera ma per farsi vedere.
Quante volte avevo ammirato da lontano l'Opra, con il suo
porticato di vetro e metallo. Ora potevo entrarci, e l'interno era
ancor pi bello di come me l'aspettassi: un portagioie a grandezza
naturale in cui gli spettatori erano le gemme, lucenti in
abiti estivi del colore dei rubini, degli smeraldi e delle altre pietre
preziose. Tutti brillavano, compreso il teatro stesso, un sofisticato
tempio d'oro e d'avorio.
Monsieur de Nexon sedeva tra me e Adrienne nella prima
fila di una balconata che sembrava fatta per un corteo regale,
affacciata sulla platea. Maud sedeva tra il conte e il marchese
nella fila dietro di noi, con gli occhialini premuti sul viso per
scrutare in platea.
Inizi lo spettacolo. Maud aveva ragione: non capivo una
parola.
Eppure quella musica innesc una vibrazione in qualche angolo
riposto del mio spirito. Mi sporsi leggermente in avanti
sulla sedia, gli occhi fissi sul palco, presa da emozioni alterne:
gioia, tristezza, meraviglia. Come si faceva a cantare in quel
modo? Quegli artisti... dovevano essere posseduti da angeli.
Ero completamente immersa nella rappresentazione, quando
improvvisamente la musica si ferm. Il sipario cal. Si riaccesero
le luci.
Mi girai verso Maud: E gi finito?
No, chrie.  solo il primo intervallo. Ed  il momento...
- mi fece l'occhiolino - dello champagne.
Ora la scenografia degli abiti si spost nell'atrio e si sparpagli
sulla terrazza, dove le stelle brillavano in cielo come se
anche loro facessero parte della soire. Signore in diamanti, signori
in frac, che fumavano, parlavano a voce alta, ridevano,
bevevano coppe di champagne.
In quel magnifico brusio sentii Monsieur de Beynac chiamare
un cameriere e poi vedemmo apparire un vassoio pieno di
coppe dorate e frizzanti. Monsieur de Beynac offr una coppa a
Maud, poi una ad Adrienne, poi una a me.
Mademoiselle? disse, porgendomi con gesti eleganti il delicato
bicchiere di cristallo.
Merci, dissi, spostando lo sguardo da lui al cameriere che
reggeva il vassoio, e tra le luci e le bollicine lo posai su un volto
familiare. Era Alain, sbiancato improvvisamente, le labbra
strette, e le sue parole mi riecheggiarono in testa. Ho preso un
altro lavoro, alla sera. Il suo sguardo sempre gentile si era indurito:
mi fiss per il tempo necessario a comunicarmi il disprezzo.
Monsieur de Beynac prese l'ultima coppa per s e lanci
qualche moneta sul vassoio vuoto. Poi Alain se ne and.
Mi vidi come doveva avermi vista lui, con indosso vestiti che
non potevo permettermi, in compagnia di uomini di classe pi
elevata della mia. Per Alain, poteva significare solo una cosa.
Ero indaffarata a darmi via.
Il giorno dopo andai al negozio di frutta e verdura. Avrei spiegato
ad Alain che Maud era una rispettabile accompagnatrice, che
Adrienne stava per fidanzarsi. Non concedeva favori, e neppure
io. Ma si sarebbe comunque sentito tradito, soprattutto quando
gli avrei detto, finalmente, che non potevo essere sua moglie.
Era colpa mia, per averlo tenuto in sospeso tanto a lungo.
Aspettai quasi venti minuti, ferma accanto alle ceste degli
ortaggi finch dovetti tornare al lavoro. Ogni giorno di quella
settimana passai di l, ma lui non apparve mai. Al Pygmalion
anche Delphine mi evitava, impiegava pi tempo del necessario
con le clienti, non incrociava il mio sguardo, camminava in una
direzione diversa e fingeva di non sentire quando la chiamavo
per nome. Dal fioraio, appena Sophie mi vedeva entrare, correva
nel retrobottega e non usciva pi. Sulla panchina del parco,
dove ci incontravamo per pranzo, mangiavo da sola.
Alain doveva aver detto a tutti quello che aveva visto
all'Opra. O quello che credeva di aver visto. Non potevo lasciar
pensare a tutti loro che fosse vero; erano pettegolezzi falsi
che potevano mettere a rischio il mio impiego dai Girard. E se
solo mi avessero dato una possibilit di spiegare che non ero
una che concedeva favori, saremmo tornati tutti amici. Forse
ne avremmo riso insieme.
La mattina dopo in modisteria, dissi a Madame Girard che
stavamo per finire i rocchetti di filo e mi offrii di andare da
Pygmalion a prenderne altri. Stavolta non avrei permesso a
Delphine di fuggire.
Che ci fai qui? sibil quando la presi da parte nel reparto
corsetteria. Non posso farmi vedere con te.
Perch no? Non ho fatto niente di male. Ero con mia zia e
un'accompagnatrice...
Un'accompagnatrice? E cos che la chiami? Vuoi dire una
signora che viene pagata per presentare giovani donne disponibili
a uomini che cercano incontri? Ti sei sempre data delle
arie, disse. Parli sempre di cappelli e mode, come se fossi
troppo superiore per fare solo la commessa o la moglie di un
droghiere. Avevo i miei sospetti. Be', ora tutti sanno chi sei davvero.
E anche tua zia. Irrgulires. Prostitute...
Ecco fatto. Una settimana prima eravamo amiche. Ora non
lo eravamo pi, e tutto perch non mi ero attenuta a quelle che
secondo lei erano le regole. Guardai la sua faccia soddisfatta, il
suo mento alzato, i corsetti intorno a noi, le stecche di balena,
i lacci e le fibbie, il corno e il legno e l'acciaio. Alcuni erano disposti
in verticale sugli scaffali. Altri erano indossati da manichini
che fissavano il nulla con occhi vacui.
Povera Delphine. Quasi mi dispiaceva per lei. Non se ne
rendeva conto. Vivevamo in gabbia, io e lei, per ci che il mondo
si aspettava da noi.
Almeno io cercavo di evadere dalla mia.
...
.
...
CAPITOLO 31.
...
.
...
Le accuse di Delphine mi ribollirono in testa per giorni. Se prima
mi dispiaceva per ci che pensavano lei e gli altri, ora invece
mi sentivo offesa. Erano miei amici, eppure non mi ascoltavano,
non mi davano una possibilit di spiegarmi. Ma in realt
non li biasimavo: dal loro punto di vista sembrava che avessi
rifiutato loro e tutte le loro aspirazioni. Ma in un certo senso
li invidiavo. Erano soddisfatti di quello che avevano, di quello
che il mondo diceva loro che sarebbero diventati.
Loro non sono come noi, diceva sempre Gabrielle delle altre
orfanelle di Aubazine e delle bisognose di Moulins, storcendo
il naso. S, pensai ora. Loro avevano i piedi per terra mentre noi
avevamo sempre la testa tra le nuvole.
Ecco perch Gabrielle era a Royallieu, e la sua ultima lettera
riferiva che stava girando tutti gli ippodromi della Francia con
tienne e i suoi aristocratici amici appassionati di cavalli, per
assistere alle corse dei purosangue. La sua vita, se non rispettabile,
era per interessante, ed era quello che voleva lei.
E intanto la mia andava avanti alla modisteria, dove ero determinata
a raggiungere il successo. Se non potevo avere compagnia,
potevo almeno guadagnare a sufficienza per comprarmi
quella camicetta dal collo importante.
Un pomeriggio di fine settembre Adrienne sgusci lesta nel
negozio con Bijou tra le braccia e capii subito che aveva notizie
da darmi. Prima che potessimo parlare dovetti aspettare che
due clienti se ne andassero e Madame Girard si ritirasse nel
retrobottega.
Oh, Ninette, disse Adrienne, con un misto di entusiasmo
e preoccupazione. Non ci crederai: vado in Egitto!
In Egitto?
Maud dice che devo scegliermi un marito. Dice che  ora.
Ma come faccio? Ho sempre pensato che sarebbe stato un colpo
di fulmine. Ho sempre pensato che l'avrei capito subito. E
invece no.
Ma questo cosa c'entra con l'Egitto?
Pos a terra Bijou. Maud dice che il modo migliore per
conoscere il vero carattere di una persona  viaggiare con lei,
soprattutto in un clima caldo. Spero che abbia ragione.  stata
un'idea di Monsieur de Jumilhac, che  un egittologo. E Monsieur
de Beynac  impaziente di andarci perch  convinto che
cadr dritta tra le sue braccia dopo che Monsieur de Jumilhac
mi avr annoiata a morte parlando di geroglifici.
E Monsieur de Nexon? Viene anche lui?
Oh, s. Ma Monsieur de Beynac non si preoccupa neppure
di lui. Dice che Monsieur de Nexon  troppo giovane per
prenderlo sul serio. A me non dispiace che sia giovane, ma 
cos taciturno. Non so cosa si nasconda dietro quei suoi occhi
impenetrabili. E come la Sfinge! Dicono che devo scegliermi
un marito entro la fine del viaggio!
Be', ormai avrai un favorito, no?
Scosse la testa, facendo ondeggiare le piume di struzzo. Il
giorno prima sono sicura che sia Monsieur de Beynac. Il giorno
dopo mi convinco che sia Monsieur de Jurmlhac. Il giorno
dopo ancora sospiro per Monsieur de Nexon. Ma poi rifaccio
tutto il giro da capo. Maud ha paura che perdano la pazienza,
e non li biasimerei.
Un conte, un marchese e un barone. Un giro dell'Egitto, la
destinazione pi ambita nella stagione invernale. Quella situazione
sembrava uscita da un mlo di Decourcelle. Non potevo
far altro che sdilinquirmi.
Adrienne si sistem il cappello, si pizzic le guance per far
uscire il colore. E ora devo sbrigarmi. Devo raggiungere Maud
dalla sarta. Dobbiamo farci fare un guardaroba per il viaggio,
dice. Abiti per il caldo e il sole. Veli per proteggerci dalla polvere
e dagli insetti. Andremo in barca sul Nilo. Ho paura che ci
servir una seconda barca soltanto per i vestiti e gli accessori!
Ci abbracciammo e poi se ne and lesta com'era arrivata,
con Bijou che trotterellava ai suoi piedi. La guardai allontanarsi
e sentii spandersi in corpo un piacevole tepore, e mi domandai
chi sarebbe stata al suo ritorno.
Adrienne era in bilico sul precipizio, in procinto di realizzare
i suoi sogni. In Egitto si sarebbe innamorata. Sullo sfondo
delle Piramidi, degli abiti esotici degli egiziani, di tutti gli
splendori di una terra antica, avrebbe ricevuto una proposta di
matrimonio, si sarebbe sentita promettere eterna devozione. Al
ritorno a Vichy si sarebbe tenuta una cerimonia in pompa magna,
molto romantica, con una fotografia degli sposi sulla rivista
Vernina e un annuncio sul Figaro che avrebbe elencato tutti
i lussuosi regali ricevuti.
La prova, nero su bianco, del fatto che nessuna di noi concedeva
favori.
Beccatevi questo, Delphine e Sophie! E anche tu, Alain!
Quelle persone erano il passato. Adrienne era il futuro. E io
stavo in mezzo, e studiavo da Elegante per essere pronta quando
fosse arrivato il mio momento. Era un bene non avere distrazioni.
Il giorno dopo la partenza di Adrienne per l'Egitto, sentii i Girard
che parlavano nel retrobottega mentre pensavano che io
fossi fuori. Mi avvicinai il pi possibile, nascondendomi dietro
un enorme ciuffo di penne di airone che decorava un chapeau
de chinchilla l vicino. L'Egitto, stava dicendo Madame Girard,
...di moda tra i ricchi e tra gli intellettuali...
Ma Adrienne... disse Monsieur Girard, ...non  ricca...
non  un'intellettuale.
...altre ragioni per andarci... disse Madame Girard,
...amanti... liaisons amoureuses. Per i signori del bel mondo...
ci portano le amanti. Lontano dai vincoli della societ.
Suon la campanella della porta. Una cliente. Cercai di ricompormi,
ma le parole dei Girard mi rintronavano in testa. E
se aveva ragione Gabrielle? Amanti, non mariti. L'uomo che
avrebbe conquistato il cuore di Adrienne l'avrebbe poi davvero
sposata? Oppure si sarebbe aspettato favori lontano dai vincoli
della societ? Mi aveva detto che i suoi spasimanti venivano da
famiglie legate tra loro da antiche amicizie. I loro padri e i loro
nonni andavano a caccia insieme, alle corse dei cavalli, al casin,
proprio come ora facevano i figli. Erano abituati a piazzare
scommesse, a vincere e a perdere tra di loro per sport.
Era cos che si divertivano.
Erano stati educati in vista di un matrimonio con donne
agiate e di alto ceto, donne di buona famiglia con nomi lunghi.
Sapevano che qualsiasi altro genere di donna sarebbe sempre
stato inaccettabile per le loro famiglie.
Non sapevo come accettare quelle informazioni. Sapevo solo che
Adrienne era diversa. Era speciale. Era pi bella e raffinata
di qualsiasi Elegante che entrava nel negozio o passeggiava
nei viali di Vichy con un ombrellino parasole al braccio di un
gentiluomo. Non solo, ma aveva un'anima gentile e generosa.
Voleva amore. Non il loro cognome. Non i soldi. E loro non
potevano non capirlo. Adrienne doveva essere pi che un capriccio
per un trio di scapoli ricchi e titolati. Certamente volevano
sposarla.
All'improvviso Vichy mi sembr troppo solitaria. Sentii una
strana nostalgia di Aubazine, dei giorni in cui io e le mie sorelle
eravamo tutte insieme. Stava per arrivare una ricorrenza festiva
e per alcuni giorni tutti i negozi sarebbero rimasti chiusi. Potevo
andare a Moulins a trovare Julia-Berthe, ma non avrei avuto un
posto dove dormire. Scrissi a Gabrielle, dicendole che volevo
visitare Royallieu. Maud mi aveva avvertita di non andarci, perch
mi sarei fatta la reputazione di una donna di facili costumi,
ma ormai anche l'idea della mia reputazione mi faceva arrabbiare.
Cosa importava, se tanto la gente pensava quel che voleva
a prescindere da ci che facevo? Tutti quegli uomini del bel
mondo, tienne e i suoi amici, gli spasimanti di Adrienne, potevano
fare quello che volevano, senza conseguenze. Non volevo
avere niente a che fare con loro. Volevo solo vedere Gabrielle.
Erano passati due anni e sentivo la sua mancanza.
Rispose subito con un telegramma. Vieni.
...
.
...
CAPITOLO 32.
...
.
...
Quando vidi Gabrielle provai un tale sollievo che quasi non
notai com'era vestita. Un autista in un'automobile rossa venne
a prendermi alla stazione, e quando entrai a Royallieu corsi ad
abbracciarla. Mi sembrava che mi si fossero aperti i polmoni, e
non sapevo neppure che fossero chiusi. Lei ricambi l'abbraccio,
in forma e non pi magra come quand'era partita da Vichy.
Ma cosa indossava? Odorava di paglia e olio per il cuoio.
tienne ti ha assunta come stalliere? dissi, e scherzavo solo a
met. Mi ero aspettata pizzi e trine, fiocchi e tulle, il tipico
costume di una mantenuta. O almeno gli abiti da equitazione
di un'Elegante. Invece indossava quelli che sembravano un paio di
calzoni alla zuava da uomo, che le stavano alla perfezione,
una camicetta bianca inamidata e una sottile cravatta nera.
Rise, mi prese a braccetto e mi condusse in casa. Te l'ho
detto, no? tienne mi ha insegnato a cavalcare. Ora sono una
cavallerizza.
Cos'altro le aveva insegnato? La risposta stava sospesa nell'aria
come l'edera che penzolava ai lati dello chteau. A faire l'amour.
Sembri pi un cavallerizzo, dissi, guardando com'era vestita.
Un fantino.
Si strinse nelle spalle. Gli uomini si divertono molto di pi.
Possono muoversi liberamente con il cavallo, senza sottane pesanti
e busti rigidi. Cavalcare all'amazzone  pi rispettabile,
ma il decoro  noioso.
Quando entrammo a Royallieu, mi sforzai di non restare a
bocca aperta. Ovunque c'erano comodit e lussi che non avevo
mai visto; divani cos ben imbottiti che immaginai di sedermi e
non riuscire pi ad alzarmi. Lunghe tende gonfie come abiti da
ballo incorniciavano ogni finestra con lunghi strascichi sul parquet
a spina di pesce. Enormi ritratti di cavalli e uomini dall'aria
importante campeggiavano sulle pareti rivestite di legno e
mi facevano sentire importante per il solo fatto di trovarmi in
loro presenza.
Dov' tienne? chiesi.
Con i cavalli, come sempre. E la casa  piena di ospiti, i
suoi amici del Jockey Club e le loro liaisons amoureuses. Sono
andati tutti a fare una sgambata.
Una cosa?
Sono fuori a cavalcare. Io sono tornata prima per te. Vedrai
gli altri pi tardi.
Gli altri? Non mi aspettavo di trovare l altre persone, con
una sola eccezione. Anche milienne? domandai.
No, disse Gabrielle, e sapevo che avrei dovuto provare
sollievo, perch non trovarmi in compagnia della famosa cortigiana
faceva bene alla mia reputazione, e invece ero delusa.
Avrei voluto vedere con i miei occhi cosa aveva di speciale, tanto
da indurre duchi e re a rovinarsi.
Si  messa con un fantino inglese, prosegu Gabrielle. 
squattrinato, per  bello. E quando dico bello... oh l l. L'ha
portato qui un paio di volte. Ma non importa se  povero. Lei
pu fare quello che vuole. Non deve pi dipendere da un uomo.
Indossa la libert intorno al collo. Fili e fili di perle.
Ora che guadagnavo uno stipendio tutto mio, percepivo il
fascino della libert. Ma non importava quanto milienne fosse
libera, c'erano comunque luoghi in cui non poteva andare. I
salotti dell'alta societ, ad esempio.
Salimmo al piano di sopra, in quella che sarebbe stata la mia
camera da letto, dove un domestico aveva gi portato la mia valigia.
Il letto, largo e morbido con lenzuola di crepe de chine,
montagne di cuscini e un baldacchino drappeggiato, era degno
di una regina.
Ricordi la salle de bain di Sarah Bernhardt sulla rivista?
disse Gabrielle. Qui i bagni sono quasi altrettanto lussuosi.
Ci sdraiammo sul letto e ci raggomitolammo come se fossimo
di nuovo ad Aubazine o a Moulins a spettegolare in dormitorio.
Condivisi i miei timori su Adrienne e i suoi spasimanti.
E se hai ragione tu? Se Maud trova amanti e non mariti?
Ma Gabrielle non era preoccupata. Non importa quanto
Adrienne sembri delicata vista da fuori, perch dentro  pur
sempre una Chanel, nata con la furbizia di un venditore del
mercato. Sapr cavarsela da sola.
Esitai un momento. E tu? dissi. Tu sai cavartela da sola?
Rise. Guardati intorno. Mi sembra evidente che me la cavo
pi che bene.
Ma... com'?
In che senso?
Tra te e tienne, dissi a bassa voce. Dimmi. Che effetto
fa fare l'amore?
Un sorriso furtivo le pieg le labbra.  una cosa che devi
provare personalmente. Non te la so spiegare.
Ma come fai a sapere cosa fare?
milienne mi ha dato qualche consiglio. Ha visto che ero
solo una ragazza di campagna, semplice e ingenua, una contadina
in un salotto. I suoi consigli erano semplici. Non pensare.
Non pensare mai. Senti soltanto.  tutto quello che devi fare. E
poi mi ha dato tutti i suggerimenti pratici per non finire come
Julia-Berthe.
 strano pensare che abbiamo un nipotino e non lo conosciamo
neppure, dissi. Sapevamo soltanto che viveva con un
curato da qualche parte nei pressi di Moulins. Le canonichesse
non trasmettevano molte informazioni e noi non potevamo fare
niente, non avendo risorse autonome.
Hai mai notizie di Julia-Berthe? mi chiese Gabrielle.
Solo tramite Adrienne. L'ultima volta che  stata a Moulins
a trovare Mmre e Ppre, Julia-Berthe aveva un terribile raffreddore.
Non le fa bene stare sempre all'aperto al mercato.
Gabrielle si rabbui. Non  di costituzione robusta come
Mmre. Dopo quello che  successo ad Aubazine.
L'episodio nella neve. Era a quello che Gabrielle si riferiva:
era sicura che avesse rovinato la salute di Julia-Berthe. Tutta la
faccenda con il figlio del fabbro, pensai, le aveva compromesso
la costituzione.
Spero che un giorno verr a vivere a Vichy, dissi. Ma
Adrienne dice che sta bene l. Dice che al mercato ha sempre
una cesta piena di cuccioli o gattini di cui prendersi cura.
Scendemmo al piano di sotto, nel salone, dove ci accomodammo
come due grandi signore. Ordin il t a una cameriera
con un'espressione e un tono altezzosi persino per lei.
La servit mi odia, sussurr quando la domestica si fu allontanata.
Hanno pi puzza sotto il naso delle vecchie incorsettate
che venivano alla Maison Grampayre. Pensano che dovrei
essere una di loro, col grembiulino a servire, non a farmi servire.
Come Delphine e Sophie, pensai.
Quando la cameriera torn con un vassoio da t mi alzai a
sedere diritta. Bevemmo il t e Gabrielle mi raccont della sua
vita con tienne. Quand'era arrivata a Royallieu, disse, si sentiva
intimorita dagli amici di tienne, da uno stile di vita che
non sapeva come condurre. Ecco perch all'inizio passava le
giornate a letto a leggere. Avevo paura di vedere chiunque.
Temevo che pensassero che questo posto non era per me. Li
guardavo da lontano e mi autocommiseravo, finch una mattina
mi sono alzata dal letto, mi sono messa un vecchio completo
da equitazione di tienne, sono andata gi alle scuderie e mi
sono impegnata per imparare a cavalcare.
Era diventata brava, e ben presto aveva iniziato a cavalcare
con gli amici di tienne del Jockey Club e le loro amanti, che la
ammiravano per la spavalderia. Durante la stagione delle corse,
come mi aveva scritto, andavano tutti insieme a vedere i cavalli
di tienne che competevano in ippodromi come Saint Cloud,
Auteuil, Vincennes, Longchamp. A volte anche tienne saliva
in sella, come un fantino gentiluomo, e saltava ostacoli e siepi.
Quando non erano in viaggio, erano a Royallieu a divertirsi con
scherzi e burle.
Il mese scorso, raccont Gabrielle, tienne ci ha fatti vestire
con gli abiti e i cappellini migliori e poi ci ha portato all'ippodromo
a dorso di mulo. Noi signore sedevamo all'amazzone.
Dovevi vedere come ci guardava la gente. tienne ama il ridicolo.
Si prende gioco dei ricchi pur essendo uno di loro.
Non c'era da stupirsi che lui e Gabrielle fossero compatibili.Lei era sempre felice di far abbassare un po' la cresta a chi si
dava troppe arie.
Ricordammo i bei momenti a Moulins, i nostri tenenti, e a un
certo punto ci alzammo in piedi per cantare Qui qua vu Coco, di
fronte a un pubblico composto dai purosangue ritratti nei dipinti.
Cantammo e ballammo Le fiacre e Les Boudins et les Boutons,
mimando i gesti dei personaggi, dandoci le spalle, spingendo in
fuori la pancia come fossimo incinte, smarrite nella performance
quando, all'improvviso...
Brave!
Ci girammo e l sulla soglia c'era tienne, con una scintilla negli occhi. Con lui c'erano uomini che non riconobbi, ma che erano della sua stessa estrazione, ben vestiti in abiti adatti al genere di sport che solo i ricchi potevano permettersi. Ma c'era un altro uomo che conoscevo, e la sua vista mi dette un brivido.
Aveva un sopracciglio alzato, un viso pulito senza baffi. I nostri sguardi si incontrarono e la bacchetta da rabdomante nel mio petto inizi a vibrare.
Juan Luis Harrington. Lucho.
...
.
...
CAPITOLO 33.
...
.
...
Non ci fu occasione di parlare. Salutai tienne, e poi Gabrielle
disse che dovevamo andare a cambiarci per cena. Indossai un
abito con le balze e le frange che mi aveva dato Adrienne, l'anello
della zingara e mi feci acconciare i capelli da Gabrielle in una
pettinatura che aveva imparato da milienne. Non avevo ancora
posato gli occhi sulle altre signore, le misteriose amanti e
demi-mondaines. E se una di loro era la donna di Lucho?
Al piano di sotto erano tutti radunati nel salone, a fumare,
a flirtare, a bere champagne. Gabrielle salut con un cenno del
capo un uomo che mi ricordava una lucertola con la testa a uovo.
Lui le fece l'occhiolino. Quello  Lon, mi disse lei.  un
conte. Era sua la piccola coup rossa in cui sei arrivata qui dalla
stazione. E quello  Henri.  un barone, e la sua amante con gli
occhi grandi da attrice di teatro  Suzanne. E laggi c' Juan Luis
Harrington. Accenn col capo a Lucho, distinto nel suo smoking,
intento a esaminare un libro rilegato in pelle che aveva tirato
gi da uno scaffale.  uno dei giocatori di polo che hanno battuto
i nostri tenenti tanti anni fa a Moulins, ti ricordi? La sua famiglia
possiede L'estancia, la fattoria pi grande dell'Argentina.
Un inglese con una benda sull'occhio era un addestratore
di cavalli. Un francese che odorava di unguento al mentolo era
un fantino. E quella laggi, disse Gabrielle,  un'attrice. Ma
non  ancora famosa. Se recita male come si veste, non lo diventer mai.
L'attrice si era disegnata un neo sul viso per imitare la bella
Genevive Lantelme e portava un bustino cos stretto e cos
scollato che mi aspettavo di veder saltare fuori il seno da un
momento all'altro. Sopra a quello portava uno strano abito a
vestaglia nello stile di un neglig e sulla testa una vistosa e torreggiante
aigrette. Non riuscivo a decidere se fosse raffinatissima
o volgare, o magari un miscuglio delle due cose. In ogni
caso possedeva un fascino particolare che proveniva dalla sua
certezza di dover essere notata.
 qui con il giocatore di polo? mi azzardai a chiedere.
Cercai di sembrare pi disinteressata possibile.
No, lui  da solo.
Perch ogni parte di me prendeva vita? Era pur sempre un
uomo sposato. Presi una coppa di champagne da un cameriere
di passaggio per calmare i nervi.
Gabrielle schiocc la lingua come Mmre. Non troppo,
Ninette. Alcune persone qui perdono la testa. Ho imparato che
 meglio tenerla sulle spalle.
A cena fu servito altro champagne e io mi misi d'impegno a
sorseggiarlo pian piano. Ascoltai, meravigliata da quel mondo,
il lato nascosto dell'alta societ. Si parlava di cavalli, di pettegolezzi,
non diversamente dalle chiacchiere dei tenenti a Moulins,
tranne per il fatto che l ogni conversazione alludeva alle questioni
di letto. Gabrielle sedeva vicino a tienne come se fosse
la padrona di casa, e notai che tra loro c'era ancora una certa
spontaneit. Lucho sedeva all'altro capo del tavolo e mi rammaricai
di non essergli vicina. Con sguardi furtivi appurai che
la sua bocca si incurvava leggermente agli angoli anche quando
non sorrideva, un dettaglio che mi piaceva. Brandelli di conversazione
arrivavano alle mie orecchie:
L'addestramento di un cavallo da polo non  completo finch
non lo si fa lavorare con il bestiame, disse Lucho.
Lucho si intende pi di chiunque altro di riproduzione dei
cavalli, annunci tienne a tutti i presenti.
E poi Lon, a voce alta: Riproduzione? Nel senso di cosa
va dove? Non penso che tu abbia bisogno di aiuto sotto quel
profilo, tienne.
Si levarono sghignazzi da tutta la tavolata, ma Lucho non
rideva. Guard nella mia direzione con un'espressione seria,
forse incuriosita. Non ne ero sicura. Molto probabilmente non
si ricordava di me.
Ma dopo cena in salotto mi si avvicin con un sorriso. Giovinezza,
disse, e mi ci volle un momento per ricordare che
tienne ci aveva presentati in quel modo a Moulins. Una delle
tre Grazie.
tienne ha comprato qualcuno dei tuoi cavalli? chiesi, e
me ne pentii subito. Avrei dovuto fare la civetta, fingere di non
ricordarmi di lui quando in realt ricordavo tutto. A Vichy dormivo
ancora con il suo fazzoletto nella federa del cuscino. Non
mi ero aspettata di rivederlo, ma quel fazzoletto rappresentava
pi dell'attrazione che percepivo tra di noi: era la conferma che
qualcosa di meglio poteva realmente accadere.
S. Lo sto aiutando a sistemarli qui. Torno a casa alla fine
della prossima settimana.
Torni nelle pampas?
Sembr sorpreso, ma in positivo. Te lo ricordi! S, ma passando
per Parigi. Ho affari di famiglia da sbrigare. E poi torno
nelle pampas. Non mi piace stare troppo tempo lontano dalla mia estancia.
Quindi non faceva parte degli ospiti regolari di Royallieu.
Quello era un sollievo.
Fummo interrotti da risate e battimani. Lon era entrato nella
stanza vestito da donna, con il rossetto sbavato intorno alle labbra,
e stava cercando di esibirsi in Qui qua vu Coco in falsetto.
Lanciai un'occhiata a Gabrielle, che era in piedi accanto al caminetto
a parlare con Suzanne, cos a suo agio l a Royallieu. Inizi
a ridere con tutti gli altri, sinceramente divertita. Risi anch'io.
tienne pos un braccio sulle spalle di Lucho e se lo port via.
Finii di bere lo champagne - le bollicine mi pizzicavano in
gola - e mi appoggiai a un divanetto al centro della stanza. Alla
mia sinistra, l'addestratore inglese fece cenno a un cameriere di
portarmi un altro bicchiere. Alla mia destra, il fantino francese
si avvicin. Flirtai con loro come avevo fatto con i tenenti a
Moulins. Non mi interessavano affatto, ma era pi sicuro cos,
mi dissi, perch a volte sorprendevo Lucho a guardarmi dall'altra
parte della stanza e dovevo fare appello a tutta la mia forza
di volont per distogliere gli occhi da lui.
Un Victrola suonava un brano ragtime e i miei piedi tamburellavano
a tempo. I bicchieri venivano riempiti, i tappi di
sughero saltavano, il liquido ambrato fluttuava nelle coppe di
cristallo, altre risate e grida. Ora il barone, Henri, si era infilato
un cuscino sotto la camicia e stava a braccetto con Gabrielle,
che era sparita per poi tornare vestita da uomo. Anche Lon
aveva un cuscino sotto il vestito; Suzanne portava un cappello da uomo posato sulla testa aggraziata e camminava a lunghi
passi come un gentiluomo di campagna. Gabrielle li dirigeva in
una versione sguaiata di Les Boudins et les Boutons.
Era tutto cos strano. Accanto a me il fantino francese mi
sussurrava all'orecchio, standomi troppo vicino, e mi indicava
la forma della coppa di champagne che avevo in mano, tratta
da un calco del seno sinistro di Marie Antoinette, e il suo sguardo
si infilava nel mio dcollet. Quando mi offr un altro bicchiere,
esitai. Tutto gi brillava circonfuso da aureole di luce.
Vidi un volto nello specchio dalla cornice dorata sopra il caminetto,
un sorriso falso, un'espressione frastornata. Era il mio
viso, arrossato, nervoso, che mostrava perplessit verso quel
luogo, quelle persone.
Girai lo sguardo su Lucho, sperando che la sua presenza potesse
tranquillizzarmi. Stava col gomito appoggiato sullo scaffale
nell'angolo a parlare con tienne, di cavalli, immaginavo. Se
i nostri sguardi si fossero incrociati, stavolta non avrei distolto
il mio. Il mondo stava andando alla rovescia. Era lo champagne
o era Lucho? Guardandolo ora, non volevo altro che stare con
lui. Quello che credevo importante - la mia reputazione - forse
non lo era. Quello che non credevo importante - la passione, il momento - forse lo era.
Mi girava la testa.
Avevo bisogno d'aria.
Mi scusai con il fantino francese e mi allontanai, imboccando
un lungo corridoio verso una stanza che avevo visto prima,
da cui le portefinestre si aprivano su una terrazza. Da l fuori
guardai il grande prato verso le scuderie, e l'aria invernale mi
calm con il profumo pulito della campagna. Chiusi gli occhi
e respirai.
Sentii il suo odore prima di vederlo, mentolo, whisky e sudore.
Il fantino francese doveva avermi raggiunta da dietro in
punta di piedi. Nonostante il freddo, aveva il viso umido di
sudore. Che furba a venire qui fuori, dove possiamo stare da
soli, biascic. Senti freddo? Lascia che ti scaldi.
Si avvicin, e io cercai di rientrare in casa ma mi ritrovai intrappolata
contro la parete.
Sta' lontano da me, dissi, ma lui fece un altro passo avanti
fin quasi a toccarmi.
Non lo vuoi davvero. Non saresti qui a Royallieu, allora.
Cerc di baciarmi, e io girai la testa, disgustata, appena in tempo
per vedere Lucho.
Via di qui, stupido, disse Lucho.
Il fantino sembr voler protestare, barcoll, poi parve ripensarci
e se la fil.
Stai bene? mi chiese Lucho. Ho visto che ti seguiva fuori.
Tremavo. Non lo so.
Mi condusse a una panchina e si tolse la giacca. Ecco,
disse posandomela sulle spalle: l'aria sapeva di lavanda e bergamotto,
il profumo del suo fazzoletto... e di lui, come avevo
scoperto.
Guard le scuderie, sopraelevate rispetto al resto del terreno.
Hai sentito? chiese, sporgendosi in avanti.
Scossi la testa, incerta su cosa intendesse.
Sorrise. I cavalli. Ascolta. Non c' mai silenzio nelle stalle.
Si muovono, battono contro le pareti, nitriscono, congiurano e
tramano.
Cosa tramano?
La conquista della libert. Come uscire dai box in cui vivono
e liberarsi.
Sentii una stretta al cuore. Pensai a quello che mi aveva detto
tienne, a come Lucho era intrappolato in un matrimonio
che non poteva sciogliere.
Si tir indietro e si gir verso di me. Perch sei qui?
Volevo solo prendere una boccata d'aria...
Intendo qui a Royallieu. Non  un posto adatto a te. Anche
tienne ha detto... Esit.
Che dovete lasciarmi stare?
S.
Sono venuta a trovare mia sorella, nient'altro. Valutai di
fermarmi l, ma volevo anche che conoscesse la verit su di me.
Aveva aperto una porta e io non volevo chiuderla, non subito
almeno.
A volte mi convinco che perder tutte le persone che amo.
Spariranno tutte e non le rivedr mai pi.
Mi guard dritta negli occhi. Secondo me tu attiri le persone,
altro che farle scomparire.
Avrei tanto voluto avvicinarmi a lui, scostare la ciocca di lucidi
capelli neri che gli era caduta sulla fronte levigata. C'erano
pochi centimetri tra noi, eppure c'era una distanza incolmabile.
Invece mi alzai. Dovevo farlo, perch altrimenti gli avrei
davvero ravviato quella ciocca di capelli. Grazie, gli dissi.
Di cosa?
Di avermi salvata.
Insistette per scortarmi sino alla mia stanza per assicurarsi
che il fantino non si aggirasse da quelle parti, appostato
nell'ombra. Dir a tienne di rispedire a casa quell'ubriacone
e il suo amico addestratore di cavalli. Non ti disturberanno
pi.
Trovammo una scala sul retro, da cui sentimmo le note del
Victrola, stavolta un lento. Mi fermai con le dita sul corrimano.
Era scandaloso salire al piano di sopra con un uomo.
Non ti preoccupare, non far nulla di sconveniente, disse
lui.
Ci fermammo davanti alla mia porta e gli restituii la giacca.
Vedeva nei miei occhi che ero combattuta? Che volevo che facesse
qualcosa di sconveniente? Che se mi avesse chiesto di entrare
non ero sicura di riuscire a dirgli di no?
Mi prese la mano e la baci. Antonieta, disse, la voce improvvisamente
stanca e roca. Qui sono tutti in rovina. Non l'hai
notato? Tutti tranne te.
Mi lasci andare la mano e si gir.
Dulces suenos, bisbigli prima di sparire nel buio.
...
.
...
CAPITOLO 34.
...
.
...
Come sarei mai riuscita a dormire? Sola nella mia stanza, il ricordo
di quanto accaduto con il fantino sbiad. Non riuscivo a pensare
ad altro che a Lucho, al suo viso liscio e aperto, ai suoi occhi
che sembravano vedermi non solo da fuori, ma anche da dentro.
Sapeva quant'era perfetto? Il suo aspetto, il modo di muoversi e
di respirare. Volevo memorizzare la sua andatura, l'intonazione
della voce, l'accento con cui parlava il francese. Antonieta. Le
sue labbra che mi sfioravano la mano. Dulces suenos.
Lo sguardo intimidatorio con cui aveva scacciato quel
fantino.
Lucho mi faceva sentire al sicuro - pensai mentre lo guardavo
scendere le scale - anche quando non ero certa di volerlo
essere.
La mattina dopo non mi svegliai fin quasi alle undici. Le undici!
Non mi ero mai alzata cos tardi in vita mia. Al convento
la giornata era gi a met, a quell'ora.
Gabrielle venne nella mia stanza, con l'aria di essersi a sua
volta appena svegliata, e mi consegn una morbida vestaglia
bianca uguale a quella che indossava lei. A Royallieu, mi inform,
tutti scendevano a colazione in pigiama. Le formalit erano
sgradite. E la vie de chteau, disse.
Ma... non va bene. Non posso scendere vestita cos.
Quando la nobilt francese si riuniva per i weekend in campagna,
si faceva colazione in pigiama? Non pensavo proprio.
Ninette, qui  diverso. Non importa a nessuno. Ci sono
solo il barone, Suzanne e Lon. Quell'attrice dorme ancora.
tienne e Lucho sono gi alle scuderie. Si mise le mani sui
fianchi. Non mettermi in imbarazzo.
Controvoglia, indossai la vestaglia sopra la camicia da notte.
Non capivo, ma quella era la vita che mia sorella si era scelta. Io
ero solo in visita.
Posso almeno legarmi i capelli? dissi, cercando di lisciarli
con le mani.
No. La folta capigliatura di Gabrielle era sciolta e le ricadeva
in onde sino alla cintura. E smettila di guardarmi con
quell'aria di disapprovazione, sembri una suora. Non dormiamo
sempre sino a tardi, qui. E diverso nei giorni delle corse. O
se andiamo a cavalcare, e succede quasi tutti i giorni. Allora ci
alziamo presto, che piova o ci sia il sole. Ma oggi  domenica,
un giorno di riposo.
Domenica. Mi feci il segno della croce e seguii Gabrielle gi
per le scale. Il tavolo della colazione era ingombro di giornali
e tazze da t. Il barone indossava un kimono di seta, Suzanne
una vestaglia con un nastro bianco attorno ai suoi lunghi capelli
scuri. Lon sedeva ben composto in un pigiama con i pantaloni
corti, da cui le gambe spuntavano come gambi di sedano. Mi
sforzai di trattenere un sorriso.
Mentre mi sedevo stringendo la cintura della vestaglia, l'attrice
scese le scale barcollando: il finto neo le si era sbaffato.
Venne a sedersi accanto a me e con un gesto teatrale pos la
testa sul tavolo.
Troppo champagne, cara? disse Lon, senza alzare gli
occhi dai risultati delle corse.
Lei non rispose. Un cameriere le port una tazza di caff e
lei alz la testa e lo butt gi come se quel liquido contenesse la
vita stessa.
Stavo per rilassarmi, mi stavo abituando a quella strana scena,
quando sentii di nuovo un rumore di passi e, con orrore,
vidi entrare tienne e Lucho in tenuta da equitazione, pieni
di energia e rinfrancati dall'aria fresca di fuori. Lo sapevo, che
avrei dovuto vestirmi. Evitai lo sguardo di Lucho mentre si sedeva
a tavola, avrei voluto sprofondare sulla sedia, confondermi
con la carta da parati.
Un fuoco caldo crepitava nel caminetto. Camerieri con il
passo leggero riempivano le tazze di caff. Dedicai tutta la mia
attenzione a un croissant mentre gli altri studiavano i giornali,
discutevano di quelle nuove macchine volanti, della morte di
un vecchio eroe di guerra, problemi nei Balcani, le pagine sulle
corse, la vie sportive, il solito dibattito tra gli uomini sul tipo di
cavallo pi adatto al polo: il purosangue, il criollo o un incrocio
dei due.
E gli asini? disse Suzanne. Trasportano sempre roba qua
e l. Sollevano carichi pesanti. Perch restano sempre esclusi
dal divertimento?
Gli asini? Per il polo? esclam Lon. Che assurdit!
Hanno il passo saldo, disse Lucho. Per sono testardi.
Una monta da polo dev'essere disposta a fare qualsiasi cosa per
il suo cavaliere. Si crea un sacro legame di fiducia. Ma i burros,
gli asini, non si fidano di nessuno a parte se stessi.
Sagge creature, comment Gabrielle, girando il cucchiaino
nel caff.
Mi chiedo come si farebbe a giocare a dorso d'asino, disse
il barone. Ci sarebbero regole diverse?
Regole diverse? disse tienne. Immagino proprio di s.
Tacque per un momento, sembr riflettere, e poi all'improvviso
spinse indietro la sedia e si alz da tavola con un sorrisetto
in faccia. Dovremo inventarcele sul-momento. Ma la regola
numero uno , come sempre, vestirsi nel modo appropriato per
l'occasione.
Lon sbuff. tienne, non essere assurdo.
tienne prese un tovagliolo e se lo mise in testa. Esattamente.
Assurdo. Grazie, Lon. Ecco il dress code. Poi ci disse
di correre tutti a prepararci. Lui sarebbe andato alle scuderie
per dire agli stallieri di sellare gli asini.
La partita sarebbe iniziata sul prato dietro casa di l a trenta
minuti.
Scoppi il pandemonio e tutti corsero di sopra. Gabrielle frug
nel guardaroba di tienne e ci vestimmo entrambe con pantaloni
alla zuava da uomo e giacche di velluto, fazzoletti di seta da
avvolgere intorno alla testa e spilloni ingioiellati. Manca qualcosa,
disse, guardandomi con occhio critico, e and a staccare
i nastri fermatende dalle finestre per legarceli in vita a mo' di
sarong.
A Royallieu, evidentemente, l'abbigliamento era una questione
altrettanto seria del gioco.
Il prato sul retro, solitamente deserto, era un circo affollato
di persone, asini e stallieri. C'era Lucho con il kimono di seta
del barone indossato sopra i vestiti, gi in sella, con le lunghe
gambe che quasi toccavano terra. L'attrice, in una pelliccia abbinata
alla sua torreggiante aigrette. Suzanne, con un'aria misteriosa
in un mantello bianco lungo sino ai piedi e dotato di
cappuccio, un burnus, come lo chiamava qualcuno. Il barone,
con la testa avvolta in un foulard da donna che lasciava scoperti
solo gli occhi. E Lon, con una vestaglia sopra i pantaloni corti
del pigiama, la testa a uovo sormontata da un vecchio elmo da
dragone con una penna rossa che avevo visto esposto in una
delle teche di Royallieu.
Sopra il suo asino, tienne dirigeva il tutto con un mantello
ricavato da una tovaglia orientale con le frange. Brandiva persino
una spada.
Non vorrai giocare con quel coso, vero, tienne? chiese
Lon, infilando un piede nella staffa del suo asino e passandogli
sopra con l'altra gamba per montare in sella. Non vorrei
proprio che tu ci cadessi sopra.
Sai benissimo che non sono un uomo d'onore a tal punto
da buttarmi su una spada, ribatt tienne.
Mentre gironzolavamo per il futuro campo da gioco, tienne
divise il gruppo in squadre. Lui, Lucho, l'attrice e Suzanne,
dichiar, costituivano la squadra dei Ridicoli. Gabrielle, Lon,
il barone e io eravamo quella degli Assurdi.
Io? Avevo previsto di guardarli da bordocampo. Cercai di
protestare, ma in un batter d'occhio Gabrielle, gi in sella, fece
cenno a uno stalliere che mi sollev di peso e mi pos in groppa
a un'asina bianca di nome Lucille.
Non preoccuparti, Ninette. Non  come andare a cavallo,
disse Gabrielle prima di partire al trotto. Se cadi, cadi da meno
in alto. Far meno male.
Per fortuna Lucho mi raggiunse. Fa' cos, mi disse, mostrandomi
come reggere le redini. Se hai paura di cadere, aggrappati
alla criniera. Mi fece l'occhiolino e si allontan.
La partita era iniziata. Affondai le dita nella criniera di Lucille,
che si avvi verso la mischia, un assembramento di asini
che andavano in tutte le direzioni, con i giocatori che sventolavano
mazze da croquet perch quelle da polo erano troppo
lunghe. Mi dissi che era meglio tenermene fuori, ma Lucille
aveva altre idee e si butt dritta nella ressa.
Era decisa a combattere. La mia asinella tagliava la strada
agli altri con tanta efficacia che tutti pensavano che sapessi cosa
facevo, il che rendeva ancora pi farsesca la situazione. Lucille
aveva una particolare affinit per l'asino di tienne, forse un
vecchio rancore o magari una cotta, chiss. Varie volte lo mise
all'angolo, permettendo a Gabrielle di farsi avanti e rubare la
palla al suo innamorato, con un sorriso trionfante.
Dopo uno di quei blocchi, Lucho mi trott accanto. Sei un
talento naturale, disse, con uno sguardo ammirato che mi fece
girare la testa. La sua presenza era imponente persino a dorso
d'asino.
Il mio nervosismo si trasform presto in divertimento. Il
foulard del barone gli finiva continuamente negli occhi, accecandolo.
Mentre cercava di sistemarselo, il suo asino girava a
vuoto su se stesso. Ed tienne era gi caduto due volte cercando
di far girare l'animale verso la pallina: il corpo di tienne
ruotava in una direzione, l'asino restava fermo dov'era. Quando
l'asino di Lon, che correva a tutta velocit, si ferm all'improvviso,
facendolo sbalzare in avanti, fu impossibile non ridere.
Lon si rialz subito e rivolse alla creatura un saluto militare
neanche fosse Napolon in persona, e poi rimont in sella
per riprovarci.
Nel frattempo, l'attrice fece le sue solite scenate. Nonostante
gli avvertimenti di tienne sferr un calcio al suo asino
e stratton le redini, gridando ordini senza ricevere risposta,
finch l'asino perse la pazienza. Chin la grossa testa, scalci
all'indietro e poi continu a sgroppare sino alle scuderie, con
l'attrice che imprecava a gran voce aggrappata al suo collo, la
piuma dell'acconciatura che rimbalzava come un povero uccelletto
che cercasse di volar via dalla gabbia. Quando Lon le
sugger di dedicarsi al teatro comico anzich alle parti drammatiche,
mi piegai in due dal ridere.
Alla fine l'asino di Lucho decise che la partita era finita. Si
ferm in mezzo al campo e rifiut di muoversi, immune a ogni
tentativo di persuasione. Quando gli altri asini se ne accorsero, si
fermarono anche loro e si produssero in un fantastico coro di ragli
per assicurarsi che tutti ricevessimo il messaggio. Lucho scoppi
a ridere, accarezz il suo burro sul collo e gli parl nell'enorme
orecchio. Non ti preoccupare, mi hijo, torno dai cavalli.
Smontammo, lasciammo gli animali agli stallieri e ci dirigemmo
verso la casa. Mi sentivo rinfrancata dall'aria fresca,
una sensazione piacevole che mi colse di sorpresa.
Mi aspettavo di trovare un'atmosfera sordida a Royallieu, i
sette peccati capitali sotto un solo tetto: superbia, avarizia, lussuria,
ira, gola, invidia e accidia. L'incidente con il fantino aveva
confermato i miei timori. Ma ora vedevo che la situazione era
pi complicata di cos. C'era qualcosa di infantile a Royallieu:
un luogo di piaceri, s, ma sotto c'era un desiderio innocente di
semplicit. Royallieu era una creazione di tienne, un rifugio dalla societ e dai giudizi, un luogo in cui le regole non valevano o, altrimenti, si potevano inventare dal nulla. Era logico che Gabrielle si sentisse a casa l.
La vita da demi-mondaine non era tragica come mi ero aspettata.
Prima di svanire dentro casa, tienne agit la spada. Com' tradizione qui a Royallieu ogni volta che c' una competizione, i perdenti devono danzare per i vincitori. Gli Assurdi si esibiranno per i Ridicoli dopo cena.
...
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CAPITOLO 35.
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Era stato il barone ad avere l'idea del ballo. Il segreto, disse
mentre ci radunavamo nel salone dopo cena  fingere di far
volare un aquilone.
Ci mostri come si fa, barone, disse tienne, comodamente
seduto su un divanetto con un bicchiere di whisky mentre
noi ballerini stavamo al centro della stanza, dove i mobili erano
stati spinti contro le pareti per creare un palco. Lucho, che era
accanto a lui, si sporse in avanti con un'aria di aspettativa che
mi diede un piacevole batticuore.
Il barone allung un braccio come per tenere una corda tesa
e guard in alto. Dovrebbe esserci una sorta di ondeggiamento,
capite, quando l'aquilone viene tirato sottovento e poi sopravvento,
e poi sottovento di nuovo: una danza, diciamo, con
l'aquilone in preda ai capricci del vento.
Suzanne sedeva composta al pianoforte nell'angolo, giocherellando
pian piano con i tasti. Per trovare l'atmosfera giusta per la
nostra danza, il barone chiese a Suzanne di iniziare un brano dopo
l'altro e li rifiut tutti finch Lucho avanz un suggerimento.
Che ne dite di Wagner? La Cavalcata delle Valchirie?
Le dita di Suzanne batterono sui tasti in un rapido staccato,
un fremito gradevole che suonava come il coro di mille ali di
colibr.
Il barone si illumin in volto. S. S! Ma certo! Una fuga in
musica. Perfetto.
Ora voi, mie care, disse a me e Gabrielle, agitando un
braccio con un gesto teatrale, siete gli aquiloni. Lon, io e te
li facciamo volare.
Lon scosse la testa. No, no, no. Ti sembro il tipo che tiene
i piedi per terra? Io sono un falco, un'aquila, volteggio sopra il
mio regno.
 vero, disse tienne. Ti abbiamo visto tutti volteggiare,
oggi. Fin sopra la testa del tuo asino.
E va bene, disse il barone a Lon mentre la musica prendeva
ritmo. Ora volate, tutti voi, volate! E ricordate,  una lotta,
dovete trovare la corrente giusta, quella che vi sollevi, che non
si prenda gioco di voi per poi scaraventarvi a terra senza piet.
Non avevamo bisogno di istruzioni. Gabrielle era praticamente
una professionista. L'attrice, che era realmente una professionista,
ci guardava, chiaramente irritata per essere rimasta
esclusa dalla performance, mentre io e Gabrielle piroettavamo
come aggraziati, poetici aquiloni. Il barone teneva i nostri fili
immaginari, ci lasciava volare, ci tirava indietro mentre combattevamo
contro la corrente e cercavamo di non sbattere contro
l'aquila che volava in circolo tra di noi.
Ma la musica. Oh, la musica. Mi riempiva. Quei suoni gioiosi
di ali, di colibr e farfalle in volo, api e frenesia. E nel mezzo
una linea melodica, quello che poteva essere solo il galoppo
di qualche creatura gloriosa che si lanciava verso un'avventura
epica, una grande battaglia da vincere o perdere. Era vita e nostalgia,
la dolcezza, la tragedia, riflessi in un crescendo di note.
Non avevo mai sentito quella musica, ma un pezzo della mia
anima sembrava gi conoscerla.
Guardai Lucho e vidi che mi fissava con un'espressione seria.
Il ritmo si fece pi incalzante, infuriava una battaglia, tonfi
sui tasti del pianoforte, il bene contro il male. Noi aquiloni
annaspavamo. Lon si tuffava di qua e di l, e a un certo punto
rischi di buttare gi un busto di marmo dalla mensola del
caminetto.
Poi finalmente un dnouement, una risoluzione, il dramma
dello scontro che collassava in una tenera semplicit di note,
troppo semplice. Dove prima c'erano molti, adesso erano in
pochi. Chi aveva vinto? Chi aveva perso? Lo spettacolo era
terminato.
Bravi! strill tienne, e lui e Lucho si alzarono applaudendo,
mentre io, Gabrielle e Lon atterravamo con un ultimo
sussulto e stramazzavamo al suolo.
Alzai la testa e vidi Lucho che veniva verso di me: mi aiut a
rialzarmi e mi resse per un momento mentre barcollavo, scossa
dall'emozione della musica, dal calore della sua presenza.
La composizione, disse. Ti  piaciuta?  una delle mie
preferite.
Molto bella, dissi quando riuscii a reggermi in piedi. Mi
ha travolta.
Dall'altra parte della stanza il Victrola suonava un brano
ragtime a tutto volume. L accanto, l'attrice ballava da sola. Era
il suo turno ora, e la serata prendeva una direzione diversa.
Lucho si sporse verso di me. Da giovane immaginavo le
Valchirie, quelle splendide dee che scendevano dal cielo sui
loro cavalli volanti. Calavano sui campi di battaglia puntando
con le spade per decidere quali soldati vivevano e quali morivano.
Trasportavano le anime dei prescelti oltre le nuvole sino
al Valhalla, il loro palazzo in paradiso. Si prendevano solo i soldati
pi coraggiosi, i pi degni, e io ero sicuro che sarei stato
uno di loro.
Ma... decidere chi deve morire? Non invidio le Valchirie,
dissi. Dover compiere una scelta simile.
Ma  una scelta nobile, un atto nobile, disse Lucho, ormai
cos vicino che ci toccavamo quasi. Portare via un soldato coraggioso
da un mondo imperfetto, un mondo di sofferenza, e
portarlo nell'aldil per una vita di beatitudine. Oggi lo penso in
questi termini. Ma da bambino, la vera beatitudine per me era
l'idea di solcare le nuvole in sella a un cavallo volante.
Sorrisi. Sospetto che sia ancora cos.
Rise sottovoce. Mi leggi nel pensiero. La verit  che tutti
gli uomini sono bambini dentro. Sognano una dea che riconosca
il loro coraggio, li prenda tra le braccia e li porti al Valhalla
sulla groppa di un cavallo volante.
Il Valhalla...  reale? domandai. Il lieto fine?
Sentivo il suo respiro sulla guancia. S, sussurr. Penso
di s.
Gli posai una mano sull'avambraccio. Non riuscii a trattenermi.
Le parole non bastavano. C'erano tante cose che non
sapevo sul conto di Lucho. Il Lucho di tutti i giorni. Eppure lo
conoscevo. Lo capivo, ed ero certa che lui capisse me.
Il Valhalla? disse tienne, e io tirai subito via la mano.
Letteralmente, la sala dei caduti. Mi ricorda Royallieu. Entrambi
luoghi di divertimento e giochi. Comprese le carte. Vieni, Lucho,
ci servi. Lon e il barone hanno tirato fuori un mazzo nella
sala da biliardo. Non possiamo giocare senza un quarto.
Vieni via con me, torniamo a casa, dissi a Gabrielle l'indomani
mattina mentre l'autista di Lon aspettava al volante della
sua coup rossa per portarmi alla stazione.
Il sole aveva appena iniziato a sorgere, una luce tenue dietro
una cortina grigia. La casa era immobile. Neanche i cavalli
erano ancora usciti dalle scuderie. I pascoli intorno a Royallieu
erano vuoti, tappeti di verde smeraldo con una glassa argentata
di brina. Gabrielle si strinse nella vestaglia bianca contro il
freddo, i capelli sciolti e sferzati dal vento. La sera prima, mentre
gli uomini giocavano a carte al piano di sotto, mi aveva detto
che sognava ancora di esibirsi in pubblico.
Puoi fare altre audizioni, le dissi .ora. Perch no? Si era
riposata. Poteva prendere lezioni da un altro maestro, uno pi
bravo. Era un pensiero disperato, ma lasciarla l mi sembrava
come perderla di nuovo. Non mi fidavo della separazione.
Vichy  stato un brutto sogno, Ninette. Un incubo. Qui sto
bene. Non durer per sempre. Ma per ora sono felice.
Lo era davvero. L'avevo visto. Quella era la sua vita, ed era
tempo per me di tornare a Vichy per scoprire quale sarebbe
stata la mia. Lucho era sposato. Adrienne si sarebbe sposata
presto. E io ero la prossima protge di Maud. Nel frattempo
i Girard e le loro clienti mi aspettavano. Avevo clienti fisse, ormai,
signore che si fidavano della mia opinione, che non ricevevano
mai tanti complimenti da quando portavano un cappellino
scelto da me.
Baciai Gabrielle sulla guancia e salii in macchina, e una parte
di me voleva poter tornare in casa e correre su per le scale per
dire addio a Lucho, per vederlo un'ultima volta. Quando l'automobile
si avvi borbottando e ondeggiando gi per il viale, mi
girai a guardare la casa finch potei, finch Gabrielle e Royallieu,
Lucho e tutto il resto, si dissolsero in granelli di polvere.
...
.
...
CAPITOLO 36.
...
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...
Quando Adrienne torn dal suo viaggio era un nuovo anno, il
1909. Entr di buon passo nel negozio con la consueta serenit,
ma c'era qualcos'altro sul suo viso, qualcosa di nuovo e radioso
e...
Sei innamorata! esclamai. Il viaggio in Egitto. Ha funzionato!
Annu, si illumin in volto.  vero.  cos!
Corsi alla porta e girai il cartello da OUVERT a FERM. I Girard
erano fuori citt per il funerale di un parente, e non volevo
essere interrotta da qualche cliente prima di aver sentito tutta
la storia.
Ma di chi? domandai. Chi hai scelto, alla fine?
Si sedette su un divanetto rivestito di seta, destinato ai mariti
delle clienti che aspettavano mentre le mogli si provavano
i cappellini.
Monsieur de Jumilhac voleva solo visitare pi templi possibile,
disse. E a Monsieur de Beynac importava soltanto di essere
trattato come un principe dai locali. Ma Maurice... Monsieur de
Nexon, voglio dire... All'improvviso sembr travolta dalle emozioni,
incapace di parlare, finch venne fuori tutto insieme. Eravamo
l, tra le Piramidi e la Sfinge, la bellezza del Nilo e il suo
popolo, ogni cosa era nuova e insolita e magnifica... e lui aveva
occhi soltanto per me.
Sentii cedere le gambe, battere forte il cuore. Sprofondai sul
divanetto accanto a lei. Decourcelle non avrebbe saputo scriverlo
meglio.
Monsieur de Nexon, prosegu Adrienne, non aveva rovinato
i panorami romantici del Nilo parlando incessantemente di
tecniche di mummificazione, come aveva fatto Monsieur de Jumilhac.
Non aveva proclamato a portata d'orecchio dei servitori
che l'unico modo per trattare con gli arabi  usare il bastone,
come aveva fatto Monsieur de Beynac. Quando i bambini
chiedevano una moneta, lui non li scacciava con aria disgustata.
No.
Monsieur de Nexon tirava fuori dalla tasca una moneta o un
pezzo di canna da zucchero, in silenzio. Ogni volta. E non provava
a pagare i portatori d'acqua o i conducenti di asini meno
della cifra pattuita, lamentandosi del sapore dell'acqua o della qualit degli animali.
In Egitto ho visto l'anima di Monsieur de Nexon, disse, e penso che lui abbia visto la mia.
Quelle parole mi parvero una rivelazione. Era cos che mi
ero sentita con Lucho a Royallieu.
Ora deve solo dirlo ai suoi genitori, riprese.  sicuro che
si innamoreranno di me come si  innamorato lui. Si interruppe
e alz lo sguardo su di me. Ma se non succede?
Succeder, dissi. Come potrebbero non innamorarsi di
te? Gli baster conoscerti e ti ameranno. Come chiunque altro.
Mi parl ancora del viaggio, e io le dissi della mia visita
a Royallieu, che Gabrielle si godeva la vie de chteau, come
Adrienne l'aveva chiamata. Non avevo mai visto Gabrielle cos serena.
Come te, Adrienne, le dissi.
Non le parlai di Lucho. Era il mio segreto. Solo cos potevo
tenerlo tutto per me.
Ora che Adrienne era ufficialmente fidanzata, ero decisa a informare
Delphine e Sophie, perch sapessero che le loro accuse
nei miei confronti erano infondate. La mattina dopo passai dal
fioraio. Sophie era pi ragionevole, e se fossi riuscita a convincerla,
forse avrebbe facilitato le cose con Delphine. Mi mancavano
le nostre chiacchiere. Una parte di me voleva ricucire
quell'amicizia. Non avevo nessun altro. Gabrielle non avrebbe
lasciato Royallieu tanto presto. Non sapevo dove l'avrebbe
portata la vita, ma non mi aspettavo che tornasse a Vichy. E
Adrienne si sarebbe sposata presto e si sarebbe concentrata su
Monsieur de Nexon, con meno tempo da dedicare a me.
Incrociai Sophie in strada, mentre tornava da una consegna.
Antoinette? disse, sinceramente sorpresa. Che ci fai qui?
Mia zia  fidanzata, le dissi. Con un barone. Uno degli
uomini con cui eravamo all'Opra. Vedi, te l'avevo detto. Nessuna
di noi concede favori. Poi le dissi che lei e Delphine mi mancavano.
Ti manca anche Alain? ribatt, senza ricambiare il mio calore.
Esitai. C'era un tono di sfida nella sua voce. Perch me lo
chiedeva? Mi manca la sua amicizia.
Be', a lui non manca la tua. Conosci Camille? Quella ragazza
alta che lavora nel reparto scarpe di Pygmalion? Ora esce
con lei.  molto brava a sistemare la merce in vetrina in graziose
composizioni. Una grande lavoratrice.
Sono felice per lui, dissi con un sorriso, anche se quelle
parole mi facevano male, insinuavano che Alain fosse interessato
a me soltanto perch aveva bisogno di una moglie che lo
aiutasse nel negozio, che gli lavasse le macchie dal grembiule,
che sistemasse la frutta e la verdura in graziose composizioni.
S, disse lei. Si  dimenticato di te. Tutti ci siamo dimenticati.
Gir sui tacchi ed entr nel negozio.
Mi fermai alla pasticceria a un isolato da l, fingendo di osservare
le torte in vetrina mentre cercavo di ricompormi. Scacciavo
le lacrime; non potevo accogliere le clienti con gli occhi cerchiati
di rosso.
Perch stavo piangendo? La sua freddezza non era totalmente
inaspettata. Sapevo gi quanto rapidamente quelle persone
che un tempo consideravo amici potevano rivoltarmisi contro
solo perch cercavo di migliorarmi. Ormai avevo capito che le
classi pi umili potevano avere pregiudizi proprio come l'alta
societ.
Non mi dispiaceva che Alain avesse trovato un'altra. Era un
sollievo. Sposare Alain sarebbe stato un accordo di convenienza,
con affetto ma senza passione. Non potevo accontentarmi
di quello, ora che avevo rivisto Lucho.
Ed era quella, capii finalmente, la vera origine delle mie lacrime:
le emozioni che avevo trattenuto sin da quando ero tornata
da Royallieu. E se quel fine settimana con Lucho fosse
stata la mia occasione?
Sarei mai pi tornata cos vicina a quell'emozione, a scrutare
nell'anima di un uomo come lui scrutava nella mia?
...
.
...
CAPITOLO 37.
...
.
...
Nelle ultime settimane dell'inverno continuai a dedicarmi alla
modisteria, preparando il necessario per la nuova stagione, ampliando
le scorte di cappelli e passamanerie, di quelli che piacevano
alle Eleganti e non alle nostre clienti invernali che venivano
dalla provincia. A maggio arriv finalmente la bella stagione
e, con mia grande gioia, arriv anche Gabrielle.
Io e Adrienne la incontrammo all'ippodromo in cui correvano
i cavalli di tienne. Era sul prato davanti alla tribuna con lui e
il suo entourage di bons vivants da Royallieu: il barone, Suzanne,
Lon e altri aristocratici con le loro amanti. Il cielo perse un po'
di luminosit quando vidi che Lucho non era tra loro.
Gabrielle si allontan per venire a salutarci, perch io e
Adrienne non potevamo farci vedere in pubblico con quelli di
Royallieu. Soprattutto Adrienne. Erano passati mesi e non era
arrivato alcun invito a conoscere i genitori di Maurice, il barone
e la baronessa Auguste de Nexon.
Probabilmente saranno in viaggio; aveva detto Maud
qualche giorno prima nell'appartamento che lei e Adrienne
avevano preso in affitto per organizzare il matrimonio. Aveva
alzato uno sguardo speranzoso su Maurice dallo scrittoio, con
gli occhiali da lettura sulla punta del naso, circondata da liste
di cose da fare. Oppure sono molto presi dagli obblighi sociali,
o...
Adrienne era scoppiata in lacrime. Maurice era arrossito
e aveva ammesso che i suoi genitori si rifiutavano di ricevere
Adrienne. Si aspettavano che il figlio sposasse una ragazza della
loro cerchia, che scegliesse una ragazza tra le antiche famiglie
nobiliari del Sud-Ouest.
Quando capiranno che non intendo rinunciare ad Adrienne,
aveva detto, tirandola a s per confortarla, cambieranno
idea, ne sono certo.
Ora, all'ippodromo, la povera Adrienne era cos distratta.
Stava in disparte con Maud, guardando la gente, pronta a spostarsi
per evitare un incontro imbarazzante con qualche parente
di Monsieur de Nexon. Voleva evitarli, ma allo stesso tempo
voleva attirare la loro attenzione. La sua postura era riservata
e modesta, gli abiti erano di buon gusto, e se l'avessero vista
avrebbero capito che non intendeva fare del male, che era rispettabile,
che era degna di diventare la moglie di un gentilhomme.
Interpretavo anch'io lo stesso ruolo, vestita come si conveniva,
confondendomi con il grande mare di vaporosi abiti bianchi
e cappelli piumati sotto i parasole bordati di pizzo, una regata
di vele che ondeggiavano aggraziate nella brezza. Gabrielle,
invece, era un'isola nel mezzo di quel mare, tanto dimessa da
risultare quasi vistosa. Portava una semplice gonna scura, una
camicetta attillata e una giacca di taglio sartoriale come quelle
dei fantini. Intorno al collo si era legata un morbido fiocco come
quelli dei ragazzi del lyce.
Si accorse che la fissavo e rise. Sai benissimo, Ninette, che
se mi circondassi di pizzi come le signore dell'alta societ, con
i loro fianchi, i loro seni e i loro doppi menti, sembrerei uno
spillo smarrito in un enorme puntaspilli.
Sono vestiti di tienne che hai modificato tu? chiesi.
Fece spallucce. Che alternative ho? A Compigne non c'
altro che cavalli e campi e altri cavalli. L'hai visto anche tu. Dovr
pur mettermi qualcosa addosso. E poi, i suoi vestiti sono comodi.
E pratici. Mi lasciano libert di movimento.
Osserv i miei abiti, dalle punte dei delicati stivaletti sino alla
camicetta che finalmente ero riuscita a comprarmi da Pygmalion
e agli sbuffi di tulle e ai nastri graziosi che adornavano il mio cappello.
L il suo sguardo si pos a lungo, a disagio.
Quel cappello, disse. Non ti dona. E eccessivo. Nasconde
la tua bellezza. E somigli cos tanto a tutte le altre che nessuno
riesce a vederti.
Negli anni avevo compreso che l'avversione di Gabrielle per
l'eccesso derivava dal fatto che le nostre vite non ne avevano affatto.
Lo odiava perch non poteva averlo.
Ma io voglio somigliare a tutte le altre, dissi. Anche se
avevo dovuto risparmiare per mesi, acquistare quei vestiti da
Pygmalion era stato un momento di grande orgoglio. Il mio
lavoro alla modisteria mi portava un passo pi vicina a quella
vita migliore cui aspiravo, e non avevo bisogno che Gabrielle
approvasse. E dovresti volerlo anche tu, aggiunsi.
Perch dovrei voler somigliare a loro? Indic la distesa
di signore in bianco. Sembrano un gregge di pecore. Non si
distinguono l'una dall'altra. Sono loro che dovrebbero voler
somigliare a me.
Suzanne somiglia a te, dissi. Almeno il cappello. Li avete
presi nello stesso posto? Avevano una forma insolita, abbassata
sulle orecchie, pi mascolina che femminile. Non avevo mai visto
niente del genere. Non nella modisteria dei Girard. Neppure
nelle riviste.
Li ho fatti io, disse, e spieg che si annoiava, isolata a
Royallieu con gli amici di tienne e le loro amanti. Sentiva il bisogno
di qualcosa di suo, e ogni volta che passava da Parigi con
tienne per andare a qualche corsa di cavalli o partita di polo,
comprava ai grandi magazzini Galeries Lafayette tutte le forme
da cappello che riusciva a portare. Poi, tornata a Royallieu, le
decorava con un semplice nastro o un fiocco.
Fai cappelli come zia Julia? dissi.
Aggrott le sopracciglia. No. Per niente come zia Julia.
Disse che le attrici e le amanti che visitavano Royallieu trovavano
buffi i suoi vestiti cos semplici, il fatto che si vestisse
come uno scolaretto in gonnella, e venivano sempre in camera
sua a provarsi quei semplici cappellini, per divertimento. Li
trovano simpatici, spieg Gabrielle.
Ma l'inaspettato attirava l'attenzione, e quelle signore, spieg
Gabrielle, cercavano sempre attenzioni. Un mese addietro,
milienne d'Alenon aveva persino indossato uno dei cappellini
di Coco alle corse di Longchamp nel Bois de Boulogne, di
fronte a tutta la haute.
Quella milienne? dissi. Non ci potevo credere. La famosa
cortigiana aveva indossato uno di quegli strani cappellini
di Gabrielle? In pubblico? Ma il successo di Gabrielle con i
vestiti, evidentemente, non era la notizia pi succosa. Mentre
parlava, il suo sguardo continuava a posarsi su una figura ferma
lungo la ringhiera con folti capelli neri intorno a un volto intenso,
occhi penetranti, folti baffi. Con lunghe occhiate e sorrisi
nascosti, sembrava che si facessero da guardia reciprocamente.
C'era qualcosa di insolito in lui, nel modo di vestire, negli atteggiamenti,
ma non capivo bene cosa fosse.
 inglese, disse Gabrielle. Si chiama Arthur Capel, ma
tutti lo chiamano Boy.
Boy? Come a dire garon?
No. Non come garon. Lo disse come se ogni cosa inglese
fosse migliore, anche uno strano soprannome.
 sposato? chiesi.
No. Non  sposato.  uno degli amici di tienne del Jockey
Club.  bello, intelligente, campione di polo e gran dongiovanni,
ti basta guardarlo. Possiede miniere di carbone e navi mercantili
e lavora anche se potrebbe non farlo, perch gli piace.
Mi sporsi verso di lei e parlai a bassa voce. Ma tienne?
Gabrielle alz gli occhi al cielo. Gli importa pi dei cavalli
che di qualunque altra cosa. Partir per questioni di cavalli.
Star via per mesi.  il momento perfetto per provare a fare qualcosa di mio.
Intendeva Boy?
Ho convinto tienne a lasciarmi usare il suo appartamento
a Parigi mentre  via, per vendere i cappelli da l, spieg Gabrielle.
Dice che a Parigi ci sono gi troppe modiste, e perch
dovrei voler vendere cappelli quando c' lui a prendersi cura
di me?  una cosa che non sta bene, dice. Ma Boy mi ha aiutata
a convincerlo. Boy capisce che ho bisogno di qualcosa da
fare, che non posso starmene seduta tutto il giorno a mettermi
lo smalto sulle unghie. Quindi tienne mi lascia usare la sua
garsonnire e Boy mi presta i soldi per iniziare.
Sentii un fremito di gelosia, non per via di Boy, ma all'idea
di un appartamento a Parigi. Ero io quella che sapeva vendere
cappellini, non Gabrielle. Il cappello che portava era interessante,
creativo, ma vedevo piccole imperfezioni nella finitura.
C'erano trucchi che avevo imparato dai Girard. Lavoravo in
quel negozio da tre anni e mezzo, e lei andava a Parigi a vendere cappelli?
Non  una vera modisteria, continu.  solo un passatempo
finch decider cosa voglio fare davvero. Sto pensando
di ricominciare a cantare. O magari a ballare. Ti ho gi detto
che l'attrice amica di tienne, Gabrielle Dorziat, dice che ho
un talento per il mimo? Secondo lei sono nata per stare sul palco.
...
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...
CAPITOLO 38.
...
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...
Nel nostro cuore siamo sposati, disse Adrienne quando mi
comunic la triste notizia che lei e Maurice stavano per prendere
un appartamento insieme, solo loro due, in una zona discreta
di Vichy. I genitori di Maurice avevano minacciato di diseredarlo
se avesse sposato Adrienne. Dice che non gli importa.
Vuole sposarmi lo stesso. Sta insistendo, in pratica. Ma io gli
ho detto di no. Non diventer sua moglie senza il consenso
dei suoi genitori. Io e te sappiamo cosa significa essere poveri,
Ninette. Sappiamo come si vive senza niente. Lui no. Non ha
idea di cosa significherebbe. Non capisce che questo potrebbe
separarci. Ho paura - ho il terrore - che proverebbe rancore
nei miei confronti. Vivrei nel timore costante. Non c' altra soluzione.
Era rassegnata, il cuore ferito ma non spezzato. La sua luce
interiore si era un po' smorzata, era stata sostituita da qualcos'altro.
Accettazione. Si erano arresi.
Maud fece i bagagli per tornare a Souvigny. Disse che dovevo
andare da lei in primavera, ma lo disse senza guardarmi
negli occhi. Sapevamo tutte la verit. Se non riusciva a trovare
marito ad Adrienne, non aveva speranze con me.
Pensavo che il matrimonio fosse importante per Adrienne
come lo era per me. Invece le importava di pi l'amore.
Cosa ne sarebbe stato di me, ora?
Avevo gi ventidue anni. Mi importava dell'amore, ma volevo
legittimit. Se avessi fatto un buon matrimonio, forse saremmo
state innalzate tutte. Avrebbe compensato il fatto che
Gabrielle non era diventata una cantante, il fatto che i genitori
di Maurice non avessero accettato Adrienne. Cos sembrava ai
miei occhi. Ma in quel momento, la cosa che volevo di pi era
fuggire da Vichy, da Delphine, Sophie e Alain, che avrebbero
gongolato se avessero saputo com'era andata a finire la faccenda.
Ero l da quattro anni, abbastanza per capire che la citt che
un tempo mi era sembrata cos grande non lo era, dopotutto, e
che l non avrei mai trovato la felicit che stavo cercando.
Tu, Antoinette Chanel, saresti fortunata a sposare il figlio di
un fruttivendolo.
Scrissi a Gabrielle.
Posso aiutarti. So tutto quello che c' da sapere sulla vendita
dei cappelli. Posso venire a Parigi e diventare la tua
assistente.
Mi aspettavo che mi ripetesse che non era una vera modisteria,
che passava quasi tutto il tempo alle audizioni o con quell'uomo
di nome Boy Capel. Invece, alla fine di dicembre, arriv un
cablogramma. La modisteria di Gabrielle, che non era una modisteria,
aveva fin troppe clienti e lei non riusciva a star dietro
a tutto. Vieni, ho bisogno di te, diceva.
Dissi addio ai Girard, abbracciai e baciai Adrienne, e salii su
un treno per Parigi l'indomani stesso.
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FINE Parte 1.